Farai il commissario Ue. Il dono del pd a Conte rispedito al mittente

Temere gli alleati e i doni che portano è la prima regola del Campo largo. E l’ex premier l’ha applicata. Non solo perché — come racconta un autorevole esponente di M5S — «era un assegno postdatato», da incassare nel 2029. Ma anche perché rischiava di essere scoperto. Tre anni in politica sono un’era geologica, di qui ad allora non si sa chi e come avrebbe potuto garantirgli la promessa.

È stato elegante il modo in cui Conte ha mandato a farsi benedire il messaggero del Pd. Ancora più significativo il silenzio che ha accompagnato l’altra parte della proposta: perché in attesa di una poltrona a Bruxelles, gli veniva suggerito di giocarsi comunque le carte per la poltrona di Roma: quella del presidente della Repubblica. E lì ha avuto la netta percezione che invece di un «futuro alla Prodi» gli volevano far fare la fine di Prodi.

A parte le insidie incartate nell’offerta, Conte non poteva accettarla per ragioni politiche: con una simile mossa, incoronando cioè la segretaria del Pd come sfidante di Giorgia Meloni, avrebbe corso il rischio di alienarsi un pezzo consistente del suo elettorato. E di perdere alla lunga il controllo del Movimento. Non è chiaro se l’idea di proporre a Schlein il «terzo nome» per evitare le primarie sia stata una carineria per ricambiare il dono. Certo è che «Elly», a sua volta, non poteva che rifiutare.

La leader dem infatti è condannata a correre per Palazzo Chigi, non ha alternative. Non è soltanto un (legittimo) desiderio di affermazione personale. È una necessità. Se accettasse un compromesso, se facesse un passo di lato, il suo destino nel Pd sarebbe segnato anche in caso di vittoria alle elezioni. Perché lentamente e progressivamente verrebbe fagocitata da un partito che per tradizione non ha mai fatto prigionieri al suo interno. Specie con i suoi segretari. «Ma come si fa a non capirlo», s’inalbera uno dei maggiorenti più vicini a «Elly». Che elenca la schiera di leader rottamati.

Alcuni dirigenti contestano a Schlein l’errore di non aver indetto il congresso subito dopo le elezioni europee, così da fare piazza pulita degli avversari interni, anticipandone i giochi. Ed è vero che per proseguire nel suo mandato da segretaria ha dovuto accettare un compromesso, garantendosi la proroga. Ma è altrettanto vero che in passato chiunque abbia provato a blindarsi come leader, candidando in massa i propri sostenitori nelle liste, è stato comunque giubilato alla prima incertezza. Ogni squalo nel Pd è stato vittima dei suoi stessi piranha.

Perciò, così come Conte non può cedere a Schlein, anche Schlein non può cedere a Conte. L’idea di mandare «Giuseppi» in Europa equivale alla proposta di trovare un candidato di mediazione. E la segretaria del Pd sa che le pressioni su di lei non si arresteranno, e che prima della convocazione delle primarie «si faranno fortissime». Lo scudo che si è garantita con la decisione assunta la scorsa settimana dai vertici del partito non impedirà al capo dei Cinquestelle di sferrare quello che dirigenti vicini a Elly definiscono «un ultimo colpo ad effetto, con il quale cercherà di metterci in difficoltà».

Conte avrà il supporto di una serie di sostenitori contigui al Pd. Il primo a farsi avanti ieri è stato Massimo D’Alema, che ha rivolto una «raccomandazione» ai due alleati: «È il momento della sintesi». Finora i nomi della «sintesi» hanno prodotto un’irritazione contenuta a stento dai sostenitori di Schlein: «Pier Luigi Bersani? Un galantuomo che però non ha vinto le elezioni e ha lasciato il Pd. Quale segnale manderemmo ai nostri elettori? E Roberto Gualtieri? Ai comizi Meloni gli ricorderebbe che da ministro dell’Economia ha fatto saltare i conti dello Stato con il Superbonus».

Questo è il clima. Che tenderà ulteriormente a surriscaldarsi. Tra la stesura del programma, la definizione delle regole per la sfida e un minimo di competizione nelle piazze, l’appuntamento con le urne per il candidato premier del Campo largo non si dovrebbe svolgere prima della fine di gennaio dell’anno prossimo. Nel Pd temono che tre mesi di duelli tra Schlein e Conte possano compromettere la vittoria alle Politiche. È iniziata la campagna elettorale per le primarie del centrosinistra. Saranno senza rete.