L’interminabile guerra idiota alla meritocrazia

Per comprendere il mondo in cui viviamo e le sue tendenze di fondo, sino ad arrivare a capire in cosa consiste il bipopulismo di destra e sinistra, nonchè certe scelte quotidiane che politici e sindacalisti ci propongono come se fossero rivoluzionarie, è necessario approfondire un solo concetto: la meritocrazia.

Nelle società moderne è data per scontata, come andare a votare, non ci facciamo più caso così come non pensiamo all’aria che respiriamo, eppure ogni giorno ascoltiamo quelli la cui unica missione politica consiste nel far la guerra alla meritocrazia. Come spiegheremo il loro unico scopo è tornare all’età premoderna, in cui la meritocrazia non esisteva. Ai tempi in cui alla Rai si assumevano tre giornalisti, uno dc, l’altro comunista e uno bravo.

Quando facciamo un colloquio di lavoro l’unica speranza è che la nostra candidatura sia esaminata secondo un principio di equità. Se dobbiamo subìre un’operazione chirurgica confidiamo che il chirurgo sappia bene cosa deve fare, se prendiamo un aereo paghiamo il biglietto confidando che il pilota sia capace e non guidi ubriaco, e così via. Appena abbiamo sentore di nepotismo, favoritismo o discriminazione siamo pronti a ribellarci. Per quale motivo un primario di medicina di un ospedale americano è più affidabile di uno italiano? Perchè negli Usa se trovano uno più bravo anche se giovanissimo non esitano a sostituire il precedente mentre in Italia si è primari a vita.

Tony Blair nel 1999 disse: «Noi crediamo che le persone debbano poter crescere in base al loro talento e non in base alla loro nascita o ad altri privilegi». 23 anni dopo basta guardare la tv e ci accorgiamo che scienziati e persone competenti sono messe a discutere intorno allo stesso tavolo con picchiatelli e scappati di casa, in nome del diritto ad esprimere la propria opinione.

L’elemento meritocratico che appare fondamentale sia per la salute della nostra economia che per quella della nostra politica oggi è sotto attacco, ma per la verità la guerra è cominciata molti anni fa. In Occidente ricordiamo ancora bene il mondo in cui i lavori passavano di padre in figlio o erano ceduti al miglior offerente. Negli anni sessanta anche in Italia i figli succedevano al padre nel lavoro in banca o nelle fabbriche. E l’ Oriente è stato sempre pieno di governi pieni di corruzione e di favoritismi.

L’idea meritocratica è fragile quanto un cristallo di Boemia perchè gli esseri umani sono biologicamente programmati per favorire i propri amici e i propri parenti rispetto agli estranei. Se il mondo moderno e la sua vivace economia si sono costruiti sull’idea meritocratica, molti vogliono tornare indietro, al mondo premoderno che per l’appunto era fondato su presupposti che sono agli antipodi: sul lignaggio e le caste più che sui risultati raggiunti, sulla subordinazione volontaria più che sull’ambizione. La rivoluzione che ha fatto esplodere il vecchio mondo e ha messo a disposizione il materiale per costruirne uno nuovo è stata la meritocrazia.

Il filosofo francese Alexis de Tocqueville agli inizi dell’ottocento scrisse: «Quando non ci sono più ricchezze ereditarie, privilegi di classe o prerogative di nascita diventa chiaro che la principale fonte di disparità tra le fortune degli uomini risiede nella mente».

La società del vecchio mondo aveva a capo un monarca ed era governata da proprietari terrieri che erano tali per via ereditaria e che avevano raggiunto la loro posizione combattendo e depredando. Poi giustificavano il loro ruolo attraverso una combinazione di volontà di Dio e di antica tradizione. Dio assegnava a ciascuno la propria posizione all’interno di una gerarchia. Questo posto non era collegato alle capacità individuali, ma al rapporto con la famiglia e con la terra. Gli aristocratici britannici hanno ancora il nome dei luoghi attaccato al loro: e più alto è il rango, più grande è il posto.
I lavori non erano assegnati sulla base del merito di ciascuno ma attraverso tre grandi meccanismi: i legami familiari, il clientelismo e l’acquisto. Anche i re ereditavano la loro posizione anche se erano dei perfetti incapaci o addirittura dei bambini. Gli aristocratici concedevano i lavori ai loro favoriti oppure li vendevano al miglior offerente, per finanziare il loro dispendioso stile di vita a corte.
«In tutto il regno animale il nepotismo definisce le specie sociali» ha spiegato la biologa Mary Maxwell, per cui è necessario capire che l’idea meritocratica non è stata solo una rivoluzione politica ma molto di più, è stata un tentativo di mitigare uno degli istinti primari del genere umano, l’istinto di favorire i propri figli rispetto a quelli degli altri. Non c’è altra idea quanto quella meritocratica che operi davvero in nome del bene collettivo. Infatti essa è stata un presupposto delle quattro grandi rivoluzioni che hanno creato il mondo moderno, da quella industriale alla Rivoluzione francese ( basata sul principio della “carriera aperta a tutti i cittadini di talento”: i privilegi feudali furono aboliti; l’acquisto dei posti di lavori fu proibito; le scuole di eccellenza furono rafforzate); dalla Rivoluzione americana ( Thomas Jefferson parlò di rimpiazzare l’«aristocrazia artificiale» data dal possesso di terra con l’«aristocrazia naturale» determinata «dalla virtù e dal talento») alla rivoluzione liberale. In Gran Bretagna ci fu un trasferimento del potere dall’aristocrazia terriera all’aristocrazia intellettuale senza che venisse esploso un solo colpo. I rivoluzionari prima sottoposero le istituzioni esistenti, come le cariche pubbliche e le università, alla competizione aperta e degli esami scritti e poi costruirono quella che chiamiamo la scala delle opportunità, gradino per gradino si poteva salire dalla scuola di paese fino alle più ambite università. I capaci e meritevoli, secondo l’espressione usata dai nostri padri costituenti, non debbono avere nessuna porta sbarrata.
La rivoluzione meritocratica ha poi aperto la strada ad altre rivoluzioni meritocratiche. Infatti l’applicazione di un’“aperta competizione” fra gli uomini fece inevitabilmente sorgere una domanda: «E le donne?». E in America, se gli uomini erano nati naturalmente uguali fra loro, sorse la domanda: e i neri? Insomma, i gruppi finora emarginati emersero approfittando dell’idea meritocratica. Le società divennero non solo più giuste ma anche più produttive.
I Paesi (ma anche le regioni e i territori) meritocratici hanno una crescita più veloce dei Paesi non meritocratici. Le aziende pubbliche che assumono persone in base al merito sono più produttive delle aziende familiari che lasciano spazio ai favoritismi. E le migrazioni di massa scorrono soltanto in una direzione: dai Paesi che non hanno compiuto la transizione meritocratica a quelli che invece l’hanno compiuta.
Dunque, lo sappiamo bene, la meritocrazia è un’idea rivoluzionaria che ha prodotto un’economia più produttiva e uno Stato più efficiente: che cosa potrebbe esserci di meglio? Eppure questa idea è sotto attacco ovunque. Da parte di tutti quelli che ancora si richiamano alle grandi ideologie del novecento, fascisti e comunisti. E finanche le persone che gestiscono la grande macchina meritocratica hanno seri dubbi: Daniel Markovits di Yale ha recentemente scritto un libro intitolato “The Meritocracy Trap” (“La trappola meritocratica”) mentre Michael Sandel di Harvard ne ha scritto un altro intitolato “La tirannia del merito” (pubblicato da Feltrinelli). Come avviene per tutte le cose umane, infatti, la perfezione non esiste e anche l’idea meritocratica come tutte le medicine ha i suoi effetti indesiderati. Basti pensare alle scuole pubbliche, ormai dovunque hanno abbassato i loro standard di qualità, per cui i ricchi preferiscono far studiare i figli in prestigiose scuole private mentre i poveri devono accontentarsi di scuole di massa gratis ma dequalificate.
E’ chiaro, occorre un’altra grande spinta per reinventare l’idea meritocratica e rilanciarla per una nuova epoca. Purtroppo invece stiamo assistendo ad un vero e proprio tentativo di smantellarla. La guerra al merito è scoppiata dappertutto, e la conducono insieme la sinistra politica con la destra senza neppure rendersene conto. I docenti universitari che fanno salire in cattedra figli moglie e amanti contestano il merito quanto i sindacati che amano le sanatorie e non i concorsi. I bipopulisti italiani non vogliono i test oggettivi per accertare gli apprendimenti scolastici, ma succede anche negli Stati Uniti. Il Board of Education di San Francisco ha vietato alla Lowell High School – una delle scuole del Paese che ha maggiori successi accademici – di utilizzare i test di ammissione e ha invece introdotto un sistema a sorteggio. Il commissario scolastico, Alison Collins, ha dichiarato che la meritocrazia è «razzista» ed è «l’antitesi di una competizione equa». Donald Trump non ha solo dato posizioni di potere ai membri della sua famiglia ma ha fatto la guerra agli esperti e agli scienziati come Fauci.
Questo assalto al merito si estende oltre il cortile della scuola e penetra nelle imprese e nell’amministrazione pubblica. Le aziende stanno introducendo quote formali o informali in nome dell’“equità” (che sta prendendo sempre più il posto delle “pari opportunità” come misuratore della giustizia). E questo sarà anche un fenomeno che amplifica se stesso, per la intuitiva ragione che le persone di second’ordine nomineranno sempre delle persone di terz’ordine per proteggere se stesse dal rischio che qualcuno si accorga che sono di second’ordine. La Rai pubblica italiana è esemplare per capire il meccanismo.
È incredibile, dicevo, vedere come questo spaventoso attacco ai principi meritocratici provenga tanto da destra quanto da sinistra, in qualsiasi parte del mondo, a Ovest come ad Est, in stati e regioni. La Calabria non a caso è da sempre la regione dove la parentopoli, i nepotismi e i comparaggi vari sono praticati a tutti i livelli (si veda l’ultima inchiesta sull’università di Reggio Calabria), ma nessuno, a qualsiasi parrocchia politica appartenga, sembra più ricordarsi che il sottosviluppo si batte solo con la meritocrazia. Di più, l’avversario comune sembra essere il “neo-liberismo” ma con questo termine si attacca in realtà la meritocrazia. Dietro la retorica dei poveri e degli ultimi da aiutare in nome dell’uguaglianza cristiana e della misericordia, si vuole uno Stato “inclusivo” che attraverso redditi e bonus vari distribuisca le risorse a pioggia o dall’elicottero.
Prendiamo la Cina, per più di un millennio è stata governata da un’élite di mandarini selezionata in tutto il Paese attraverso gli esami più sofisticati del mondo. Questo sistema meritocratico è morto perché non è riuscito ad adattarsi all’esplosione della conoscenza scientifica: nel 1900 le domande erano più o meno le stesse del 1600. Ma ora la Cina ci sta riprovando e questa volta, però, è alla ricerca di scienziati e di ingegneri più che di studiosi confuciani. Stiamo così per apprendere che l’idea meritocratica può essere altrettanto potente al servizio dell’autoritarismo statale di quanto lo sia stata finora al servizio della democrazia liberale.
Dunque chi fa la guerra alla meritocrazia sarebbe oggi uno sciocco anche se nel mondo l’Occidente dominasse incontrastato. Ma siccome in questo momento l’Occidente è impegnato nella sua più grande sfida contro l’ascesa della Cina e del capitalismo di Stato autoritario, chi conduce la guerra al merito produce due effetti nefasti, non uno solo. Priverà l’Occidente del suo dinamismo economico e allo stesso tempo sposterà inesorabilmente l’equilibrio del potere verso un regime post-comunista in Oriente che non ha tempo per i diritti individuali e i valori liberali. Per cui, come ci ha ricordato Adrian Wooldridge, editore dell’Economist, nei suoi libri che qui ho ampiamente citato, l’Occidente ha una sola possibilità per impedire che la Cina prevalga nel mondo, riprendere a coltivare l’idea meritocratica che ci aveva resi vincenti.