After the hunt- Dopo la caccia, di Luca Guadagnino

Di Luca Guadagnino non so bene cosa pensare, osservando i suoi film alterno momenti di goduria ad altri di scoramento, è un artista per me troppo eccessivo soprattutto perchè vuol sempre stupirci. Quest’ultimo film, di ben 139 minuti, mi ha sorpreso, già i titoli di testa sono omaggio esplicito a Woody Allen e infatti è un film che può piacere agli europei e non agli americani. Grande fotografia e grande musica e già questo mi basta. Il bellissimo copione è dell’esordiente Nora Garrett che è una attrice, a giudicarla dalle foto pure giovane. Garrett costruisce un thriller filosofico che rifuggendo ogni certezza, propone un’intelligente, ma fin troppo prolungata, riflessione sull’etica della virtù contemporanea. Il thriller, lo dico subito, non ha un colpevole e quindi la caccia è tempo perso e Guadagnino stesso ha dichiarato che a lui non interessava proprio. Il fatto è, lo dico per agevolare chi vedrà il film, che i tre protagonisti, due professori universitari di filosofia e una loro allieva nera, figlia adottiva di un finanziatore dell’università di Yale, perseguono ciascuno i propri interessi, insomma ciascuno fa il suo gioco anche se sembrano molto interessati a grandi questioni teoretiche concernenti l’etica pubblica. Insomma nessuno dei tre è una brava persona ma solo perchè le brave persone al mondo non esistono, se i grandi filosofi da Socrate ad Aristotele, o i presidenti degli Stati Uniti, avevano (hanno) tutti grandi macchie nere che sporcavano il curriculum. In questo mondo dove ormai il vero non si distingue più dal falso ma dove la stessa etica si trasforma continuamente negli anni, siam destinati a vivere senza grandi certezze e tutto sommato barcamenandoci. La stessa «cultura woke», che nel nostro paese o altrove nessuno ha ancora capito cosa sia, è dunque sempre sotto attacco, ma capite bene che dichiarar la guerra ad un nemico imprecisato e indefinito non è la stessa cosa che contrapporsi, come avvenne, ad un ufficiale delle SS, all’uomo con la mascella squadrata o a quello con i baffetti.

(Leonardo Gandini, Cineforum)
Vale la pena ricordarlo: l’università come istituzione deve la sua stessa esistenza a una condizione di disuguaglianza. Quella tra chi le cose le sa, e per questo le insegna (cattedra), e chi non le sa, e aspira a saperle (sedie, banchi, panche, ecc..). La trasmissione del sapere non può prescindere da questa disparità iniziale, a partire dalla quale se ne generano poi molte altre, non altrettanto necessarie, anzi spesso deleterie per il benessere dell’istituzione e lesive della sua credibilità complessiva. È a queste ultime che si è, prima negli Stati Uniti e in seguito un po’ dappertutto, dedicata una particolare attenzione: nel tentativo di salvaguardare la disuguaglianza “madre”, ogni altra condizione di disparità e/o subalternità viene, nell’istituzione, fieramente combattuta, sul piano sociale e persino spaziale (niente cattedre e banchi, tutti seduti sullo stesso piano, come in una seduta spiritica o un’ assemblea condominiale…).

Ed è esattamente così che insegnano i due protagonisti di After the Hunt di Luca Guadagnino, Alma (Julia Roberts) e Hank (Andrew Garfield), fascinosi professori di filosofia nella prestigiosa università di Yale, inevitabilmente circondati da una cerchia di giovani allievi tutt’altro che indifferenti al loro carisma. I due sono alla ricerca del finanziamento di una cattedra permanente nella loro disciplina, che potrebbe arrivare come no, il che li rende irriverenti e insofferenti verso il sistema quel tanto che basta per risultare, agli occhi degli allievi, ancora più irresistibili. I problemi arrivano quando una studentessa afroamericana (Ayo Edebiri), figlia di una facoltosa famiglia che sovvenziona la stessa facoltà, denuncia di essere stata molestata da Hank, ovvero fatta oggetto di pesanti avances sessuali. Questo riposiziona completamente i personaggi nelle loro relazioni reciproche, poiché ognuno deve a questo punto provare a sintonizzare le ambizioni personali sulla lunghezza d’onda della propria etica, pubblica e privata.

Quello di Guadagnino è, sotto questo profilo, uno splendido film brechtiano, dove ciascun personaggio deve far fronte a scelte difficili e ponderate, che possono andare in direzioni opposte e comportare diverse conseguenze per coloro che gli/le stanno attorno.

La ragazza afroamericana viene ritratta come una figura di luciferino e lucido opportunismo, che s’infila con disinvoltura fra le pieghe della scorrettezza politica per trarne tutti i vantaggi possibili. D’altro canto il professor Hank, narciso e vizioso sin dalla prima sequenza, può avere benissimo fatto quello di cui è accusato.

Il film non scioglie l’ambiguità, semmai la amplifica, perché quello che interessa a Guadagnino e alla sceneggiatrice Nora Garrett non è il gesto in sé, ma le sue conseguenze: a partire dalla complessità della situazione che ne deriva e dall’impotenza dei personaggi ad orientarsi in chiave morale dentro un mondo dominato e segnato dall’ambizione, dall’opportunismo e dalle mezze verità.

Ambizione e opportunismo che peraltro nelle vite universitarie hanno sempre avuto il loro peso, ma a cui la nozione di correttezza politica ha oggi purtroppo dato un galateo, una retorica, una modalità di contraffazione. Nata per ridurre o annullare la disuguaglianza, l’ha in realtà spostata su un altro piano, quello della capacità di sapersi (rap)presentare in modo conveniente e politicamente redditizio.

Prigionieri di un ambiente dove la carriera va in direzioni differenti da quelle della propria integrità, morale e psicologica, i personaggi – ed è questo, almeno per chi scrive, l’aspetto più tragico del film – non trovano alcun sostegno nella filosofia di cui discutono in aula. Da Aristotele a Foucault, i giganti del pensiero occidentale fanno da materia prima a discussioni accademiche di struggente astrattezza; poiché, appena usciti dalle aule, per studenti e professori la filosofia risulta clamorosamente improduttiva, essendo incapace di fare da bussola morale in un mondo complesso, che richiede di sacrificare la coerenza in nome di una flessibilità capace di adeguarsi al pret-à-porter ideologico della nostra epoca.