“Ci troviamo costretti a subire gli effetti devastanti del carovita a causa di uno stato di guerra permanente nel quale ci siamo ritrovati senza che nessuno ci abbia chiesto il permesso. Noi stiamo già organizzando i disertori, le vostre guerre fatele nel vostro giardino chè nel nostro noi non giochiamo con i soldatini. Aumenta il costo della benzina, aumenta il costo delle bollette, aumentano i prezzi dei prodotti nei supermercati, aumentano gli affitti, mentre i salari da decenni restano fermi. Nessuno può curarsi più se non ha i soldi per pagare di tasca propria, medici e infermieri vanno via mentre arrivano poveracci da tutto il mondo disposti a tutto per sostituire una popolazione di soli vecchi. Nel frattempo si smantella lo stato sociale, tagliando diritti e qualsiasi forma di sostegno per le famiglie, donne e bambini. In alto si barcamenano con ritocchi delle accise o invocazioni ai petrolieri di Stato esaltando occupazione aumentata non si sa dove non si sa come. Tutto questo per provare a bloccare la mobilitazione diffusa che ogni giorno cresce in tutto il paese. È arrivato il momento che ogni cittadino scenda in strada”.
DOMANDA Questo brano è stato scritto dall’estrema destra, o dall’estrema sinistra, da fascisti, o comunisti, o nazisti, o cattolici, o apolitici o centri sociali? Da sovranisti o da europeisti, esponenti del governo oppure dell’opposizione? Da amici di Trump oppure di Putin o di Thiel o da scout oppure da Amish? Da parlamentari o da cittadini comuni? Da intellettuali o da poveri cristi?
Tobias Rausch, 35 anni, è il primo esponente di Alternative für Deutschland eletto presidente di un parlamento regionale tedesco, quello della Sassonia-Anhalt. Ha avuto 48 voti a favore, 29 contrari e 5 astenuti. AfD da sola non bastava. Sono stati decisivi i voti del BSW di Sahra Wagenknecht, partito di sinistra in economia e vicino all’estrema destra su migranti, vaccini e soprattutto Mosca. Wagenknecht non ha nemmeno finto imbarazzo: «Il BSW mette fine all’idiozia del cordone sanitario!». È la fotografia di un’Europa in cui destra e sinistra radicali si incontrano. Le uniscono la diffidenza verso Bruxelles e la «comprensione» verso il Cremlino. In Italia lo chiamiamo rossobrunismo. In Germania lo hanno appena visto all’opera in un’aula parlamentare. In Francia non va meglio. Il 23 settembre Jean-Luc Mélenchon, candidato della France Insoumise all’Eliseo, ha detto che bisognerebbe «forse chiedersi» se la crescente minaccia russa in Europa non abbia «un rapporto con i tiri in profondità che fa l’Ucraina». Ha ammesso che la Russia «è l’invasore», ma ha aggiunto: «chi può immaginare che un Paese lasci attaccare la propria capitale senza dare alcuna risposta?». I suoi deputati si erano astenuti nel 2022 sulla risoluzione che condannava la guerra russa e nel 2024 avevano votato contro l’accordo di sicurezza con Kyjiv. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot lo accusa di «compiacenza verso Vladimir Putin». Il paradosso è che pochi giorni prima Marine Le Pen aveva accusato il Cremlino di «orchestrare» l’escalation. Sulla Russia l’estrema sinistra francese è finita più a est dell’estrema destra. L’altro ieri, in un convegno alla Luiss, Stefano Bonaccini ha espresso grande preoccupazione per le destre europee legate a Putin. È una preoccupazione sacrosanta, e non è nuova. Ad agosto, a Viareggio, il presidente del PD diceva che «con le magliette di Putin in Piazza Rossa non ci andavamo certo noi» e respingeva come «offensiva» l’etichetta di «campo Lavrov» usata da Pina Picierno: «noi con Putin non abbiamo niente a che fare». Nel suo elenco, però, Mélenchon e Wagenknecht non c’erano. Nella stessa intervista gli chiesero se Conte, con le sue posizioni sulle armi a Kyjiv, rischiasse di diventare il «Vannacci del campo largo». Bonaccini non rispose sul merito. Disse che «non sarà difficile trovare una soluzione comune», perché nessuno vuole ripetere la divisione del 2022. E aggiunse che con M5S e AVS «a parte l’Ucraina» la pensano allo stesso modo su tutto. Ieri ha ribadito: «questa volta la coalizione è unita». Peccato che dall’altra parte del tavolo la soluzione comune nessuno la cerchi. Conte ha fatto votare agli iscritti il no alle armi a Kyjiv e al riarmo europeo, con percentuali oltre il 90 per cento. Poi ha avvertito gli alleati: «Abbiamo ricevuto un mandato preciso… Se viene fuori un progetto diluito, annacquato, io a questo non mi presto». Non è una posizione negoziale, è una condizione. «A parte l’Ucraina». Ecco il punto. In politica estera oggi l’Ucraina non è un dettaglio: è il criterio che separa chi sta con l’Europa da chi vuole consegnarla a Mosca. Bonaccini lo usa per giudicare le destre europee, poi lo mette tra parentesi quando si tratta del suo alleato. Conte, che pure guidò un governo con quel famoso Salvini della Piazza Rossa, oggi dice: «Con le armi abbiamo dato, adesso c’è una svolta negoziale». Sostiene che l’Ucraina sia «un Paese assolutamente armato» e che «il popolo ucraino diserta». Promette che da premier, subito dopo Zelensky, «chiamerei Putin». Chiama il riarmo europeo un’«illusione di sicurezza» che «ci sta facendo rotolare in guerra». Agita lo spettro di AfD, ma con gli stessi argomenti del BSW, il partito che a Magdeburgo ha appena portato AfD alla presidenza del parlamento. E con la stessa logica di Mélenchon, per cui il problema non è chi invade ma chi si difende troppo. La lezione che arriva da Berlino e da Parigi è semplice. Le distanze da Putin non si misurano con le etichette di destra o di sinistra, ma con i voti su sanzioni, armi e difesa comune. A Magdeburgo il muro è caduto perché qualcuno a sinistra ha deciso che l’avversario comune contava più delle differenze, e lo ha chiamato fine di un’«idiozia». È lo stesso ragionamento che regge il campo largo: prima battere Meloni, poi si vedrà. Prima di fare la morale alle destre d’Europa, Bonaccini dovrebbe dire agli elettori quale politica estera avrebbe un governo con Conte. Altrimenti il rischio è scoprire che il muro italiano aveva già una porta aperta, e che a tenerla aperta era il PD.