Diario criminale di Lamezia

Era l’anno 1970. Massimo Ranieri cantava “Se bruciasse la città” e Morandi “Al bar si muore”, al cinema proiettavano “Love story”, “Lo chiamavano Trinità” e “Dramma della gelosia”. Nicastro era una cittadina dove si viveva tranquilli sino al 1970 quando Tonino De Sensi uccise il suo capo, il boss Luciano Mercuri. In quel momento per le strade si sentì un solo commento che era il seguente: Niente sarà più come prima. Il socialista on. Salvatore Frasca fece con altri una interpellanza che spiega bene la situazione.

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro di Grazia e giustizia per sapere se è a conoscenza che, nella piana di Lamezia Terme, è in corso, da diversi anni, una spietata lotta fra due clan di mafiosi, l’uno facente capo a tal Luciano Mercuri ucciso nel 1970, nel corso di un “regolamento di conti” e l’altro a tal Antonio De Sensi, condannato a 18 anni di reclusione, perche’ responsabile dell’uccisione del Mercuri e gia’ in istato di detenzione presso le carceri di Potenza ed, ora, latitante, non avendo fatto ritorno in carcere, dopo un permesso di 5 giorni; e per sapere, ancora se è a conoscenza che il suddetto De Sensi, nel corso della latitanza, ha organizzato una banda di estortori e, nel contempo, si è reso responsabile di omicidio ai danni di tal Alfredo Montesanto, capo della vecchia mafia lametina e al quale il gia’ menzionato Mercuri era legato, nonche’ di tentato omicidio nei confronti della signora Natalina Belvedere, moglie del Montesanto. Gli interroganti chiedono, quindi, di sapere perche’ mai il De Sensi, la cui pericolosita’ è di evidente gravita’, ha potuto godere del permesso di giorni 5, senza che si riscontrassero nella sua richiesta i motivi di cui all’articolo 30 della legge 26 luglio 1975, n. 354, successivamente modificata. il De Sensi infatti, ha chiesto ed ottenuto il permesso solo e soltanto per contrarre matrimonio; un motivo questo, che non rientra nel secondo comma del gia’ citato articolo di legge e che non poteva che essere considerato pretestuoso, qualora si fosse tenuto presente che il De Sensi, trovandosi, solo qualche mese prima, in stato di trasferimento momentaneo nel carcere di Vibo Valentia, si era rifiutato di contrarre le nozze, nonostante la gia’ avvenuta pubblicazione presso il municipio di Lamezia Terme. Gli interpellanti chiedono di sapere, inoltre, come mai, contestualmente alla concessione del permesso, non siano state adottate, nei confronti del De Sensi, le cautele di cui al regolamento di esecuzione della precitata legge; cose che certamente richiedevano e la personalita’ del soggetto e l’indole del reato per il quale era stato condannato nonche’ la sua appartenenza alla “onorata societa’”. Piu’ particolarmente, gli interpellanti desiderano conoscere: se e’ vero che il provvedimento di concessione del permesso e’ stato assunto dal Presidente pro-tempore della Corte di appello di Catanzaro, su parere favorevole dell’Avvocato Generale, la cui benevolenza nei confronti del De Sensi e’ ben nota, avendo gia’ egli, con assoluta improntitudine, espresso parere favorevole sulla richiesta di liberta’ provvisoria avanzata dai difensori del De Sensi, mentre pendeva su di questi sentenza di condanna a 18 anni di reclusione per il reato di omicidio, sentenza appellata appunto presso la Corte di appello di Catanzaro e confermata dalla stessa con una lieve riduzione della pena; se e’ vero che il provvedimento di cui sopra venne assunto a meno di un’ora dalla formulazione del parere della Procura generale ed il tutto è avvenuto su sollecitazione del cappellano del carcere di Lamezia Terme, don Costantino Goffredo, rispetto al quale la Procura generale era stata messa in guardia dalla Procura di Lamezia Terme che, in un proprio rapporto, aveva definito il suddetto cappellano “uomo legato alla mafia esterna ed interna del carcere lametino”.

Un anno dopo. Era il 1971. Un dato significativo lo ha ricordato recentemente su il Lametino l’arch. Giovanni Iuffrida (Lamezia città di carta)

La notte del 25 settembre 1971 «un ordigno incendia gli uffici comunali» di Lamezia, così titolano i quotidiani locali e nazionali. Il commento laconico di molti giornalisti è di questo tenore: un incendio doloso distrugge in particolare documenti tecnici, «vi sono molti interessi in gioco, tra cui quello delle aree edificabili, ma le lungaggini burocratiche compromettono la realizzazione di nuovi edifici; il lungo iter di approvazione del piano regolatore ha bloccato ogni attività in molti settori della zona». Considerazioni molto ben “informate” e precise, se subito dopo i fumi di quell’incendio verrà approvato il Programma di fabbricazione dal Provveditorato regionale alle opere pubbliche (9 ottobre 1971). Con quell’incendio, simbolicamente si bruciava anche la Lamezia di carta, la Brasilia al centro del Mediterraneo, fatta di disegni e lucidi a inchiostro di china. Il “poi” sarà invece l’impietosa china della città, marchiata in maniera indelebile dal condizionamento dei fatti di cronaca nera del periodo 1970-’75 (anno, quest’ultimo dell’uccisione del giudice Francesco Ferlaino e della morte del sostituto procuratore Vincenzo Smirne, che stava indagando sulle speculazioni edilizie nella costa lametina) e di tutti gli ultimi cinquanta anni, causa principale che impedirà lo sviluppo libero delle capacità individuali interne ed esterne alla città. Si esaurisce così, da subito, la potenzialità attrattiva del territorio di risorse pulite e autopropulsive, che invece saranno inversamente proporzionali alla crescita esponenziale del dominio mafioso, in tutte le sue forme attive, incisive, inesaurite e soprattutto pervasive dal punto di vista culturale.

Gli incendi, come le lettere anonime e le faide, sono una costante nella storia lametina. Nel 2005 appena eletto sindaco Gianni  Speranza (due mandati, 2005-2015) riceve il benvenuto con un’intimidazione, l’incendio della porta del Palazzo comunale. Lamezia Terme era nata appena nel 1968 ma le ‘ndrine erano già impegnate in uno scontro serrato per la spartizione del territorio e delle sue risorse.

” (Ugo Caravia) La stagione dei rapimenti di persona nel lametino si svolse in due fasi: la prima ebbe inizio con il sequestro dell’ingegnere Mario Bilotti, avvenuto a novembre del 1970. Questo rapimento, il primo in assoluto a Lamezia, si confuse,  per via degli strascichi giudiziari che comportò, quattro anni più tardi con quella di due anziani coniugi: Gabriele D’Ippolito e Filomena Ciliberto. Questi furono liberati quasi immediatamente, dopo dieci ore. Era il marzo del 1974, quindi , quando Polizia e Carabinieri irruppero in un vecchio casolare  della Piana lametina, di cui era proprietario Michele Dattilo, il quale fu sorpreso in una specie di cunicolo scavato nel fienile di questo casolare. Michele Dattilo fu arrestato visto che era latitante da anni in quanto condannato per omicidio e, allo stesso tempo, furono liberati i coniugi D’Ippolito. Questa operazione consentì a Polizia e Carabinieri di chiarire immediatamente altri due sequestri, precedenti a quello dei due coniugi, ed entrambi conclusi con il versamento delle somme richieste per il riscatto. Si trattava  del rapimento del sindaco di Fuscaldo, Giuseppe Pannizza, operato dall’anonima sequestri lametina, e quello di un commerciante di Decollatura Eugenio Gigliotti ed anche questi due erano stati tenuti in questo cunicolo dell’abitazione di campagna in questione. Dal 1970 al 1980, a questi sequestri di tipo estorsivo, ne avvennero altri tre. Quello di Roberto Bertucci uno dei titolari dell’omonima catena di magazzini, quello di Francesco Grandinetti e quello di Tripodi, proprietario della concessionaria Fiat. Ed a questi sequestri bisogna poi aggiungerne un altro e, cioè, quella di un giovane universitario di Sambiase, Filippo Caputi, il quale si risolse in breve e che ebbe anche un processo celebrato a Cosenza. La seconda fase dei sequestri, invece, si svolse nella prima metà degli anni ’80.  In questa fase avvene il rapimento del floro-vivaista Bertolami, che non si concluse con il suo ritorno. Ma Lamezia fu il teatro di un altro rapimento, sempre nei primi anni ’80, che vide prigioniero per sei mesi il figlio di un industriale di Tivoli, il quale era soprannominato il re del travertino. Per il riscatto di Fabrizio Mariotti furono versati un miliardo e cinquanta milioni di lire. Parte di questo ricatto poi fu recapitato. Questo Mariotti fu sequestrato a Tivoli, sotto casa, caricato sulla sua stessa macchina e portato qui a Lamezia. Solo dopo sei mesi ed il versamento del riscatto, fui liberato presso lo svincolo autostradale di San Mango d’Aquino. Lì fu raggiunto dalla Polizia che successivamente  arrestò tutti quelli che erano coinvolti con tale sequestro.In quell’occasione fu facile risalire ai rapitori in quanto il giovane disse che era stato trattenuto in una casa dalla quale sentiva suonare, in un certo modo, le campane di una chiesa, che poi si scoprì essere quella di San Giovanni Calabria a Capizzaglie. Inoltre, durante la sua prigionia in un cunicolo riuscì ad avere la possibilità di sentire il gazzettino di una emittente lametina. Con tali indicazioni la Polizia risalì ai rapitori “.

Dagli anni ’70 i consistenti investimenti attirano l’attenzione di soggetti di lunga tradizione mafiosa come i Mancuso di Limbadi, la cui influenza sulle famiglie lametine si somma alle coperture di parenti e complici infiltrati nei settori economici, politici e sociali. Tutto ciò spinge le ‘ndrine locali a darsi una struttura più stabile mantenendo un carattere feroce.

Il 20 ottobre 1974 avvenne l’omicidio di Adelchi Argada, militante del FPCR, il 3/7/75 venne ucciso su corso Nicotera giudice Francesco Ferlaino.

Dal 1985 al 2011 Lamezia divenne teatro di tre guerre di ‘ndrangheta.

La ‘ndrina Giampà, la cosca più potente di Lamezia T., si afferma sul finire degli anni ottanta, inizio anni novanta, quando Francesco Giampà, “Il professore” conduce una faida contro la ‘ndrina capeggiata da Pasquale Giampà, detto “Tranganiello”. Con l’omicidio di quest’ultimo nel settembre 1992 finisce la faida, che vede vincitore “Il professore” e così cambia la geografia criminale lametina. Francesco Giampà diviene  capo del nascente locale criminale Cerra-Torcasio- Giampà, che controlla tutta la zona di Nicastro. Negli anni novanta le grandi cosche “Torcasio” e “Giampà” erano unite dal “patto di ferro”. La famiglia Notarianni, sempre vicina a quella dei Giampà, stando al racconto del pentito Angotti, non era voluta da Pasquale Giampà, che desiderava estromettere il “professore”, Francesco Giampà, dal patto, proprio per la sua vicinanza con i Notariannni. 

Tra l’ ’86 e l’89 vengono sterminati i De Sensi, buona parte degli Andricciola e dei Pagliuso; viene eliminato Umberto Egidio Muraca, che vanta trascorsi con Raffaele Cutolo, e altri attentati coinvolgono i Marrazzo, i Buffone e i Greco.
Il 24/5/1991 avvenne il brutale omicidio dei netturbini Tramonte e Cristiano.

All’inizio della seconda guerra (1991-1996) il Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose. Emerge l’alleanza tra Francesco Giampà “il Professore”, Giovanni Torcasio “U’ Longu” e Nino Cerra (1948), con la nascita della locale Cerra-Torcasio-Giampà. I loro nomi sono legati a numerosi delitti e alla recrudescenza del fenomeno estorsivo. Finiscono presto in carcere, ma da lì continuano a dispensare ordini.

Susseguono fatti eclatanti: il 4/1/1992 viene trucidato insieme con la moglie Lucia Precenzano il poliziotto, Salvatore Aversa. Quattro anni più tardi scompare un ex Carabiniere, Gennaro Ventura.
A metà degli anni ’90 si alterano gli equilibri (Iannazzo-Torcasio) e si corrodono coalizioni (Torcasio-Giampà), vari arresti rivelano i veri colpevoli di alcuni omicidi di boss nascosti dietro vari “traggiri”.

Sono eventi che fanno precipitare la città nella terza guerra (2000-2011).
In due anni (2000-02) avvengono 16 spietati agguati che determinano la morte di 15 persone e il ferimento di altre 7. Nel 2001 una sparatoria si trascina per due chilometri in una via pubblica, concludendosi con la morte di “U’ Longu”. Come ritorsione, cade un fratello del “Professore”, Pasquale Giampà “Buccaccio”, legato da un matrimonio ai Mantella e Lo Bianco di Vibo Valentia.

Nel 2002 il Comune viene nuovamente sciolto, ma la città rimane sotto attacco. Frattanto la locale Cerra-Torcasio-Giampà si è spaccata: i Giampà, attraverso matrimoni e patti, hanno al loro fianco i Notarianni, i Cappello-Arcieri, gli Iannazzo e i Cannizzaro-Daponte. Ai vertici del gruppo Cerra-Torcasio salgono elementi dei Gualtieri, dei Paradiso e dei Rainieri.

Riassumendo, quella che è stata denominata la faida di Lamezia Terme è stata una guerra tra ‘ndrine che ha preso il via a Lamezia all’inizio degli anni 2000 (omicidio Vincenzo Montilla, 38 anni) e si è trascinata fino al 2011 (con varie sospensioni temporali della guerra nel corso degli anni). Fin dall’inizio della faida il gruppo dei Cerra-Torcasio era considerato dominante in città come sosteneva la relazione della commissione antimafia nel 2008 ma questo potere fu messo in discussione dal gruppo Iannazzo-Giampà, un’organizzazione potente anche economicamente. Dall’estate del 2000 in undici anni le persone uccise nel corso della faida sono state 53 oltre i numerosi ferimenti, attentati, danneggiamenti.

La vicenda del centro commerciale 2Mari è istruttiva.

Nel 1998 il vecchio sodale, il capocosca Cannizzaro, fu ucciso, così il commerciante Antonio Perri si sarebbe avvicinato alla cosca Iannazzo, nel cui territorio sarebbe sorto nei primi anni 2000 il centro commerciale “Due Mari”. La realizzazione del centro commerciale ha segnato in maniera indelebile la storia della ‘ndrangheta lametina e della città stessa, attraversata in quegli anni da una sanguinosa guerra tra clan. L’epicentro economico della città si sarebbe infatti spostato sotto l’area d’influenza della cosca Iannazzo che controllava Sambiase e la costa togliendo ai Torcasio la possibilità di spremere molte attività commerciali.

L’omicidio di Perri, all’epoca 71enne, avvenuto il 10 marzo del 2003 ha dunque rappresentato un segnale durissimo.
L’agguato secondo i pentiti sarebbe stato ordinato dai vertici della famiglia Torcasio per diverse ragioni: i Torcasio non tolleravano l’avvicinamento agli Iannazzo dopo la morte di Cannizzaro, inoltre diverse delle sue attività commerciali ricadevano nel “loro” territorio e, soprattutto, ritenevano il defunto boss Vincenzino Iannazzo responsabile dell’omicidio di Giovanni Torcasio, che a sua volta imponeva le “mazzette” ai Perri.
Come risposta venne trafugata la bara di Perri e per la restituzione fu chiesto un riscatto di 150mila euro, poi la salma venne ritrovata nel marzo del 2008 seppellita a 50 metri dalla strada dei “Due Mari”. Secondo il pentito Giuseppe Giampà, il boss Iannazzo aveva posto come condizione imprescindibile, per raggiungere un accordo che sancisse la pax mafiosa sul territorio, proprio la restituzione di quella salma. La guerra di mafia era poi culminata con gli omicidi di Antonio e Vincenzo Torcasio (maggio 2003).

26 luglio 2013 Si conclude l’operazione Perseo della Polizia di Stato che porta a 65 arresti (tra cui anche medici, imprenditori e avvocati) con le accuse di associazione mafiosa, estorsione, truffa assicurativa e di diversi omicidi in relazione alla faida di Lamezia Terme svoltasi tra il  2005 e il 2011.

2015 Con l’operazione Andromeda viene fatta luce sulla pace tra gli Iannazzo-Giampà ed i Torcasio-Gualtieri avvenuta anche grazie alla mediazione di clan del reggino.

Gli efferati omicidi di due noti avvocati sono avvenuti nel 2002 e nel 2016.

L’1 marzo del 2002 viene ucciso sulla strada per Maida l’avvocato Torquato Ciriaco. La sentenza dei giudici della corte d’Appello di Catanzaro ha condannato a 30 anni i fratelli Vincenzino e Giuseppe Fruci, a sei anni per il collaboratore Michienzi. E’ stato assolto, invece, Tommaso Anello, accusato di essere il mandante dell’omicidio.

Il 9 agosto del 2016 in via Marconi a Lamezia venne ucciso l’avvocato penalista Francesco Pagliuso. La Corte d’Assise di Catanzaro ha condannato all’ergastolo Marco Gallo con l’esclusione dell’aggravante mafiosa.

Novembre 2017 Terzo scioglimento del comune.
Il 26/9/2019 Consiglio di Stato ha confermato lo scioglimento del consiglio comunale di Lamezia Terme per infiltrazioni mafiose. Respinto, quindi, il ricorso presentato dall’ex sindaco Paolo Mascaro e da alcuni componenti della sua Giunta. L’udienza di merito, in seduta pubblica, si era svolta il 19 settembre. I giudici di Palazzo Spada hanno accolto il ricorso presentato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Ministero dell’Interno e dalla Prefettura di Catanzaro contro la sentenza del Tar dello scorso febbraio che aveva, temporaneamente, fatto tornare in carica l’ex sindaco Paolo Mascaro, del centrodestra, eletto nel giugno del 2015.

                                                             LA SANTA

Giuro su questo pugnale d’ omertà con la punta bagnata di sangue e davanti all’ Onorata Società organizzata e fedelizzata di adempiere a tutti i miei doveri…”. Il picciotto recita così il “giuramento del veleno”: sa bene che se tradisce per lui ci sarà la morte. Lo conferma un “codice della ‘ ndrangheta”, uno dei più completi, e a prima vista tra i più importanti, tra i dodici noti, trovato dal vicequestore Arturo De Felice, ex dirigente il commissariato di Polizia di Lamezia Terme. Era contenuto in sette pagine ingiallite, gelosamente custodite in un vaso di vetro nascosto in un porcile. In quei sette foglietti scritti a mano su carta ruvida, che riproducono gli articoli di un codice di affiliazione e descrivono una cerimonia di iniziazione, c’è la conferma che la mafia calabrese è diventata una holding da 40 mila miliardi senza rinunciare alle proprie radici, circondando ancora la propria organizzazione da un alone di mistero, mantenendo intatta quella “religiosità” non solo esteriore che ha portato i nuovi mafiosi a ribattezzare “Santa” la vecchia ‘ ndrina.

La ‘ ndrangheta lametina è  ndrangheta antica che fa affari con tecniche e metodi moderni. Nel codice ritrovato vi sono una serie di domande e risposte in un italiano spesso approssimativo. Che cosa rappresenta il picciotto?, chiede il “celebrante” al giovane da “battezzare”, dopo il giuramento del veleno: “Una sentinella d’ omertà”, risponde l’ affiliando. E ancora. Che cosa vi ha dato l’ Onorata Società? “Sette belle cose”. E tra esse: “Omertà, fedeltà, politica e falsa politica”. Dove è nata la ‘ ndrangheta? “In un giardino dove risiede la Camorra, nell’ isola della Favignana, in una tomba segreta”. Perché essere un “omo”? “Per onorare, sempre e lungo la fratellanza”. E di seguito il giuramento: “A nome di San Michele Arcangelo, lo giuro, juri di malandrino, (fior di malandrino), che porta spade, spadini, bilancia, taglia e rintaglia e in carne pelle e ossa, così vi rintaglio io, punta, favella e cica (silenzio) in bocca, a nome della Santa Immacolata, la mia favella è libera la vostra e vincolata”.

NOTE= Il testo è tratto da articoli di Pantaleone Sergi (Repubblica, 4/9/91) e Sergio Pelaia (Gazzetta del sud, 24/2/22); da “La notte della città” di Mario De Grazia (L. Pellegrini editore, 2018); da “La storia dei sequestri a Lamezia”, il Lametino, 14/6/ 2008; da Wikipedia.