(3/9/26) Niente smoking, niente abito bianco, tantomeno il velo. Quando alle 11.30 di venerdì 3 settembre 1976 una Citroën accosta davanti alla Villa Comunale di via Palestro a Milano, dal sedile scendono addirittura insieme: lo sposo con una giacca a vento infilata alla rinfusa e un paio di jeans, la sposa invece indossa un completo verde, gonna, camicetta e un pesante golfone appoggiato sulle spalle. Così, con addosso la semplicità di una giornata qualunque, Lucio Battisti e Grazia Letizia Veronese, seguiti dai loro due testimoni (i cui nomi non sono mai stati resi noti), celebrano un amore destinato a durare davvero tutta la vita. E a segnare la storia della musica italiana. Bastano dieci minuti, il tempo di firmare i registri di stato civile, scambiarsi un bacio e stringere rapidamente la mano all’ufficiale celebrante, Paolo Malena. Poi di nuovo tutti in macchina, diretti a casa.
Oggi, cinquant’anni dopo, potrebbe sorprendere le modalità di queste nozze comunque «del secolo», anche se così distanti dai festeggiamenti sfarzosi che una celebrità di quel calibro avrebbe potuto permettersi. Ma per chi conosceva la storia della coppia non c’era nulla di cui stupirsi. Da subito, Battisti e Veronese avevano fatto del rifiuto dei riflettori un’intransigente battaglia (che dev’essere stata difficile allora, nell’epoca d’oro dei paparazzi, almeno quanto lo sarebbe oggi nell’era dei social network). Mai un’intervista, un’uscita «ufficiale», una foto mondana. Ecco perché sulle pubblicazioni affisse in Municipio era indicato solo l’annuncio dell’imminente matrimonio, senza specificare la data esatta. Un’omissione formale concessa ai due dall’amministrazione comunale per «validi motivi»: la ferrea volontà dei promessi sposi di evitare l’assedio di giornalisti, fotografi e curiosi.
Una riservatezza sempre più «radicale», che ha contribuito ad alimentare la leggenda attorno all’autore di capolavori intramontabili come Emozioni e La canzone del sole. Ma che all’epoca non era riuscita a fermare la macchina del gossip. Anzi, per il numero di Novella 2000 uscito in edicola la settimana successiva, «la decisione di adottare comportamenti decisamente “borghesi”, come la sanzione del sì davanti a un ufficiale di Stato civile, potrebbe essere non la conferma della solidità del rapporto ma l’ultimo atto di una rottura insanabile, per la quale c’è bisogno, anche dal punto di vista finanziario, di stabilire cosa è mio e cosa è tuo, ottenendo dalla legge una equa separazione di beni e affetti (ad esempio la custodia dell’eventuale prole)». In sostanza, secondo il settimanale si sarebbe trattato di una mossa legale per regolare la spartizione di beni e la custodia di Luca Carlo Filippo – il figlio della coppia nato more uxorio – in vista di una possibile separazione. Ma come sappiamo, la storia è poi andata diversamente.
In realtà, quel rito milanese celebrato lontano dai curiosi e immortalato solo da alcune foto rimaste negli archivi, rappresentava la naturale evoluzione di una convivenza che durava ormai da otto anni.
Una storia d’amore iniziata in una data precisa, il 28 gennaio 1968, quando Grazia Letizia incontrò Lucio al Festival di Sanremo, dove il cantante partecipava come autore del brano La farfalla impazzita. I due si fidanzarono ufficialmente l’anno seguente. Grazia Letizia, nata a Limbiate, in provincia di Monza, il 21 luglio del 1943, aveva iniziato la sua carriera nel mondo dello spettacolo negli anni Sessanta come segretaria del produttore discografico Miky Del Prete all’interno del Clan Celentano. Da quando ha incontrato il futuro marito gli è rimasta sempre accanto, fino alla scomparsa di Battisti nel 1998, a 55 anni e dopo un ventennio di totale silenzio pubblico.
Un sodalizio totale, blindatissimo, e proprio per questo così chiacchierato. Tanto che ancora oggi molti in rete chiamano Grazia Letizia Veronese la «Yoko Ono del pop italiano», considerandola la vera responsabile della rottura tra Battisti e Mogol, storico paroliere del cantante, provocata dai contrasti sulla gestione dei diritti d’autore.
«Delle persone io dico bene, oppure taccio. In questo caso taccio», disse anni fa il paroliere intervistato da Claudio Sabelli Fioretti. E all’indomani del «divorzio» artistico tra Battisti e Mogol, nel 1982 è stata la stessa Grazia Letizia Veronese a scrivere i testi dell’album della «svolta elettronica» del marito, intitolato E già, firmandoli con lo pseudonimo-acronimo di «Velezia».