Maldini spiega tutto ma esalta troppo Berlusconi e Pirlo

L’intervista di Maldini data a Cazzullo sul Corriere è perfetta, nel senso che spiega quel che si era capito: alla fine l’allenatore della Nazionale l’ha voluto scegliere Malagò, invece i patti erano che la scelta toccasse a Maldini.

Non entro nel merito della sua incomprensibile scelta di Pirlo, dopo aver sondato Guardiola, ma resta il fatto che Malagò è venuto meno alla parola data. Maldini ha spiegato bene il suo progetto: «In Lega ho raccontato il nostro progetto, incentrato su due binari diversi. La rifondazione del calcio italiano richiede tempo. Formare nuovi talenti e una nuova mentalità è un percorso lungo. Imponeva di creare un nuovo movimento in cui fossero coinvolte tutte le componenti federali: serie A, serie B, serie C, dilettanti, le associazioni degli allenatori, dei giocatori, degli arbitri. E poi c’era l’altro binario, o se preferisce l’altro treno, che doveva viaggiare molto più veloce: perché tra meno di due mesi giochiamo con Belgio, Turchia e Francia per la Nations. Dovevamo sia preparare il domani, sia far bene oggi. E ricominciare a vincere».

Ciò detto, non mi convince affatto il giudizio che Maldini dà di Berlusconi. Le sue parole sono queste, testuali:

Cazzullo: Il suo modello è il Milan di Berlusconi?

«Berlusconi è stato un modello di gestione. Ha vinto tutto spendendo meno di altri club che hanno gettato miliardi prima di vincere…».

Si riferisce all’Inter?

«No. Penso a squadre straniere, dal Chelsea al Psg. Il Milan di Berlusconi andrebbe studiato. Ha insegnato che la struttura dell’azienda in cui lavori è fondamentale, che è importante il rispetto del ruolo: chi doveva decidere decideva, e poi veniva giudicato per quello. Mi pare che non si usi più. La base di qualsiasi contratto di lavoro è prendersi le proprie responsabilità. Se sbaglio, sbaglio con le mie idee. Ma Berlusconi non cambiò soltanto la gestione».

L’idea che il Cavaliere fu nel calcio più illuminato dei presidenti del Psg e del Chelsea è falsa. Tento di spiegare perchè.

Tutti ricordiamo l’esordio del Cavaliere in serie A. Donadoni dall’Atalanta stava per passare alla Juve, arrivò lui e cambiò le carte in tavola: aprì il blocchetto degli assegni e convinse gli orobici. Il fatto, che nessuno ancora ricorda in quest’Italia di amichetti smemorati, è il modo in cui il Cavaliere si è impadronito del mercato italiano. E’ un modo simile a quello dell’attuale Lotito il quale, come si sa, ha fatto della Lazio una delle società della galassia societaria che controlla, per cui la contabilità della Lazio è confusa e nascosta nel calderone generale. Il Cavaliere fece lo stesso, spese per il Milan soldi della Fininvest e Galliani è così assurto a re del mercato. Quando Marina tagliò il legame, Galliani dimostrò tutti i suoi limiti, ricorderete che per portare al Milan tale Destro andò a casa sua per convincerlo e finì su tutti i giornali. Voglio dire che chiunque di noi è in grado di fare il mercato se ha disponibile un c/c aperto e solvibile. Il difficile è fare le nozze con i fichi secchi, come tocca alla maggior parte delle squadre di calcio.

Il Cavaliere ebbe il merito di scovare Sacchi, di promuovere Capello, di prendere Ancelotti come allenatore, ma in Italia è stato come il Psg in Francia, il Real in Spagna, il Chelsea in Gran Bretagna. Quando Marina gli disse basta, come passatempo si prese il Monza, l’ha portato in serie A e poi l’ha ceduto.

Non so perchè Maldini, e tanti altri come lui, osannano il Cavaliere, che ha i suoi meriti ma i successi li ha ottenuti con le tv grazie alle leggine di Craxi, e col calcio grazie ad un budget superiore (così come nel tempo è avvenuto alla Juve e all’Inter). Nel calcio italiano i successi veri sono stati ottenuti da presidenti di squadre provinciali, Roma, Fiorentina, Verona, Sampdoria, Napoli, Cagliari. Fare le squadre forti con i soldi della Fiat o di Fininvest o della Saras di Moratti è molto più agevole.