(Frasco) E’ dal documentario del 2021 ” Ennio” di Giuseppe Tornatore che faccio sempre lo stesso discorso. Soltanto un Tornatore, ovvero un grande regista e autore, è in grado di pensare e costruire un documentario per le sale cinematografiche per raccontare la storia di un grande artista musicale del passato come Morricone. Con tutta la sua buona volontà Giorgio Verdelli è un benemerito del genere ma non riesce ad andare al di là di prodotti adatti ad una fruizione televisiva che è cosa ben diversa dalla visione di un film in sala su grande schermo.
(Sentieri selvaggi) Tra gli innumerevoli tesori sepolti in mezzo alle teche rai, ce n’è uno datato 1979 che la grande archeologia di Blob ha rispolverato anni fa, ed è un filmato di “Ahi Maria”, dove Rino Gaetano canta il suo inno alla madre gironzolando su un ring in mezzo ai pugni dei due pugili sfidanti.
“E questo sapore strano che è fatto di libertà mi dice che oggi qualcosa è cambiato in me, Ahi Maria non sei più come me” canta col suo sorriso beffardo e la capigliatura da eterno bimbo con la paura delle forbici del barbiere. Rino Gaetano era tutto questo; un cantastorie che boxava nel vento, da solo in mezzo ai sogni di lotta in quei ruggenti anni ’70 di cui volevano farne l’alfiere. Ma la verità è che Rino era soltanto leggero, come il marziano a Roma di Flaiano o l’uomo di fumo di quel bellissimo romanzo futurista di Palazzeschi.
E ogni possibile velleità di inquadrare questo “clown che faceva cose serissime” – parola di Riccardo Cocciante – rischia di perdersi pezzi per strada mentre cerca di (ri)comporre frammenti di un artista dai suoni e versi incollocabili, oltre il tempo e le ideologie degli anni di piombo.
L’ultimo sforzo è quello di Giorgio Verdelli, già regista di documentarii biografici su Paolo Conte, Ezio Bosso, Enzo Jannacci – che al RoFF20 in sezione Freestyle ha portato l’ultimo dei suoi omaggi nel doc Rino Gaetano sempre più blu. Collage di aneddoti celebrativo spesso fino al didascalico, si affida ai racconti di uomini di musica come Sergio Cammariere e Danilo Rea, le parole di Santamaria e Tommaso Labate, ma anche Cocciante, Lucio Corsi e Brunori Sas.
Verdelli setaccia (troppe) testimonianze con la stessa smania di un giornalista d’assalto, e strizza l’occhio a diversi registri senza abbracciarne davvero nessuno: imbocca la strada dell’artista apartitico tra gli ex sessantottini di Parco Lambro, poi racconta delle trappole televisive e infine guarda alla musica, bambinesca, poetica e dalla “forza paesaggistica” citando l’elogio di Corsi.
Vorrebbe farne una questione cronologica il film di Verdelli, ma il suo discorso appare spezzettato, interrotto ogni volta da sempre nuove prospettive con cui immortalare un’artista immortale, che sapeva essere leggero e coltissimo, intimo e, a suo modo, politico, tra la satira e il sacro dei suoi versi, scissi tra una “perfetta bestemmia e una preghiera di dolosa letizia“. E sembra che il documentario abbia tanto da dire sulla musica, decisamente meno sul cinema.