Il rinoceronte di Fellini e la bandiera di Brunori

Nel film “E la nave va” (1983) di Federico Fellini, il rinoceronte (una femmina di nome Rina) è uno dei simboli più celebri e surreali della pellicola. Si trova rinchiuso nella stiva della nave Gloria N., da cui sale un odore insopportabile prima di essere issato sul ponte per essere lavato.
Dopo che la nave viene affondata da una corazzata austro-ungarica a causa dello scoppio della Prima guerra mondiale, il giornalista Orlando si salva su una scialuppa di salvataggio insieme proprio al rinoceronte, che rumina placidamente accanto a lui. Nella scena conclusiva, il protagonista guarda in camera e dice: «Lo sapevate che il rinoceronte dà un ottimo latte?»
Il rinoceronte (scolpito per il film da Valeriano Trubbiani) rappresenta una sorta di Arca di Noè tascabile, un elemento fiabesco e grottesco tipico del cinema felliniano. Ma fu lo stesso regista riminese a dire una volta che tutti i registi dovrebbero inserire nelle proprie opere elementi grotteschi, a cui sfugge a tutti, compreso l’autore, il significato. “Tanto poi il significato lo trovano i critici”. La lezione felliniana è stata appresa di certo da Paolo Sorrentino e da centinaia di altri registi che nelle proprie opere inseriscono misteriosi soggetti o oggetti.

Ma a me pare che soprattutto nella poesia e nella musica leggera o leggerissima i parolieri (alcuni dei quali intendono assurgere al ruolo di poeti) la furbizia felliniana trovi applicazione. L’uso delle parole e della metrica, essendo nella lingua italiana davvero difficoltoso, costringe l’autore a rifugiarsi in angolo lasciando all’interprete l’onere della spiegazione che nella sua testa non esiste. L’esempio più idiota che mi viene in mente lo faccio di proposito per un cantautore negato per i testi (la musica la copia), Zucchero, il quale in una sua canzone fu costretto a trovare la rima con Dio. Allora se ne uscì con “zio”, e quando gli chiesero cosa c’entrasse, disse che era un omaggio ad un orchestrale che tutti chiamavano zio.

Guia Soncini era al teatro-canzone di Brunori a Bologna. “A un certo punto c’è un pezzo favoloso in cui la questione «genocidio» viene dibattuta in una riunione milanese dove si parla in aziendalese… È allora che la signora di fianco a me tira fuori dalla sua borsetta la sua brava bandiera della Palestina, la dispiega, la solleva sopra la testa”. Verso la fine Brunori racconta che in ogni concerto, compreso il suo, c’è una scena che ormai c’è a tutti i concerti, quella che ti garantisce pubblicità gratuita perché fa finire il concerto nelle homepage di tutti i giornali, una foto che i giornalisti di spettacoli cercano perché quella bandiera rimanda al tema importante e così si guadagnano l’articolo in prima pagina.

Allora Brunori racconta di quella volta in cui dal palco vide uno che gli agitava la bandiera davanti perché vuole la prenda (neanche dice di che bandiera si tratti, non c’è bisogno: esistono altre bandiere, in questa stagione dell’economia dell’attenzione?). Lo vede e non sa che fare.

Se la prende il pubblico si esalterà, ma mica l’impegno politico può diventare marketing, mica si può perdere il diritto al silenzio, lui è pieno di dubbi e, siccome è uno che sa fare il proprio mestiere, descrive questo sbandieratore nel modo più facilmente credibile, come un ventenne, che «mi sorride come chi non ha nessun dubbio». Racconta infine Brunori quel che lui pensò: ora ho giusto «un minuto e venti per sciogliere il nodo mediorientale, loro sono ottant’anni che ci lavorano»

Ecco, anche la bandiera palestinese adesso è diventato un altro rinoceronte di Fellini. Chi la sventola, non importa che età abbia (io a vent’anni avevo la kefiah di Arafat, che ora è considerato un socialdemocratico se non peggio) è convinto di star contribuendo alla pace nel mondo.