Antonio Polito spiega in modo chiaro la grande frattura

L’apparato investigativo e repressivo dello Stato ha battuto ieri un colpo. Forse due. Ha individuato la presunta «mente» del neonato movimento «17 ottobre», prosciugando il flusso di regia che avrebbe dovuto reggere un’altra giornata di violenze a Milano. E, dall’altro lato, ha presidiato in maniera si potrebbe dire «militare» le città, contenendo i manifestanti e fiaccando i tentativi di ripetere le devastazioni di sabato scorso.

A Torino, a Bologna e a Roma, epicentri sempre più ad alto rischio, non è stato possibile ottenere quel risultato senza nuovi scontri e incidenti.

Vedremo che frutti darà l’inchiesta aperta, aggravata dall’ipotesi di «finalità di terrorismo», contro il ricercatore e pubblicista Youssef Siher; sappiamo per ora solo che si svolgerà con le garanzie e le regole del nostro disprezzato Stato di diritto. In ogni caso, prevenire e reprimere i reati è cosa buona e giusta.

Ma è meglio non farci eccessive illusioni: non è finita qui. Se lo Stato ha dimostrato ieri la sua «potenza», l’impressione è che la società italiana sia ancora impotente di fronte al fenomeno cui stiamo assistendo e ai movimenti di piazza che genera.

Impotenza innanzitutto dei genitori. Di noi genitori. Sorpresa, sconcerto, l’improvvisa scoperta di non conoscere i propri figli. Non è giusto biasimare oltremodo le famiglie dei ragazzi fermati per le violenze. Chi è senza peccato scagli la prima pietra. In ogni famiglia potrebbe accadere. Il fatto è che è in corso la più grande rivoluzione nel modo di capire il mondo e di leggere la realtà dai tempi dell’invenzione della stampa: la tecnologia digitale applicata alla comunicazione ha aperto un baratro non facilmente colmabile tra una generazione e l’altra. Questa non è soltanto una ribellione ai padri, come in tanti altri momenti della storia. Questa è una secessione dal mondo dei padri e delle madri. Un rifiuto della tradizione, intesa in senso letterale: cioè come trasmissione di saperi e di valori da una generazione all’altra.

Impotente sembra anche la classe dirigente, soprattutto quella che si esprime attraverso la politica.

La destra dà una spiegazione ideologica di tutto ciò che sta accadendo: è il solito ribellismo anarcoide che la sinistra coltiva nel suo seno, votate per la legge, l’ordine e la disciplina e tutto questo finirà. La sinistra dà una spiegazione sociologica: è una generazione senza lavoro, senza prospettive, senza un’istruzione all’altezza, investiamo nell’edilizia scolastica e nell’assistenza sociale e tutto questo finirà. Da un lato una risposta securitaria, dall’altro l’illusione di poter curare ogni male con la spesa pubblica.

Ma sembra finora del tutto assente una comprensione delle origini culturali del sommovimento giovanile. Mentre invece forse è proprio lì, nella testa e nei miti dei ragazzi, che si annida il pericolo più grande.

Le frange più estreme del movimento pro-Pal e la subcultura metropolitana dei maranza hanno questo in comune: entrambi disprezzano l’Occidente, la sua storia, le sue istituzioni, i suoi valori. Entrambi pensano che siamo noi, l’Europa, la causa dei mali del mondo e perfino del loro malessere esistenziale. Entrambi propongono un modello oggi sempre più vincente tra i giovani delle nostre città. Il fatto che tra i fermati per gli incidenti di sabato scorso la proporzione tra italiani di seconda generazione e italiani-italiani fosse pressoché pari non deve stupire. Quando un messaggio culturale è dominante, conquista anche fuori dal suo ambito. Il “professorino” di origine marocchina fermato ieri parlava anche ai giovani italiani che sfilano per la Palestina, esattamente come un rapper di origini nord-africane parla anche ai ragazzi nati e cresciuti in Italia.

Se questo è vero, allora è di una risposta culturale che ci sarebbe bisogno. Ma oggi, diciamoci la verità, l’Italia non è in grado di darla. Troppo sfrangiata al suo interno. Troppo divisi i partiti e gli schieramenti. Troppo trascurati, annebbiati, dileggiati i valori che potrebbero e dovrebbero unirla intorno a un progetto di sviluppo e di inclusione per tutti, ma sulla base di una robusta religione civile, fondata sulla libertà e la democrazia rappresentativa.

Tolto Mattarella, chi è oggi la personalità della politica, della cultura, dell’Università, dello spettacolo, che è capace di fare un discorso credibile in nome dei valori repubblicani?

Perfino la Costituzione, che dovrebbe unirci tutti, è diventata oggetto di contesa partigiana tra chi non ha partecipato a scriverla e chi se ne vorrebbe appropriare fino al punto da metterla nel titolo di un’alleanza elettorale.
E invece solo una società coesa e concorde sull’obiettivo del bene comune potrebbe affrontare in maniera matura l’emersione anche in Italia, dopo gli Usa e in contemporanea con la Francia, del problema più grave dei nostri tempi: una frattura culturale, e spesso anche etnica e religiosa, che attraversa le famiglie, le classi scolastiche, le piazze e i muretti delle nostre città.

Non sappiamo ancora che effetti può provocare: oggi è difficile escludere il peggio. Proprio per questo le persone di buona volontà dovrebbero rinunciare alle baruffe quotidiane, alla pantomima dell’odio reciproco cui assistiamo quotidianamente (ma può un ministro della Repubblica mettersi in mostra tra i parà della Folgore in una giornata come ieri? può un aspirante sindaco di Milano partecipare a un corteo di manifestanti?) e dare una mano a ritrovare ciò che ci può unire, per scongiurare il pericolo