Sto seguendo la vicenda della ristrutturazione della stadio di Catanzaro perchè mi è parsa subito istruttiva. Il sindaco di una città capoluogo, Nicola Fiorita, ci mette la faccia affermando (era il 17 agosto 2026) che al 30 ottobre 2026 i lavori sarebbero terminati, dopo le prime tre partite del campionato di serie B giocate in trasferta e le altre giocate con riduzione dei posti disponibili (la società ora dice che ha perso un milione tra biglietti e abbonamenti). Voglio vedere, mi sono detto, come finisce. A Como, ho letto, i lavori di ristrutturazione della Curva Ovest dello Stadio Sinigaglia necessari per adeguare l’impianto alle norme UEFA (in vista della Champions League 2026/27), sono stati completati in 89 giorni (circa 3 mesi).
Giunti a novembre, vedevo ieri sera in tv la partita del Catanzaro in casa col Padova (la squadra è ultima in classifica), i lavori non son finiti, e sono cominciate le polemiche politiche. Non solo quelle politiche perchè Noto dopo l’ultimo sopralluogo ha posto al sindaco una sorta di aut aut. “La curva “Capraro” non sarà pronta prima di gennaio, pertanto Bignotti, il dg dell’Us, ha chiesto chiarezza sui cantieri: «Dobbiamo dare spiegazioni alla Lega». Fiorita: «Siamo in ritardo, ma parliamo di settimane e mesi, non di anni. Siamo moderatamente ottimisti» (Andrea Celia Magno, Gazzetta del Sud)
Stamane sia Forza Italia che l’ex assessore Mimmo Tallini se la prendono con Fiorita, ma questa è l’ennesima vicenda che spiega non tanto l’efficienza di un sindaco, ma una regione, se non un paese intero. Se infatti un sindaco, un amministratore, ci mette la faccia, prende impegni, va sul cantiere, più volte, tiene conferenze stampa insieme con l’assessore competente, e privati appassionati con i droni confezionano ogni settimana su youtube servizi sui lavori facendoci vedere come si procede, eravamo tutti ottimisti. Io stesso, che non tifo Catanzaro e considero Fiorita solo una persona perbene e seria, e basta, avevo creduto che entro il 30 ottobre i lavori sarebbero terminati. E invece, pare che una ditta voglia adesso 600 mila euro, ovvero l’entità del ribasso che aveva praticato per la gara. Quel che sembrava un esempio di efficienza e di cronoprogramma si è rivelato ancora una volta l’andamento lento calabrese e nazionale, dove i lavori pubblici cominciano e non devono finire mai. In Italia non è possibile, dopo gli anni del boom economico, realizzare una opera pubblica chiavi in mano, come succede in tutti i paesi civili. Appaltato un lavoro per 100 euro alla ditta, stabilito che il termine deve essere Z, il termine diviene indefinito, e quei 100 euro lievitano a dismisura. Un lavoro pubblico in Italia non finisce mai, il costo quindi aumenta, e poi ci sono le variazioni in corso d’opera, i sovrapprezzi, i ricorsi, le sentenze. Siamo un paese, l’Italia, dove ormai nessuno sa fare bene il suo lavoro, dal cameriere che in una bar non sa più fare un cappuccino, ad un ingegnere del comune che deve appaltare un lavoro, ad una impresa che lo deve realizzare rispettando scadenze e prezzo. Certo, poi non si capisce perchè in questo panorama dovremmo trovare sotto un cavolo un sindaco efficiente. Oddio, qualcuno si trova, Beppe Sala a Milano, Decaro a Bari, Pizzarotti a Parma. Ma sono eccezioni. Tutto il resto non è noia. E’ ancora l’Italia di Peppone e don Camillo 3.0 dove ancora la disputa è quella tra il Bene (comune) e il nulla, mentre, come ha spiegato Ricolfi, ” il futuro delle economie avanzate, e quindi anche della nostra, dipende anche dagli altri, anzi soprattutto dagli altri”.