D’Alimonte spiega chi vincerà a marzo 2018

(ROBERTO D’ALIMONTE-  CISE) In questo momento noi non sappiamo quanti voti e quanti seggi prenderanno il M5s e  ciascuna delle due coalizioni che si presenteranno alle prossime elezioni. Ma pur non conoscendo questo dato la tabella fa vedere con matematica chiarezza che la combinazione di seggi proporzionali e di seggi maggioritari difficilmente produrrà una maggioranza a favore di uno dei contendenti, cioè quei 316 seggi che servono alla Camera per fare il governo.  Certo, se ipotizziamo che uno dei tre attori possa conquistare il 50 per cento dei seggi proporzionali e il 70 di quelli maggioritari il gioco sarebbe fatto e non staremmo qui a preoccuparci di come si farà il governo dopo il voto. Ma è realistico che la coalizione di Renzi o quella di Berlusconi oppure il partito di Di Maio possano arrivare a queste percentuali ?  La risposta non può che essere negativa.

Ma se anche immaginassimo che uno dei contendenti arrivi al 40 per cento dei seggi proporzionali dovrebbe pur vincere il 70% dei seggi maggioritari per ottenere  una maggioranza risicata di 317 seggi totali. Se invece ipotizziamo che uno dei tre competitori vinca il 55 per cento dei seggi maggioritari dovrebbe ottenere la percentuale straordinariamente elevata del 50 per cento dei seggi proporzionali per arrivare a 321 seggi totali. Pur nell’incertezza che caratterizza in questa fase il comportamento degli elettori queste combinazioni appaiono decisamente poco credibili.

E allora la conclusione è ineludibile: il prossimo governo dovrà necessariamente nascere dalla scomposizione delle coalizioni che si presenteranno davanti agli elettori in campagna elettorale e dalla loro ricomposizione in una maggioranza di governo che non corrisponderà alle solenni promesse fatte agli elettori al momento del voto. E tutto ciò sperando che sia possibile assemblare una qualunque maggioranza di governo, viste le preclusioni, i veti e le idiosincrasie dei nostri partiti.

Sarà un brutto spettacolo. Con buona pace di tutti coloro che votando no al referendum del 4 Dicembre 2016  e applaudendo la sentenza della Consulta sull’Italicum del Febbraio 2017 credevano di fare il bene dell’Italia.


(Fausto Carioti  su LIBERO) Roberto D’Alimonte, professore alla Luiss e massimo esperto italiano di sistemi elettorali, non gronda entusiasmo per il cosiddetto “Rosatellum”. Ma riconosce che è pur sempre un miglioramento rispetto al “grande caos” generato dalla Corte Costituzionale. E avverte: senza la Lega e senza Mdp sarà quasi impossibile avere i numeri per un governo di larghe intese.

Cosa ha questa legge che non va?
«Non è quella di cui ha bisogno il paese. Al paese serve una legge che favorisca la formazione di maggioranze di governo. Viste le condizioni in cui sono i partiti, questo significa un sistema fortemente maggioritario oppure un sistema a due turni. Detto questo…».
Detto questo?
«Il Rosatellum è migliore delle due leggi in vigore. Ci fa fare un passettino avanti rispetto al pasticcio creato dalla Consulta con le sue sentenze».
In realtà la nuova legge è messa sotto accusa per un altro motivo: è senza preferenze e perpetua i nominati.
«Non amo le preferenze. Credo che oggi, in Italia, esse introducano più problemi che vantaggi. Un dato dovrebbe fare riflettere: nelle ultime elezioni regionali, in Lombardia, solo il 14% di coloro che sono andati a votare ha usato il voto di preferenza. In Basilicata e in Calabria, invece, le preferenze sono state indicate dall’ ottanta per cento dei votanti. Chiedo: il voto di preferenza è lo strumento del voto di opinione o è lo strumento di qualcos’ altro? E non penso solo alle regioni del Sud, ma anche alla Lombardia».
Quale è il problema con la Lombardia?
«La composizione del consiglio regionale lombardo è stata decisa solo dal 14% dei votanti, l’ 86% ha delegato la scelta agli altri. E quando a usare il voto di preferenza è una minoranza così bassa, c’ è spazio per manipolazioni e infiltrazioni. Aggiungo che il voto di preferenza aumenta in modo drammatico il costo delle campagne elettorali.
E questo in un paese nel quale non c’ è più il finanziamento pubblico dei partiti e c’ è una legge, per quanto discutibile, che vieta il voto di scambio».
In ogni caso, la notte delle elezioni non sapremo chi governerà il Paese.
«Infatti. È il motivo per cui preferisco i sistemi elettorali a due turni. Cosa c’ è di più democratico che fare votare gli elettori due volte?».
Larghe intese inevitabili?
«Assolutamente sì. Sarà questo l’ esito certo delle prossime elezioni e lo sarebbe stato anche con le regole disegnate dalla Consulta. Con una conseguenza paradossale».
Quale?
«A questo punto, anche chi non ha simpatie per Silvio Berlusconi deve augurarsi che Forza Italia vada bene quanto basta da poter portare al tavolo un pacchetto di seggi che renda possibile la nascita di una maggioranza, con l’ aggiunta magari di qualche formazione di centro».
Le prime simulazioni dicono che i numeri non ci sarebbero comunque.
«In questo caso mi chiedo come si potrà fare il governo. Con chi? Cosa succederà? Berlusconi riuscirà a convincere Salvini ad entrare in un esecutivo in cui c’ è il Pd? Renzi proverà a portare Bersani in una coalizione in cui c’ è anche Berlusconi?».
Le ritiene ipotesi credibili?
«No. Ma lei capisce che se ci stiamo ponendo queste domande il problema è serio».
Berlusconi ha due forni a disposizione: il centrodestra e l’ alleanza con Renzi. Salvini no, eppure ha votato una legge che minaccia di relegare la Lega all’ opposizione. Come se lo spiega?
«Secondo me pensa di essere talmente forte, nella trattativa con Berlusconi, da riuscire a strappare gran parte dei seggi nei collegi del Settentrione. Spera, credo, di ripetere quello che fece Bossi nel 1994, quando Berlusconi, pur di stringere l’ alleanza con lui, concesse alla Lega la stragrande maggioranza dei candidati comuni del Polo delle Libertà nei collegi uninominali del Nord».
Il referendum per l’ autonomia che si voterà la prossima domenica è il trampolino giusto per lanciare la Lega?
«Ho qualche dubbio, perché questo non è il referendum della Lega di Salvini. È il referendum della Lega lombarda e di quella veneta, di Maroni e di Zaia. Il progetto di Salvini è trasformare la Lega in una sorta di Front National italiano, utilizzando i temi tipici della destra europea di oggi. A Maroni e Zaia, invece, interessa solo la Lega alleata con Berlusconi al Nord, in modo che possano continuare a governare le loro regioni. Credo che Salvini abbia faticato ad accettare il referendum, perché mette il suo progetto in difficoltà».
Chi ci guadagna, alla fine, con la nuova legge elettorale?
«Probabilmente al Nord essa penalizza un po’ il Movimento 5 Stelle e avvantaggia la Lega e Forza Italia. Più la Lega, se la trattativa per le candidature andrà come spera Salvini. Il Sud, invece, è una vera incognita. Il Mezzogiorno oggi è il punto di forza del M5S, che qui potrebbe recuperare tutti i seggi che perde al Nord, se Forza Italia e Fratelli d’ Italia non terranno le posizioni. Si capirà qualcosa di più dopo le elezioni siciliane, vediamo come finisce lì la sfida tra Cinque Stelle e Forza Italia».
Anche il Rosatellum pare destinato a finire davanti alla Consulta. Secondo lei è incostituzionale pure questa legge?
«Sono contrario allo sport italiano di invocare l’ incostituzionalità di ogni norma sgradita. Però, visto l’ andazzo che la Consulta ha creato accettando di giudicare le leggi elettorali, immagino che l’ avvocato Besostri solleverà la questione del trasferimento automatico, pro quota, alle liste che li appoggiano, dei voti dati ai soli candidati nei collegi. E credo che invocherà anche l’ incostituzionalità dell’ altro meccanismo, per cui l’ elettore che vota Forza Italia al proporzionale vede il suo voto trasferito al candidato comune nel collegio, il quale magari è un leghista che l’ elettore non ha alcuna intenzione di votare. Non sto dicendo che queste norme sono incostituzionali, sto dicendo che esse offrono lo spunto per ricorrere ancora una volta alla Corte e creare nuova incertezza e nuovo disordine nelle nostre istituzioni. E la responsabilità di questo è tutta dei giudici costituzionali».


(17/5 DUE DESTRE e 2 SINISTRE) (Luca Ricolfi) In molti Paesi, ad esempio, la sinistra riformista e la destra liberale sono molto vicine nella loro accettazione del mercato, della globalizzazione, delle regole sovranazionali. E la sinistra e la destra populiste sono assai simili nel comune rifiuto di alcuni aspetti della globalizzazione, anche se spesso le cose che si respingono non sono le medesime: la sinistra populista è ostile alla circolazione dei capitali e all’ingerenza delle autorità sovranazionali negli affari interni dei vari paesi, la destra populista è invece ostile alla circolazione delle persone, e in particolare all’immigrazione. Né si può dire che queste strane convergenze siano solo sulla carta: sono ormai parecchi gli esperimenti di grosse koalition, con destra e sinistra ufficiali al governo insieme (Germania, Austria, Italia, Grecia, Israele). Né mancano gli avvicinamenti fra forze populiste, sia al governo (si pensi alla coalizione rosso-nera che governa attualmente la Grecia) sia all’opposizione (si pensi alla convergenza, in Italia, fra Lega e Cinque Stelle su un tema come quello dell’immigrazione). Per questo, nel mio libro suggerisco che la dicotomia fondamentale, in questa epoca, non sia più quella fra destra e sinistra ma stia diventando quella fra forze dell’apertura, ovvero destra e sinistra ufficiali, e forze della chiusura, ovvero populisti di destra e di sinistra.

Il distacco della sinistra italiana dai ceti popolari è iniziato verso la metà degli anni ’70, ai tempi di Berlinguer, ma l’equazione sinistra=establishment è più recente. A occhio e croce direi che inizia con l’Ulivo di Prodi e la lunga stagione dell’antiberlusconismo. E’ nella seconda Repubblica che la sinistra ufficiale, quella erede del Pci e della sinistra Dc, ha portato alla perfezione la sua occupazione delle istituzioni, dei corpi intermedi, della società civile: magistratura, stampa, scuola, università, mass media, cultura. Ed è nella seconda Repubblica che il politicamente corretto è diventato, contemporaneamente, il biglietto da visita della sinistra e il pensiero unico obbligatorio della classe dirigente. Ecco perché, quando i ceti popolari sono entrati in rivolta contro le élite, hanno trovato del tutto naturale indirizzare il proprio risentimento contro la sinistra, vista come la principale incarnazione dell’establishment.

La sinistra, ormai, è la naturale rappresentante dei ceti medi urbani, istruiti e ‘riflessivi’, come ebbe a definirli lo storico Paul Ginsborg. E’ una mutazione genetica irreversibile. Anche nei prossimi anni continuerà a difendere le politiche di accoglienza, e a coltivare il senso di superiorità morale dei suoi sostenitori. Mentre i ceti popolari chiedono una cosa soltanto: protezione. Protezione contro la perdita di occupazione e di reddito, protezione contro criminalità e immigrazione. Esattamente le cose che la sinistra non è in grado di dare.

( Maggio 2017) L’EURO SPIEGATO AI RAGAZZI A SCUOLA (f. scoppetta) Visto che i giovani votano Lega e M5s perché pensano che l’euro ci abbia rovinato, solo la scuola potrebbe, con le lezioni di economia, farli ragionare. Per capire se tornando alla lira staremmo meglio. Sul primo cartellone da mettere in un’aula andrebbe scritto: 7,5%. E’ la media annua dell’inflazione che abbiamo avuto in Italia nei 40 anni  precedenti all’introduzione dell’euro. Dal 1973 al 1984 la media superava il 15%. Agli studenti andrebbe dunque spiegato che tornando alla lira tornerà l’inflazione, meccanismo che svaluta i redditi fissi. Con l’euro abbiamo avuto prezzi stabili, vogliamo tornare a quei tempi di vampate inflazionistiche incontrollabili?

In un secondo cartello scriveremo poi 340 milioni di persone. Sono tutte quelle che usano l’euro. Serve per capire che gli investitori di tutto il mondo preferiscono investire i loro soldi e concedere prestiti in euro, considerata una valuta più sicura, come il dollaro, piuttosto che in una valuta di paesi più piccoli, fosse pure il marco tedesco. Se è preferibile per gli investitori investire nella zona euro, questo significa che arrivano più capitali e di conseguenza salari più alti per i lavoratori.

In un terzo cartello scriveremo: 2.250,4 miliardi + 70 miliardi di euro ( al 31 gennaio 2017, fonte: Banca d’Italia). Cioè l’ammontare del nostro debito, oltre il 133% rispetto al Pil,   + 70 miliardi di interessi annui. Infatti lo Stato italiano, come succede a qualsiasi persona che spende più di quanto incassi, è costretto a chiedere prestiti per finanziare il mostruoso debito pubblico. Su questi prestiti che riceve paga ogni anno gli interessi (appunto 70 miliardi di euro). Paga lo Stato ma paghiamo noi cittadini con le tasse in realtà. Con la lira al posto dell’euro questi 70 miliardi di interessi che ogni anno dobbiamo  pagare è chiaro che sarebbero destinati ad aumentare.

Infine, c’è da far capire agli studenti, visto che non lo capiscono i grandi, quanto l’euro abbia abbassato i prezzi  delle merci nell’area euro. Uno studio sui prezzi di consumo di beni con marchi Ikea, Zaza e H&M, ha dimostrato che in Danimarca, Svezia e Norvegia (paesi senza euro) i prezzi sono più alti che nell’area euro. E’ facile capire perché questo avvenga. In Italia queste grandi aziende mantengono i prezzi che ci sono in Francia e negli altri paesi dell’UE per ragioni di trasparenza, mentre in Svezia i prezzi sono più alti del 16%. Gli svedesi infatti non possono fare confronti con altri paesi e quindi se vogliono certi beni li devono pagare. Con la lira i prezzi sono destinati ad aumentare, come i tassi di interesse, come l’inflazione. Gli studenti possono capirlo, i demagoghi no.