Ho avuto sempre molto chiaro che fare politica in maniera attiva sia un duro lavoro. Già fare il parlamentare è diverso che fare il consigliere comunale. In parlamento su ogni questione trovi intorno a te chi è competente e ti accodi. Per i consiglieri comunali, visto il numero ristretto, ci sono temi, non solo di bilancio, che non sai affrontare, che non puoi con tutta la buona volontà studiare, e quindi ignori molte questioni. Basta seguire una seduta del parlamento o un consiglio comunale e ti rendi conto che c’è gente che prende la parola, che legge pagine senza avere la minima cognizione di quel che sta dicendo. Prendiamo la scienza. Essa (Corbellini e Mingardi) non nasce per fornire risposte morali, ma per aumentare il numero di ipotesi plausibili. I problemi bisogna scomporli, esaminarli, farne oggetto di dibattito e discussione. Gli esseri umani non possono vivere senza il principio d’autorità, e per buone ragioni. Non vogliamo farci avvelenare da un fungo che abbiamo raccolto, solo per il gusto di non dare ascolto all’amico più esperto con cui ci avventuriamo nei boschi. Ma ci sono ambiti nei quali il principio di autorità è circoscritto: come, appunto, la ricerca scientifica, che si basa sulla possibilità di rivedere costantemente le prove consolidate.
Voglio dire che per esempio assumere una posizione plausibile sui cambiamenti climatici è molto molto difficile, così come per un consigliere comunale di Lamezia capire se sul bilancio ha ragione Murone oppure Mascaro. Insomma, far politica nel senso di saper risolvere i problemi, è un’impresa titanica. Poi ci sono i leader, che sono una razza a parte. Il ritratto che fa Giuliano Ferrara sul Foglio di Giuseppi Conte è perfetto:
Non parla, almeno per me, gracchia. Quando gracchia di genocidio lo strozzerei con le mie manone. Quando gracchia di pace stabile e di democrazia popolare al soldo di Putin e della sua armata gli taglierei la gola con un coltello da cucina. Quando appare, spengo. Quando mi domandano: allearsi con lui? Rido. Un signor Nessuno in tempi di Odissee andanti, non la nostra di Omero e Augusto Privitera, non quella di Nolan, quella del partito alberghiero che ha strappato al Grillozzo in capo, a paragone di Giuseppi un deficiente comune.
Conte è un opportunista. Un inaffidabile. Un trasversalista e trasformista bestiale. Ma non si può essere ciechi. Meloni a parte, che si prepara a vincere le prossime elezioni senza nemmeno combattere (questa frescaccia segnatevela aureo cum lapillo), Conte è stato quel che si dice un uomo di stato. Un uomo di sistema, che ha capito quanto fragile e corrotto sia il sistema più efficiente del mondo, in questo momento e forse da molti decenni. Senza bisogno dei consigli di Goffredo Bettini, che lo sostiene e monta da anni con uno zelo indefesso e dissimulato male. La sua è una classe dirigente, di molto superiore a quella banda di squarciagole riunita nel povero Pd. Il suo curriculum non ha rivali.
La sua pericolosità in politica estera e di sicurezza, regina della politica, è tremenda. Non lo voterei nemmeno sotto tortura, si dice sempre così, io amo il voto inutile, dunque voto Calenda, perché stimo Meloni Lollobrigida e Donzelli, adoro Taja & Zaia, ma fin lì non ci arrivo. Ragioni di famiglia. Però sono alla ricerca di qualcuno che mi spieghi il mistero di Conte.
Adesso cerchiamo di riunire questi due significati della “politica”. Quello iniziale sulla capacità di far politica e quindi di padroneggiare i problemi quali che siano, per risolverli o avviarli a soluzione. E il discorso su Conte, su un leader, che è quello che guida, che trascina, che unisce. I due significati pur uniti dalla “politica” come mestiere, hanno poco in comune. Padroneggiare i problemi e guidare le masse sono cose e qualità diverse. Nenni fu un socialista mitico ma si racconta che al governo chiese dove fosse la stanza con i bottoni. Conte è riuscito nientemeno che a far fuori Casaleggio e Grillo, si è intortato Schlein, Bersani e quella razza là, insomma, pur senza avere nessuna capacità di risolvere problemi, come dice Ferrara “è una testa fina in politica”. Ferrara si augura di trovare l’oracolo capace di svelare che cosa c’è sotto dietro davanti a lato di Nessuno. Quale Ninfa, quale Atena lo proteggano.
Credo si sia capito infine, lo spero, che non ho nessuna simpatia per i leader e tantissima per quelli che sanno risolvere i problemi.
Alcuni esempi storici sono molto significativi del mio discorso.
1)Pancho Villa – grande capo militare, amministratore improvvisato. Villa era un formidabile comandante rivoluzionario e un personaggio capace di conquistare un’enorme popolarità. Ma governare un territorio significa far funzionare fiscalità, moneta, approvvigionamenti, burocrazia e istituzioni. Quando divenne governatore del Chihuahua, cercò effettivamente di organizzare l’economia di guerra: controllò haciendas e imprese, organizzò i trasporti ferroviari e fece emettere carta moneta per risolvere la mancanza di liquidità. È un esempio perfetto della differenza fra «so conquistare il potere» e «so amministrare il potere».
2) Napoleone Bonaparte – genio militare, ma un amministratore con un enorme limite: la guerra permanente. Napoleone non era affatto un incapace amministrativamente: al contrario, il Codice napoleonico, la riorganizzazione dello Stato, la burocrazia e il sistema fiscale furono innovazioni importanti. Ma il suo enorme talento militare diventò anche la sua debolezza politica: continuò a cercare la soluzione dei problemi europei attraverso la vittoria militare. È il caso del leader che cerca di applicare la soluzione che conosce meglio a problemi che richiederebbero strumenti diversi.
3) Alessandro Magno Conquistò un territorio immenso in pochissimi anni, ma non riuscì a costruire una soluzione stabile alla domanda fondamentale: «Che cosa succede dopo di me?». Morì nel 323 a.C. e il suo impero si disgregò rapidamente nelle guerre tra i suoi generali.
4) Gengis Khan riuscì a creare il più grande impero territoriale contiguo della storia. Ecco un altro esempio di leader che sa creare una macchina potentissima, ma non necessariamente un’organizzazione capace di funzionare autonomamente senza il fondatore.
5) Luigi XVI – Ecco infine un sovrano incapace di affrontare il problema concreto. La Francia aveva un problema finanziario enorme, un sistema fiscale profondamente inefficiente e una struttura privilegiata che rendeva difficilissimo aumentare le entrate. Luigi XVI chiamò diversi economisti e ministri per cercare di risolvere la situazione, ma non riuscì a imporre una riforma fiscale efficace. Il risultato fu la convocazione degli Stati Generali nel 1789 e, in pochissimo tempo, la Rivoluzione francese. È dunque il caso del leader che vede il problema ma non riesce a trasformare una diagnosi in una decisione politicamente praticabile.
Infine Mussolini. Mussolini è interessante perché aveva straordinarie capacità politiche e propagandistiche, ma il fascismo costruì un sistema nel quale il capo diventava indispensabile per tutto. Il problema era che il carisma non sostituisce l’amministrazione.