Repubblica farà la fine di Panorama e l’Espresso?

Uno come me si è formato su Panorama il settimanale (dal 1967) di tre grandissimi direttori: Lamberto Sechi (luglio 1965 – 27 febbraio 1979) l’inventore dello slogan “i fatti separati dalle opinioni”; Carlo Rognoni (6 marzo 1979 – 31 marzo 1985); Claudio Rinaldi (7 aprile 1985 – 25 febbraio 1990). Se uno pensa che dal 2018 è diretta da Maurizio Belpietro (quello della Verità) capisce il fondo che abbiamo toccato.

L’Espresso uscì il 2 ottobre 1955 il giorno in cui io compivo cinque anni e fu ideato da Arrigo Benedetti e Eugenio Scalfari che lo diresse dal 1963. Fu il settimanale (famoso il suo formato large) di Umberto Eco, di Antonio Gambino, Fabrizio Dentice, Carlo Gregoretti, Manlio Cancogni, Giancarlo Fusco, Camilla Cederna e Livio Zanetti. Dopo le dimissioni di Damilano il 4 marzo 2022 non so sinceramente chi sia l’attuale editore.

Repubblica quotidiano nasce nel 1976 e Scalfari con l’editore Carlo Caracciolo lo fonda con Gianni Rocca, caporedattore centrale, poi Amedeo Massari direttore amministrativo, Giorgio Bocca, Sandro Viola, Mario Pirani, Rosellina Balbi, Miriam Mafai, Barbara Spinelli, Natalia Aspesi, Corrado Augias, Enzo Golino, Edgardo Bartoli, Fausto De Luca, Paolo Filo della Torre, Enzo Forcella, Orazio Gavioli, Giuseppe Turani. A sinistra c’erano l’Unità e Paese sera ma Scalfari, che è stato sempre un liberalsocialista fu capace di crearsi un giornale-partito (dell’area laica e riformista, capite questo aggettivo?) che traghettò il Pci dall’opposizione e dai legami con Mosca al governo inventando una terza via. Dopo i 20 anni di Scalfari (14 gennaio 1976 – 6 maggio 1996) subentra il bersaniano Ezio Mauro per altri 20 anni (7 maggio 1996 – 14 gennaio 2016), poi due anni e due mesi, sino a febbraio 2019, Mario Calabresi; un anno sino al 23 aprile 2020, Carlo Verdelli e dal 24 aprile 2020 Maurizio Molinari. Nel 1987 arriva a vendere 700mila copie. Oggi è della Gedi di Elkann e vendeva 151.309 copie a maggio 2023. In ogni caso, secondo i dati Ads relativi a novembre 2023, il giornale fondato da Eugenio Scalfari depurato dalla vendite fittizie avrebbe rotto quota 80mila, in caduta costante del 14-17% anno su anno.

Quel che è invece certo è che la casa editrice, cui oltre a Repubblica fanno capo La Stampa, Il Secolo XIX, alcuni giornali locali e tre radio (Radio Deejay, Radio Capital e M2O), in soli cinque anni è letteralmente naufragata, facendo lievitare le perdite 2017-2022 fino a un totale di 498 milioni, perdite in parte notevole prodotte proprio da Repubblica. Per Gedi la serie negativa ha avuto inizio nel 2017 (il rosso fu di 123 milioni) ed è continuata anche dopo la cessione al gruppo a Exor, subentrata alla Cir della famiglia De Benedetti nella primavera del 2020 in cambio di circa 200 milioni di euro.

Basti dire che nel primo anno sotto la gestione Agnelli-Elkann, la perdita è stata di 166 milioni in linea con l’ultimo anno della Cir, al quale ha fatto seguito nel 2021 un’altra perdita di 50 milioni. E il trend negativo è continuato nei primi sei mesi del 2023, con una perdita di bilancio per il gruppo Gedi di ulteriori 37 milioni a fronte di ricavi per 237 milioni, in caduta rispetto al 2022. Nel 2023 solo i 43,7 milioni ricavati dalla vendita di tutte le sue testate locali del Nord Est al gruppo Nem potranno consentire di chiudere l’anno con una perdita inferiore alla media (Osvaldo De Paolini, il Giornale).

A luglio 2023 (dati Prima Comunicazione) i numeri di vendita erano i seguenti (tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa):

Corriere della Sera 181.576 (-5%)
Repubblica 101.172 (-15%)
Stampa 72.870 (-12%)
Resto del Carlino 57.944 (-12%)
Sole 24 Ore 55.956 (-10%)
Messaggero 50.369 (-9%)
Fatto 42.946 (-10%)
Nazione 37.731 (-14%)

Con riferimento all’andamento delle vendite complessive (in formato cartaceo e digitale) delle principali testate, nei primi nove mesi dell’anno 2023 il Corriere della Sera risulta la principale con il 12,4%, davanti a La Repubblica (7,2%), La Gazzetta dello Sport (5,7%) e La Stampa (5,2%). Ma tutti insieme rispetto al 2019 hanno perso il 38,8 delle copie (tra cartaceo e digitale)

Pare che gli Angelucci e anche la francese Vivendi siano interessati a comprare Repubblica (secondo il Giornale) e tutti gli articoli che appaiono ad inizio 2024 su Repubblica di strenua difesa di John Elkann sembrano tentare di convincerlo che il quotidiano abbia ancora una sua utilità.

Elkann a me pare un finanziere disinteressato alle sue creature. Repubblica ormai non gli serve più dopo che la Fiat è stata inglobata dai francesi, così come la Juve o altri asset. Egli è esattamente il contrario del nonno, dell’avvocato Gianni Agnelli, il quale per le sue aziende mostrava amore: fino a quando ha vissuto tutti sapevano che non avrebbe mai rinunciato alla Ferrari o alla Juve. Elkann ha svenduto Magneti Marelli come se niente fosse, diversifica, investe nel lusso che non si svaluta mai (come fanno tutti i finanzieri e i mafiosi), il settimanale in lingua inglese The economist comprato dall’olandese Exor nel 2015 gli serve giusto per accreditarsi a livello internazionale. Ma giornali, o calcio o aziende che non producono utili annuali non gli interessano, anzi sono un fastidio. Il nonno avrebbe fatto di tutto per non soccombere davanti ad un Cairo qualsiasi, a lui questi particolari scivolano via. Ha avuto la fortuna che Umberto Agnelli aveva scovato Sergio Marchionne che poi salvò Fiat dal fallimento e la risanò per poter essere venduta. Morto lui, invece di prendersi l’ex Fiat Luca De Meo, che dopo la Seat ha rilanciato la Renault, si è liberato dell’azienda. Elkann va in giro con orribili piumini da sci color confetto abbinati a cappellini di lana gialli, non a caso è fratello di Lapo, non riesce a parlare in modo lineare per un minuto, insomma del nonno (o del padre) non ha ereditato nè l’eleganza nè il suadente eloquio che lo fecero in giro per il mondo un credibile ambasciatore dello stile italiano.

La politica non gli interessa per niente, a Repubblica e la Stampa ha sbagliato la scelta dei direttori, alla Juve è stato capace di affiancare Allegri a Giuntoli, creando un mix esplosivo perchè dei due ne resterà uno solo (speriamo Giuntoli). Quindi mentre capisco l’umore dei bravi giornalisti di Repubblica (ce ne sono ancora diversi) è facile concludere che se la società politica ed economica italiana è stata capace di liquidare Panorama e l’Espresso, finirà allo stesso modo l’epoca di Repubblica. Il bipopulismo, gli storici futuri lo studieranno per bene, ha fatto scomparire i fatti e pure gli opinionisti, sono rimaste solo le narrazioni.

Ciò detto, è doveroso aggiungere che fino a poco tempo fa si pensava in tutto il mondo che i miliardari potevano salvare il giornalismo o almeno potevano dare il tempo necessario per ripensarlo. Ma ora a livello mondiale il calo di lettori si è avuto anche sul web e quindi tutti quelli che pensavano ci sarebbe stato un semplice travaso di lettori dalla carta al web sono stati smentiti. In questo momento le testate di tutto il mondo collassano tra ricavi a picco, licenziamenti, scioperi e la minaccia dell’intelligenza artificiale che incombe. Una crisi che solo apparentemente somiglia a quella del 2008 e che nessuno sa ipotizzare come possa finire.