Una domanda per le agorà di Letta: che ne pensate del populismo?

(francesco cundari) …A proposito delle Agorà democratiche promosse dal Partito democratico.

Cosa siano esattamente queste agorà e quale sia la loro finalità non è ancora chiarissimo. Ho letto sui giornali che l’adesione del ministro Roberto Speranza e la buona disposizione di Pier Luigi Bersani sembrano preludere a una ricucitura dello strappo compiuto con la scissione del 2017, ma per una volta non è di posti, regole, quote, correnti e ripartizioni degli incarichi che vorrei occuparmi.

Visto il gran parlare che si fa anche questa volta – come tutte le volte precedenti, ovviamente – di valori, idealità e identità, vorrei porre ai promotori dell’operazione un’elementare domanda di merito. Tra gli obiettivi del nuovo soggetto, o di qualunque cosa genereranno queste famose agorà, c’è o no la lotta contro il populismo? E anzitutto: questo nuovo soggetto, o anche semplicemente il vecchio Pd, considera o no il populismo – non solo in Italia – come un avversario, o se non altro come un problema? E prima ancora: di questo problema riconosce almeno l’esistenza?

A me sembra che il punto stia qui, sebbene non sempre in piena vista, perché molto spesso sepolto da tonnellate di questioni personali, risentimenti, ipocrisie e retropensieri. Oggi il problema numero uno è liberarsi di Matteo Renzi, come ieri era rottamare tutti quelli che non la pensavano come lui. Tutto il resto appare come un effetto collaterale, una conseguenza secondaria di questa inflessibile scala di priorità, di cui non ha neanche senso parlare.

Un tempo nelle sezioni del Partito comunista italiano, anche nel più sperduto dei paesini, persino nelle riunioni dedicate al problema dei parcheggi o delle fontanelle, ai dirigenti veniva insegnato a cominciare la relazione sempre secondo un preciso ordine, partendo immancabilmente dalla situazione internazionale, per arrivare poi alla politica nazionale, e giù giù, in una concatenazione causale tanto ferrea quanto non sempre di facile lettura, al problema delle suddette fontanelle o dei suddetti parcheggi. Dopo essermene lamentato e averci scherzato sopra per anni, devo dire che comincio a capire la ragione di quella tradizione, che a suo tempo – da giovane militante di un partito post-comunista – mi era sembrata una liturgia vuota e anche un po’ cretina.

Per capirne il senso dovevo vedere tanti autorevoli intellettuali e dirigenti di partito, perlopiù ex comunisti, ma evidentemente dimentichi di quelle lezioni, non capire la sostanziale differenza, dal punto di vista della sinistra, tra la minaccia di una politica liberale, o anche neoliberale, o liberal-conservatrice, e quella di una politica illiberale e antidemocratica. In poche parole: la differenza che c’è tra Angela Merkel e Viktor Orbán, o tra Emmanuel Macron e Donald Trump.

Il punto è avere almeno una vaga percezione di cosa è successo nel mondo, in particolare dal 2016, con Brexit e con l’ascesa di Trump alla Casa Bianca, ma anche con il referendum illegale promosso dagli indipendentisti catalani nel 2017 (a proposito di populisti eversivi scambiati per eroici rivoluzionari da una sinistra senza bussola e senza principi). Il punto è sapere che ciascuno di questi movimenti è stato sostenuto in vario modo, legale e illegale, ufficiale e coperto, da quei paesi che puntano alla destabilizzazione dell’Europa e dell’occidente. Essere perlomeno al corrente del fatto che nel cuore dell’Unione europea c’è chi teorizza e mette in pratica la fine della democrazia liberale, della divisione dei poteri e dello stato di diritto.

La principale leva utilizzata da chi punta a sovvertire la democrazia liberale in Occidente è rappresentata da partiti e movimenti populisti, con tutto il loro armamentario di complottismi, a cominciare dal delirio no vax.

Il fatto che negli ultimi anni – per quale ragione non ha importanza – il Movimento 5 stelle, cioè il primo partito del Parlamento italiano, abbia abbandonato molte di quelle posizioni, anzitutto sui vaccini, è senza dubbio un fatto importante, che il Pd può legittimamente rivendicare a suo merito (opinione legittima che io altrettanto legittimamente considero infondata, ma ora non divaghiamo). Se però così è, se cioè quella del Movimento 5 stelle è stata davvero una svolta politica radicale e definitiva, un processo di maturazione che merita di essere preso sul serio, e non semplicemente una scelta tattica (e come tale sempre reversibile), questa per il Pd dovrebbe essere una ragione di più – non di meno – per dichiarare apertamente la propria intenzione di combattere il populismo. Qualora ne avesse la minima intenzione, si capisce.

Mi sembra invece di notare, ma naturalmente spero di sbagliare, una certa attenzione a identificare la minaccia come «sovranismo» o magari anche «fascismo», e fermarsi prudentemente lì.

Non si tratta di una pura questione terminologica. Anzi, ogni volta in cui qualche dirigente di partito, giornalista o intellettuale d’area prova a derubricarla come tale, bisognerebbe fare molta attenzione. È lo stesso giochino che un tempo in molti facevano a proposito del termine «antipolitica», domandandosi cosa mai significasse, e se la «vera» antipolitica non fosse forse la cattiva politica, cioè la politica corrotta, cinica, senza ideali e senza cuore portata avanti dai soliti burocrati di partito, capicorrente e capibastone (in una parola, che forse allora ancora non c’era, ma sarebbe arrivata presto: dalla «casta»). Così si sentivano replicare i pochi, come Massimo D’Alema, che provavano a contrastare esattamente la deriva che ci avrebbe portati a questo punto, che per brevità chiameremo populismo.

Del resto, ormai dovrebbe essere chiaro: quelli che dicono di non sapere cosa s’intenda con le parole populismo o antipolitica, per poi aggiungere che la vera antipolitica, semmai, è quella della cattiva politica, e il vero populismo è quello degli antipopulisti, ebbene, non sono molto diversi da quelli che fanno lo stesso gioco con la parola razzismo. Quelli che «il vero razzismo è il razzismo contro gli italiani».

È per questo che occorre non demordere, e rinnovare ogni volta la domanda. La nuova sinistra in corso di riconfigurazione considera il populismo un problema o una risorsa, un avversario o un alleato, una minaccia o una promessa? O ritiene che il termine stesso non significhi nulla, perché i veri populisti sono gli antipopulisti, e magari la vera minaccia alla democrazia sarebbe rappresentata non già dagli amici di Trump e Putin, ma da quella «convergenza di interessi nazionali e internazionali» che secondo Goffredo Bettini avrebbe portato alla caduta del governo Conte?

Non bisogna smettere di domandare. E non bisogna smettere di usare le parole, a cominciare dal termine populismo. Non foss’altro perché è presente su tutti i giornali e in tutte le lingue del mondo, e tutti capiscono benissimo che cosa denota. Ma forse il problema è proprio questo.