Ormai Giuseppe Conte ha impresso il suo sigillo al campo largo costringendo Elly Schlein ad inseguirlo. Dopo più di tre anni di leadership, si può concludere che la segretaria del Pd ha solleticato il populismo, ivi compreso il pacifismo più istintivo, e ne è stata alla fine fagocitata. La sua guerra di posizione nei confronti del Movimento 5 stelle si conclude con il peggiore dei risultati: l’egemonia di Conte.
L’ultima e forse decisiva conferma di questo stato di cose c’è stata ieri. Il pasticcio parlamentare (insipienza o furbizia?) ha fatto sì che la risoluzione del partito unico Pd-M5s-Avs, con la richiesta che lo scostamento di bilancio non fosse destinata all’acquisto di armi, non è neppure arrivata al voto perché, per regolamento, preclusa dopo l’approvazione del documento della maggioranza. Forse non si erano nemmeno resi conto, i capi del partito unico, che il loro solenne testo sul quale avevano lavorato tre giorni sarebbe finito nel cestino. Tuttavia, agli atti resta un documento molto contiano – no alle armi! – che i riformisti del Partito democratico non avrebbero votato.
Tra l’altro, in tutto questo, viene totalmente ignorato l’impegno per l’Ucraina, e proprio nelle ore in cui Kyjiv è massacrata dai missili di Putin. Viva il regolamento, perciò, che ha evitato una frattura del campo largo e dentro il Pd in Parlamento. Frattura che però resta. Infatti, sarà poca cosa, ma i riformisti del Pd si sono astenuti sulla risoluzione di Azione, e hanno votato a favore degli impegni per il Safe contenuti nelle risoluzioni di Più Europa e Iv. Contrariamente alle indicazioni date dalla segreteria Pd, ovvero di astenersi su Iv e Più Europa e bocciare i documenti di Azione, maggioranza e Futuro nazionale.
È una frattura minoritaria, però, e nemmeno tanto coraggiosa. Resta la sostanza della vicenda di questi giorni. L’offensiva di Conte è stata molto abile: portare ai gazebo la questione delle armi e del sostegno militare all’Ucraina. Trasformando le primarie in un referendum sul riarmo e sul pacifismo, l’avvocato del populismo avrebbe buone, se non ottime, possibilità di battere la povera segretaria del Pd e quindi candidarsi a Palazzo Chigi.
Lei non intende regalare a Conte i voti di una parte del suo partito che si ritrova sulla linea di quest’ultimo, cioè quella espressa per l’ennesima volta da Goffredo Bettini sul Corriere della Sera. Meglio dunque assumere lei stessa quelle posizioni, sterilizzando l’appeal pacifista dell’uomo di Volturara Appula. Per essere pari ai blocchi di partenza. Schlein confida poi nella residua macchina del partito, sommata a quella della Cgil e collateralismi di vario tipo, che dovrebbe fare la differenza. Chissà se funzionerà.
Perderà consensi europeisti e liberali? Poco importa, il piano del Nazareno è questo: i nostri ci voteranno. Il risultato politico è chiarissimo: il campo largo Pd-M5s-Avs da oggi si colloca su una posizione contraria a quella dell’Europa (Conte lo ha detto esplicitamente a Capalbio) e di conseguenza non ostile a quella del Cremlino.
D’altra parte, ieri il capogruppo contiano Riccardo Ricciardi ha gridato alla Camera: «La Russia ci sta minacciando davvero? Cioè, noi pensiamo che la Russia venga in Italia a invaderci? Un Paese di quelle dimensioni, con quelle risorse, ma veramente può venire a fare la guerra a Roma?». È quello che già aveva detto Conte: «La Russia non è un pericolo» (lo stesso Conte che, ai tempi del Covid, da Palazzo Chigi ha invitato l’esercito russo a sfilare lungo l’Italia).
E così alle primarie avremo due candidati che diranno più o meno le stesse cose: il campo largo è unito su una posizione antieuropea con solo un po’ di gente sparsa a dire no, i riformisti dem, e forse i centristi…
L’avvocato del populismo sta dunque vincendo. È qui che si misura il successo politico del leader del Movimento Cinque Stelle. Non tanto nell’aver conquistato formalmente la guida della coalizione, quanto nell’averne orientato il baricentro. Quando è il tuo avversario a spostarsi sul terreno che hai scelto tu, significa che una parte della partita l’hai già vinta. La linea la detta lui. Il Pd segue, come le pecore il loro pastore.