Ti sanno solo dire: “Per vincere dobbiamo stare insieme”. Ma senza chiarezza non si vince

Schlein non accetta compromessi, anzi ha preso a vendicarsi rammentando a Conte che «era stato proprio lui a chiederci le primarie. Subito dopo il referendum sulla giustizia».

Chissà, forse l’ex premier Conte se n’è dimenticato. Forse a quei tempi riteneva di vincere.

Forse oggi non più, visto che — secondo i calcoli del Nazareno — «Elly» sarebbe in netto vantaggio nelle regioni del Nord, si troverebbe davanti nel Lazio, in Puglia e Campania, mentre perderebbe in Sardegna, Calabria e probabilmente in Sicilia. La forza della struttura di partito sarebbe insomma avvantaggiata rispetto all’organizzazione del Movimento. Allora si capisce perché, disinteressatamente, Conte vorrebbe fare a meno delle primarie.

Tanto che tra i democratici sia l’inner circle della segretaria sia autorevoli esponenti riformisti immaginano un «colpo a sorpresa»: l’annuncio del suo passo indietro per evitare la tenzone, l’offerta di appoggiare un candidato alternativo, l’idea di sostenere il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Se così fosse sarebbe come dire in pubblico che «con Elly non si vince». Se così fosse sarebbe una proposta irricevibile. Perché nessuno del Pd, nemmeno chi trangugia Maalox ogni mattina, potrebbe assecondare la decapitazione della segretaria. E insieme la messa in liquidazione del partito. Infatti già settimane fa il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia pronosticava, senza nutrire dubbi, che la sfida alle prossime elezioni sarà «Meloni contro Schlein. E vinca la migliore, cioè Elly».

Il fatto è che la guerra di logoramento sulla leadership sta consumando le energie del Campo largo, che pare aver smarrito la lucidità e sembra non accorgersi di quanto sta accadendo. Anche su piccoli-grandi dettagli. Nei giorni scorsi un sondaggista ha chiamato il democrat Graziano Delrio per metterlo sull’avviso: «Vi siete resi conto che oggi la somma dei partiti della vostra coalizione è più bassa rispetto alla somma del risultato che hanno ottenuto alle elezioni del 2022?».

E sia chiaro: è un falso problema la norma sull’indicazione del premier inserita nella nuova legge elettorale e contro la quale si sono scagliati politici e intellettuali di area. Intanto a naso — secondo Stefano Ceccanti — «la Consulta non la toccherà». E seppure dovesse scomparire, il centrosinistra non avrebbe superato le sue criticità. Il motivo è semplice: a detta del costituzionalista riformista infatti, «anche se i partiti corressero senza dover indicare un comune candidato a Palazzo Chigi, quale tasso di coesione mostrerebbero in campagna elettorale su un tema dirimente come la politica estera?».

I programmi sono redatti per non essere letti né applicati. Ma come risponderebbero i leader alla quotidiana domanda dei media: «Se andrete al governo, darete all’Ucraina le armi per difendersi?». L’interrogativo impone un «sì» o un «no». È senza chiarezza che «non si vince».