Gli studi, e più ancora le ricerche, servono a capire dove si sta, in quali dinamiche ci si è impigliati e come venirne fuori. Altrimenti non servono a niente. Prendiamo l’Anima Politica degli Italiani, che ci «spiattella» cinque cluster, ovvero i cinque raggruppamenti in cui si divide oggi la popolazione italiana e che determineranno inevitabilmente gli esiti elettorali. Se consideriamo che la metà della popolazione, o anche più, alla domanda su chi voterà, non risponde, dice «non lo so» o, peggio, dichiara che non andrà a votare, si capirà quanto sia inutile avvinghiarsi alle oscillazioni di un punto percentuale senza capire i «moventi» politici della gente: letteralmente, ciò che la muove a votare e a scegliere per chi.
Se mettiamo in relazione la mappa che emerge dallo studio con le primarie del centro-sinistra, scopriremo una verità oggi ampiamente sottaciuta, ma fondamentale. Andiamo però con ordine. Vediamo prima i cinque raggruppamenti. Non badate troppo ai nomi: sono evocativi, allertano il pensiero e invitano ciascuno a farsi un’idea della sostanza di cui è fatto ogni gruppo.
1)Il più piccolo, quello dei «Silenziosi», vale il 7,9 per cento e non si occupa affatto della cosa pubblica: sta fuori dal circuito politico in tutti i modi. Lo registriamo e ci fermiamo qui.
2)Il secondo gruppo, «Periferia chiusa», con il 13,3 per cento, è un enigma già nel nome, ma raccoglie persone molto attente a ciò che accade intorno a loro e del tutto indifferenti alle questioni più ampie, nazionali e ancor più internazionali. Vogliono meno immigrazione, vivono la criminalità con fortissima preoccupazione e ansia e perciò domandano più sicurezza. In sostanza, hanno idee nette, alimentate dai social, su ciò che li circonda; idee vaghe, quando non assenti, su ciò che non possono percepire quasi fisicamente.
Veniamo ai tre gruppi più importanti dal punto di vista elettorale: i due precedenti hanno, peraltro, un livello di partecipazione al voto molto basso. Due dei tre sono facilmente «leggibili» e hanno un peso pressoché equivalente.
3)I «Sovranisti securitari» (20,1 per cento) condividono grosso modo i temi più frequentati dalla destra: freno all’immigrazione, bisogno di sicurezza, domanda di leggi e pene severe contro la criminalità. Sono favorevoli all’Europa, ma con tendenze isolazioniste.
4)Il gruppo pressoché simmetrico è quello dei «Progressisti europeisti» (21,8 per cento): nettamente favorevole allo sviluppo della dimensione europea in tutti i campi, inclusa la difesa. Anzi, soprattutto nella difesa. Avvertono anche loro il problema della sicurezza, ma con minore intensità; sono per un’immigrazione aperta, ma regolata.
Se vogliamo dirlo con il beneficio dell’approssimazione, i due gruppi sembrano rispecchiare il dibattito dei talk-show televisivi. Sono certo meno estremi di quel dibattito, ma in qualche modo vi si ritrovano.
5)La sorpresa più grande, e più importante, viene dal gruppo più numeroso: il 36,8 per cento. Il nome, «Moderati di governo», conserva una qualche ambiguità, ma le loro posizioni sono tutt’altro che ambigue. Sono favorevoli all’Europa e alla sua difesa, che vorrebbero però ancorata o collegata a quella americana; sostengono l’Ucraina, ma sulle armi dicono prudenza: «Sosteniamola, senza farci coinvolgere troppo». Sono molto preoccupati per la sicurezza e per l’immigrazione. Su quest’ultima, come su tante altre questioni, esprimono posizioni molto varie, ma sono lontani sia da chi vorrebbe pochi limiti agli ingressi, sia da chi vorrebbe fermarli del tutto o addirittura arrivare alla remigrazione. Dicono: «Controlliamo, facciamo in modo che l’immigrazione si adatti al paese e ai suoi bisogni, anche lavorativi». Sono decisamente contrari agli ingressi illegali e farebbero eccezione solo per chi fugge dalle guerre o da eventi catastrofici. In questo gruppo regna una sorta di «buon senso». Per usare un’immagine statistica, occupano la parte centrale della curva di Gauss: su ogni argomento preferiscono posizioni «ragionevoli», lontane dagli estremi. Immigrazione sì, ma regolata; avvertono il pericolo russo, ma non lo considerano imminente e ritengono comunque necessario rafforzare le difese; criticano le azioni del governo di Israele, ma pensano che quel paese debba continuare a esistere e a difendersi. E, rispetto allo scontro politico, chiedono che su due o tre cose importanti – sicurezza, immigrazione, giustizia – destra e sinistra si accordino, per poi scontrarsi su tutto il resto. La parola «moderati» forse non è la migliore per descriverli. È vero che condividono più degli altri le posizioni mediane sulle tematiche controverse, ma sono molto determinati ad accogliere e sostenere chi prova a risolvere i problemi, a dare una direzione concreta all’azione di governo. Perciò nella definizione si aggiunge «di governo». In qualche modo, ed è il modo più importante, rappresentano oggi il baricentro delle correnti politiche italiane.
Agli intervistati è stato chiesto di collocarsi nella geometria politica – sinistra, centro-sinistra, centro e così via – senza un esplicito riferimento al partito eventualmente preferito. La scoperta è che quasi il 60 per cento di questo gruppo si colloca nel centro-destra e quasi il 40 per cento nel centro-sinistra. Il problema per lo schieramento di sinistra è evidente: potrebbe contare sul suo consueto «mercato» di riferimento, quello dei «progressisti», ma soltanto su una parte minoritaria del gruppo più numeroso, che si distende come un arco fra i due schieramenti. Se quest’arco fosse esile, avrebbe poca influenza. Ma quando raccoglie il gruppo più numeroso, diventa decisivo: sia perché sovranisti e progressisti hanno un peso pressoché equivalente, sia perché i moderati di governo sono quelli con la maggiore mobilità elettorale.
Un’ultima osservazione ci porta direttamente alla questione delle primarie. Agli intervistati è stato anche chiesto quale leader politico sia oggi il migliore per gestire la complessità della politica: Giuseppe Conte ed Elly Schlein sono i preferiti fra i «progressisti», mentre fra i «moderati di governo» viene indicata Giorgia Meloni.
Il punto è allora questo. Se le primarie, sempre che si facciano, saranno ristrette a quei due nomi, finiranno per richiamare ciascuno al proprio partito d’appartenenza: non proprio lo spirito con cui sono nate. Il dibattito si svilupperà tutto all’interno di quel 21,8 per cento dei «progressisti» e gli argomenti saranno sempre più orientati a conquistarne il favore.
Con il rischio concreto di allentare la presa e l’attrazione proprio sul gruppo di maggioranza relativa della popolazione, i «moderati di governo». In sostanza, non è detto che la piattaforma ideale per vincere le primarie sia poi la migliore per vincere le elezioni.