Chi è Christopher Nolan, il regista più moderno del mondo che non possiede nemmeno uno smartphone

Ulisse, in realtà, è Christopher Nolan. E quello che sta succedendo nelle sale cinematografiche di tutto il mondo con l’Odissea, è il suo personale, astutissimo cavallo di Troia. Al contrario dell’eroe greco, non ha costruito la sua macchina con assi «di pino ben lavorato», ma si è servito di un cast stellare e clamorosamente pop unito alla tecnologia più nuova che c’è: il suo film è il primo nella storia del cinema a essere girato interamente con cineprese Imax a pellicola. Oltre 610 chilometri di nastro in grado di catturare dettagli altrimenti impensabili, per 172 minuti che scorrono veloci

Il risultato è un kolossal annunciato e pensato maniacalmente in ogni frame, che ha custodito però nella sua pancia non feroci guerrieri ma uno dei poemi epici più antichi in assoluto, arrivato attraverso lo stratagemma di Nolan a un pubblico che, altrimenti, non avrebbe mai raggiunto. Far finire Omero nei trending topics di tutto il mondo è di per sé un capolavoro. Ma sono magie alla portata di Nolan, regista dal multiforme ingegno, che ha segnato con questa sua ultima fatica un nuovo record: 259 milioni di dollari incassati nei primi tre giorni, di cui 120 milioni soltanto in Nord America — dove, per i più, Ulisse finora era al massimo il nome di un’auto — e il resto in 73 mercati mondiali inclusa l’Italia dove i biglietti venduti in 72 ore hanno raggiunto quota 7,5 milioni di euro.

Con Nolan la cifra del grande autore si concilia con i numeri del blockbuster: solo una delle tante apparenti contraddizioni che trovano un’armonia nel regista classe 1970. Nato in Inghilterra, cresciuto tra Londra — dove ha conosciuto al college anche la moglie, Emma Thomas, che ha prodotto tutti i suoi film — e gli Stati Uniti, il cineasta dagli occhi di ghiaccio sembra avere uno speciale talento nel coniugare gli opposti: il suo cinema sfrutta la tecnologia più moderna, eppure lui non ha nemmeno uno smartphone. È il regista più contemporaneo del pianeta ma non usa i social network — gli stessi che da giorni non fanno che parlare di lui e del suo lavoro — e non ha un indirizzo email personale: la sua assistente stampa fisicamente la posta per lui. La sua estetica visiva ha fatto scuola per quanto è caparbiamente studiata, eppure Nolan è daltonico. Un dettaglio, questo, che anche stavolta dettaglio non è: fin dal suo secondo, acclamato film, Memento, era il 2000, la sua difficoltà nel distinguere le sfumature di rosso e verde lo ha indotto a sviluppare un immaginario basato sui contrasti di luci e ombre, come è ben spiegato in The Nolan Variations: The Movies, Mysteries, and Marvels of Christopher Nolan, scritto dal critico cinematografico Tom Shone. In quel libro del 2020 c’è la spiegazione di un altro cardine della cinematografia di Nolan, che è il tempo, definito come il grande antagonista del regista, un elemento ricorrente nei suoi film, in relazione alla sua influenza sulla psiche umana

E proprio la psiche per Nolan, il regista dei dubbi, è forse il fulcro di tutto: la scandaglia da Inception, la cui idea è nata dai suoi sogni lucidi fatti al college, fino a Interstellar, dove lui stesso aveva spiegato di aver nascosto sotto la coperta della scienza le paure ancestrali di un genitore. Argomenti profondi e ricorrenti, spesso celati sotto una storia che sembra voler parlare di altro. Una cifra che Nolan era riuscito a portare anche a Gotham City, catapultando il mondo dei supereroi nella dimensione del cinema d’autore: l’uomo pipistrello con lui di colpo non era più un eroe inscalfibile e bidimensionale ma un uomo tormentato, insicuro. La sua Trilogia del cavaliere oscuro, di fatto, ha cambiato un genere.

Ossessionato dalla verosimiglianza, Nolan è diventato famoso anche per la ricerca del realismo: lo ha fatto ora, con l’Odissea, per cui non ha ceduto al green screen ma ha voluto far solcare i mari da navi da guerra ricostruite a grandezza naturale. Niente di nuovo. Per Interstellar aveva acquistato e fatto seminare 500 acri di vero mais, mentre in Dunkirk aveva voluto girare negli stessi luoghi in cui c’era stata la vera evacuazione. E poi c’è Oppenheimer, primo film diventato un evento globale dopo il Covid, titolo che è valso al regista quello di baronetto, in cui Nolan aveva riprodotto senza l’uso di effetti digitali le esplosioni, conquistando due Oscar, come miglior film e miglior regista. Ancora una volta manie, tormenti e follie che Nolan, Ulisse del cinema contemporaneo, non teme di affrontare, armato del suo ingegno.