Nel 2014 nel film Smetto quando voglio (diretto da Sydney Sibilia), scoprii un attore che si chiama Valerio Aprea. Il suo ruolo era quello di Mattia Argeri, un latinista che, a causa dei tagli all’università e della mancanza di sbocchi lavorativi, era costretto a sbarcare il lunario facendo il benzinaio.
Viene reclutato da Pietro Zinni (Edoardo Leo, il protagonista e neurobiologo) per entrare a far parte della “banda” di ricercatori. Sfrutta le sue competenze umanistiche (la profonda conoscenza del latino, del greco antico e delle lingue morte) applicandole in contesti criminali insieme all’altro latinista del gruppo, Giorgio Sironi. Costituisce il “braccio” (spesso violento o sopra le righe) del gruppo, contribuendo alla produzione e allo spaccio di un innovativo “smart drug” legale per fare soldi e riscattarsi socialmente.
Rivedo Aprea in una serie tv, A casa tutti bene (2021-23) di Gabriele Muccino. Interpretava il personaggio di Sandro Mariani, che faceva parte del ramo dei Mariani, la famiglia legata alla storica proprietà del ristorante. Nel corso della storia, il suo personaggio affronta vicende personali complesse e delicate, tra cui un percorso legato all’Alzheimer. Da notare che per queste due opere ha ricevuto due candidature al David di Donatello, come attore non protagonista e anche per il migliore attore protagonista in una serie. Quindi si è ormai imposto anche al cinema e in tv, soprattutto quando, dal 2020, ha iniziato una collaborazione con il programma televisivo Propaganda Live, dove ha letto e interpretato una serie di monologhi scritti da vari autori (in particolare Mattia Torre). Sua l’invenzione, in collaborazione con il fumettista Makkox, del Fantacitorio, un fantasport basato sulla cronaca politica. L’attività di “reading” l’ha continuata anche a teatro, dove è nato come attore e dove ancora oggi si cimenta in monologhi o spettacoli di grande successo. Aprea (Roma, 11 aprile 1968) viene da una famiglia benestante, il padre architetto e lo zio Bruno direttore d’orchestra, mentre il nonno Tito era musicista e compositore.
Ai primi di ottobre, a Tintoria, un podcast di Tinti & Rapone, Aprea è stato ospite e ha avuto modo di raccontare la sua vita artistica, i suoi incontri, collaborazioni, le sue idee. Come ha fatto anche in un altro podcast di Malcom Pagani,
Dicono di te. Sono due lunghe interviste che consiglio a tutti quelli che sono interessati alla recitazione, al cinema, al teatro. Ma soprattutto a chi, di questi tempi, ha bisogno di svago ascoltando una persona non solo acuta, ma capace di introspezione, di humour, di grande ed intensa umanità. In teatro, al cinema, ci sono tantissimi tromboni (vorrei fare un solo nome del tutto opinabile, Michele Placido), narcisisti o vanagloriosi. Poi ci sono i grandi, tipo Umberto Orsini (1934), uno degli attori teatrali più carismatici che abbiamo ancora, il quale si è dedicato soltanto al teatro, anche se da giovane ha fatto tv ed è stato suo malgrado sui rotocalchi, come Corrado Pani per esempio. Orsini è un altro che nelle pochissime interviste che ha dato, ha cose, idee, da comunicare e lo ha fatto sempre con misura e senza mai darsi arie o presumere troppo da sè. Eppure ne avrebbe piume da esibire. Ecco, Aprea mi pare un attore, di origine teatrale, che deve il suo successo commerciale soltanto ad una grande gavetta, agli incontri giusti, innanzitutto con un autore come Mattia Torre (1972-2019), oltre che ad un estro e una tecnica sopraffine. Sentirlo parlare, spiegare, raccontare, allora, è un esercizio salutare. Divertente e profondo. A proposito del genio Mattia Torre, Aprea ha fatto parte del cast della serie televisiva di culto Boris per tutte le quattro stagioni andate in onda, nonché nel film omonimo, interpretando uno degli sceneggiatori dell’immaginaria serie Gli occhi del cuore.