«Quando le nuove generazioni scendono in piazza è una buona notizia per la democrazia» ha detto nei giorni scorsi Elly Schlein.Dipende, mi permetto di osservare. È dagli anni Venti del secolo scorso infatti — ma si potrebbe risalire più indietro, all’età delle rivoluzioni europee tra il 1789 e il 1848 — che l’avanguardia della gioventù di questo continente ripudia i suoi padri e il loro passato, non vuole più condividerlo, e va alla ricerca di qualcosa con cui sostituirlo. Ma perlopiù lo ha fatto, lo fa, nel modo distruttivo con cui avvengono solitamente queste ricerche.
La Prima guerra mondiale vide la gioventù europea gettarsi tripudiante nella sua fornace. In seguito il comunismo e poi il fascismo, il nazismo la videro ogni volta protagonista assoluta. Il tranquillo trentennio 1945-’75 ha rappresentato solo una parentesi; le devastazioni della Seconda guerra mondiale, infatti, avevano avuto l’effetto, anche per quanto riguarda la gioventù, di un ritrarsi.
Di un ritrarsi della coscienza collettiva nella dimensione individuale dominata dalla ricostruzione della vita e nell’adesione conformistica ai due parametri ideologici dei vincitori: la democrazia o il comunismo. Non poteva esserci altro.
Ma già il ’68 fu il segnale che questa parentesi stava per chiudersi. Che stava per riprendere forza il problema che aveva cominciato a porsi già cinquanta anni prima. E cioè che il combinato disposto democrazia rappresentativa/capitalismo ha un’intrinseca difficoltà ad assicurare la propria riproduzione culturale.
Che le società fondate sulla democrazia capitalistica, cioè le nostre, anziché produrre valori, ideali, comportamenti sociali in armonia con i principi sui quali si fondano, tendono strutturalmente a fare invece l’opposto.
A dar vita a un insieme di fattori disgregativi delle premesse culturali del proprio stesso ordine socio-economico. Insomma, contrariamente a quello che aveva immaginato Marx, nel futuro del capitalismo non c’è la caduta dei profitti e quindi la crisi economica, c’è piuttosto la perdita dei valori collettivi, la disgregazione del rapporto intergenerazionale, la dissoluzione del legame sociale per effetto dell’individualismo.
Tanto più tale futuro sembra essere ormai il nostro presente in questo inizio secolo che assiste alla prevalenza delle ragioni della finanza su quelle dell’industria, alla scomparsa anche perciò di secolari aggregati sociali, al potere senza quasi più limiti della tecnoscienza, ormai in grado di dettare addirittura le forme e i contenuti del pensiero.
Di questo terremoto che sta investendo la formazione stessa della soggettività testimonia la crisi, non a caso, del luogo deputato tradizionalmente a una tale formazione: il sistema educativo. Sia per quella parte che fino a poco tempo fa aveva il suo centro nella famiglia (oggi in molti casi sul punto di scomparire), sia per quella parte che aveva sede nell’istituzione scolastica. La quale appare sempre più sul punto di perdere la propria antica duplice funzione: che era da un lato di trasmissione delle conoscenze, volta quindi a stabilire un rapporto con il passato, con tutto quanto esso aveva accumulato, dall’altro anche una funzione di disciplinamento sociale. Al posto di questa scuola subentra oggi una scuola diversa: culturalmente un luogo a perdere e invece sempre più intesa come puro contenitore-ammortizzatore del disagio sociale, benché camuffato sotto l’etichetta politicamente corretta dell’«inclusione».
La gioventù europea vive i suoi giorni nella sterilità ideale del nuovo contesto della democrazia capitalistica dominata dalla tecno-struttura scientifico-finanziaria. Dove da tempo non appare più una nuova idea-forza, una nuova speranza; dove non si apre più una discussione importante su nulla, non ci sono più né Maestri né Grandi Libri. E allora naturalmente le capita come capita da sempre, di essere tentata dalla rivolta, forse sognando che questa diventi il preludio di qualcos’altro, forse della rivoluzione.
Tuttavia per fare la rivoluzione serve proprio quello che non c’è più, serve un passato, e serve anche una religione. «La Bibbia è stata l’arma della miseria e dell’insurrezione» ha scritto Foucault. Lo sapevano la rivoluzione francese come quella russa e pure quella democratica: che tutte quante in un modo o nell’altro si sono avvalse, per l’appunto, di una mobilitazione nel presente animata anche da un’ispirazione nata da antiche idee, da radici lontane.
Ma fin dalla scuola amputata dal passato e orgogliosamente senza Dio, la gioventù d’Europa invano cerca oggi la via della rivoluzione. Non sa che forse la storia non le permette neppure più quella della rivolta, al massimo quella delle convulsioni, del saccheggio: la Milano di due settimane fa insegna. Ma dopo il saccheggio non ci sia che il nulla: bene che vada il gusto d’indossare una felpa rubata.
Uno che di queste cose s’intendeva, dal momento che apparteneva alla gioventù europea che mise per prima a soqquadro il mondo, Napoleone, disse una volta che la rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette. Forse le baionette possono pure essere sostituite dai sampietrini. Forse. Ma l’idea sicuramente no: e lo si voglia o no questo è il problema.