Questo mese sono scesi in strada oltre un milione di giovani, in gran parte studenti, in oltre una decina di Paesi europei. Lo hanno fatto in Italia e in Francia, ma anche in Germania, Austria, Spagna, Grecia, Belgio, Portogallo, Albania e Serbia. Nessuno sa dire se l’ondata sia destinata ad allargarsi, ma a questo punto non ci sarebbe niente di strano.
Non è la prima volta che accade, tutt’altro, in un’Europa che ha visto negli ultimi decenni l’ascesa e la notevole tenuta in ruoli di responsabilità della generazione temprata dalle proteste partite nel 1968. E non è la prima volta che questi fenomeni si presentano così: a ondate rese dirompenti dal coordinamento digitale, improvvise e attraverso canali difficili da intercettare da forze dell’ordine spesso indietro nella dimestichezza con le tecnologie.
Quindici anni fa le primavere arabe riempirono le piazze in tutto il Maghreb e in Medio Oriente a partire da un piccolo gruppo di ragazzi su Facebook in una città di terza fascia nel deserto tunisino. Oggi fenomeni epidemici del genere si stanno ripetendo in Europa. E come quindici anni fa, si direbbe che nessuno li controlli davvero: né fra chi li alimenta, né fra chi li vorrebbe reprimere.
Certo, rispetto alle primavere arabe oggi tutto è diverso: questi giovani protestano all’interno di Paesi a democrazia compiuta (Serbia finora esclusa) e non puntano a un cambio di sistema (di nuovo, Serbia esclusa). E tutto, o molto, è diverso anche fra i Paesi nei quali le proteste stanno prendendo piede. Nel complesso la seconda ondata di inflazione innescata dalle guerre è stata la scintilla per tutti.
Ma in Italia o in Francia il cuore delle rivendicazioni riguarda la condizione delle scuole e dell’università, la disponibilità di case a prezzi sostenibili nelle città studentesche, il costo della vita, l’accesso alle cure sanitarie. In Spagna, Portogallo o in Grecia al centro c’è più direttamente una crisi abitativa che colpisce soprattutto i più giovani. In Germania si è diffuso il timore del ritorno alla leva militare obbligatoria. A Belgrado centinaia di migliaia di giovani serbi non ne potevano più del presidente Aleksandar Vucic, tanto autocratico quanto aperto alle pretese della Russia e della Cina.
Anche i metodi, naturalmente, sono diversi: chi dà l’assalto alle vetrine di Milano o di Parigi, chi spacca tutto a Barcellona oppure chi dà alle fiamme la torre del municipio di Limoges — comportamenti inaccettabili — non va confuso con le centinaia di migliaia di persone che sfilano civilmente in Francia, in Italia o in Spagna, oppure con i ragazzi che in Portogallo si accampano con le tende nella Praça do Rossio a Lisbona o nella Praça de João I a Oporto.
Un filo rosso però si vede. Dietro l’ondata di manifestazioni del ’68 c’era una generazione dominante nei numeri della demografia e determinata a obbligare la generazione dei senior a condividere i frutti della crescita, economica e culturale. In questa ondata invece è vero l’opposto.
Nelle strade c’è una generazione giovane, minoritaria da sempre a causa della recessione demografica; dunque, meno interessante per un sistema politico e un ecosistema di imprese che cercano i grandi numeri dove ci sono: fra gli anziani con molte teste, dunque molti voti, e un potere d’acquisto superiore.
E se la generazione del ’68 chiedeva di condividere i frutti della crescita, questa chiede invece che i costi della stagnazione in Europa non siano scaricati tutti su di sé: sugli ultimi arrivati.
Chiede che il sistema dell’istruzione restituisca ai più giovani dignità, nel momento in cui l’intelligenza artificiale minaccia di azzerare milioni di posti e il valore di anni di studio. Chiede contratti dignitosi, in un mercato del lavoro che resta spezzato in due fra iper-protetti (anche dai leader sindacali) e iper-precari sottopagati. Chiede che la globalizzazione del turismo di massa a caccia di affitti brevi non li espella dalle città. Chiede un’Europa credibile, che non si limiti a subire le politiche di potenza della Cina sull’industria, degli Stati Uniti su tecnologie ed energia e della Russia sulla guerra. Chiede che il cambio climatico non diventi il prossimo marcatore di classe, con l’aria condizionata e i quartieri verdeggianti a rendere tollerabili le estati solo per chi può.
Chiede, come sempre in questi casi, molto. Forse troppo. Chiede anche cose sulle quali l’ultra-semplificazione può debordare in cecità. È possibile volere uno Stato palestinese, ma senza ambiguità verso Hamas? È possibile difendere la democrazia e un’economia aperta, senza gettare a mare secoli di progresso civile dell’Occidente? E perché tanta parte dell’antifascismo italiano di sinistra si volta dall’altra parte quando ha davanti a sé, in Vladimir Putin, l’incarnazione stessa del fascismo in questo secolo?
Non per nulla va sempre tenuta d’occhio la possibilità — quasi una certezza — che i soliti troll manovrati da Mosca cerchino ancora una volta di istigare e cavalcare per generare caos. Si può dunque discutere su molto, sentendo certi slogan nei cortei.
Quel che non si può fare, è considerare un milione di ragazzi nelle piazze d’Europa semplicemente come un problema di ordine pubblico da gestire con fermi, idranti e decreti sicurezza. Non è così. Sono, nella stragrande maggioranza, persone civili. E chiedono di essere prese sul serio.