È grammaticalmente scorretto dire “più unica”, ma tutte le regole della grammatica — e, immagino, di qualsiasi altra cosa — vanno a farsi benedire quando si parla di Diane Keaton. Non è mai esistita, né mai esisterà, un’altra come lei. Il suo volto e la sua risata illuminavano qualsiasi stanza entrasse.
La vidi per la prima volta a un provino, e pensai: “Se Huckleberry Finn fosse una ragazza bellissima, sarebbe Diane Keaton.” Appena uscita dalla contea di Orange, volò a Manhattan per fare l’attrice: trovò lavoro come guardarobiera e poi ottenne una piccola parte nel musical Hair, dove finì per diventare protagonista.
Nel frattempo, io e David Merrick stavamo facendo provini al Morosco Theatre per la mia commedia Play It Again, Sam. Sandy Meisner teneva un corso di recitazione e parlò a Merrick di questa giovane attrice straordinaria. Si presentò al provino, lesse una scena e ci lasciò entrambi di stucco. L’unico piccolo intoppo era che sembrava più alta di me, e non volevamo che la cosa finisse per diventare motivo di battute. Così, come due ragazzini scemi, ci mettemmo schiena contro schiena sul palco del Morosco a misurarci. Per fortuna eravamo alti uguali, e Merrick la prese.
Durante la prima settimana di prove non ci scambiammo nemmeno una parola. Lei era timida, io pure, e quando due timidi si incontrano… la noia è garantita. Poi, per caso, ci capitò di fare pausa nello stesso momento e finimmo per mangiare un boccone insieme in qualche diner dell’Ottava Avenue. Quello fu il nostro primo vero contatto personale. Il risultato? Era così affascinante, così bella, così magica, che iniziai a dubitare della mia sanità mentale. Pensai: “È possibile innamorarsi così in fretta?”
Quando lo spettacolo debuttò a Washington, D.C., eravamo già amanti. In quel periodo le mostrai il mio primo film in privato, preparandola al disastro: “È un pasticcio, una roba tremenda, un fallimento totale.” Lei guardò Prendi i soldi e scappa e disse che era “molto divertente e molto originale”. Parole sue. Il successo del film le diede ragione, e da allora non dubitai più del suo giudizio. Le mostrai ogni film che feci dopo, e arrivai a preoccuparmi solo della sua opinione.
Col tempo, iniziai a fare film per un pubblico di una sola persona: Diane Keaton. Non lessi mai una recensione, non mi importava nulla di cosa scrivesse la critica: mi interessava solo quello che lei pensava. Se le piaceva, per me era un successo artistico. Se era meno entusiasta, cercavo di usare le sue critiche per rimontare il film e ottenere qualcosa che la convincesse di più. A quel punto vivevamo insieme, e vedevo il mondo attraverso i suoi occhi. Aveva un talento immenso per la commedia e il dramma, ma sapeva anche ballare e cantare con emozione. Scriveva libri, faceva fotografie, collage, decorava case, dirigeva film. E poi… era uno spasso continuo stare con lei.
Nonostante la sua timidezza e la modestia, aveva una sicurezza totale nel proprio gusto estetico. Che stesse criticando un mio film o un’opera di Shakespeare, per lei non cambiava nulla: li giudicava con lo stesso metro. Se pensava che Shakespeare avesse toppato, non importava chi o quanti lo venerassero — lei si fidava del suo istinto, e non aveva problemi a “buttare giù dal piedistallo il Bardo”.
Il suo senso della moda era qualcosa da vedere. I suoi outfit sembravano usciti da un’invenzione di Rube Goldberg: combinazioni di vestiti che sfidavano la logica ma che, incredibilmente, funzionavano sempre. Negli anni, il suo stile diventò più elegante, ma senza mai perdere quel tocco tutto suo.
Durante i pochi anni che vivemmo insieme, mi insegnò moltissimo. Per esempio: prima di conoscerla non avevo mai sentito parlare di bulimia. Andavamo alle partite dei Knicks e poi a mangiare da Frankie and Johnnie’s una bistecca. Lei si faceva fuori un sirloin, patate, cheesecake e caffè. Poi, tornati a casa, dopo pochi minuti la trovavo a tostare waffle o a farcire un taco gigante di maiale. Restavo lì, senza parole. Questa attrice magrissima mangiava come Paul Bunyan. Solo anni dopo, nella sua autobiografia, scrisse del suo disturbo alimentare. All’epoca, io potevo solo pensare che non avevo mai visto nessuno mangiare così, a parte nei documentari sulle balene.
Un dettaglio interessante: per quanto fosse geniale e colta (collezionava quadri e fu una delle prime a capire Cy Twombly), Diane Keaton era una vera campagnola. Avrei dovuto capirlo subito. Ai primi appuntamenti, le dicevo guardandola negli occhi alla luce delle candele: “Sei bellissima.” E lei mi rispondeva: “Davvero, pellerossa onesto?” (“Honest Injun?”). Chi diavolo parla così, se non in una vecchia commedia anni ’30?
E poi quella volta che mi portò a conoscere la famiglia per il Giorno del Ringraziamento, nella loro casa nella contea di Orange: mamma e papà, sorella e fratello, nonna Keaton, nonna Hall (nonna Hall?), e un tizio sconosciuto che aveva rimediato il tacchino gratis grazie al sindacato. Dopo cena, tra discorsi su mercatini dell’usato e garage sale, sparecchiarono e tirarono fuori i centesimi per giocare tutti a poker a un centesimo. Cinque carte, sette carte, ma si giocava a spiccioli. Io allora ero un appassionato di poker, abituato a partite serie, quindi mi ritrovai lì a bluffare e intimidire nonna Hall e nonna Keaton per vincere dieci centesimi. Diane giocava con un’intensità da torneo mondiale, come se in palio ci fossero mille dollari a mano. Alla fine vinsi tutto: circa ottanta centesimi. Non credo che le nonne mi abbiano mai più voluto a casa. Pensavano le stessi fregando.
Questo era il mondo di Keaton, la sua gente, le sue radici. Incredibile pensare che quella ragazza così semplice sia diventata un’attrice premiata e un’icona di stile sofisticata. Abbiamo passato insieme alcuni anni splendidi, poi ognuno ha preso la sua strada — e sul perché ci siamo lasciati, solo Dio e Freud potrebbero dare una risposta.
Lei poi frequentò uomini affascinanti, tutti più interessanti di me. Io continuai a inseguire quel grande capolavoro che, l’ultima volta che ho controllato, sto ancora cercando di realizzare. La prendevo in giro dicendole che un giorno sarebbe finita come Norma Desmond, e io come Erich von Stroheim: da suo regista a suo autista. Ma il mondo cambia in continuazione, si ridefinisce ogni volta — e con la morte di Keaton si ridefinisce ancora una volta. Fino a pochi giorni fa il mondo era un posto che includeva Diane Keaton. Ora è un mondo che non la include più. È un mondo più triste, più grigio.
Ma restano i suoi film.
E la sua risata, che ancora mi rimbomba nella testa.