Vetrine spaccate, saccheggi, auto e cassonetti messi a fuoco. Scenari da guerriglia urbana che hanno visto fronteggiarsi poliziotti in assetto anti-sommossa contro giovani e giovanissimi. La rabbia è esplosa in Francia, ma ha trovato eco anche in altri Paesi, compresa l’Italia.
Il disagio si è prima concretizzato in manifestazioni organizzate da studenti, ma poi è diventato guerriglia urbana, pura rabbia alimentata dai social, senza punti di riferimento se non quello di distruggere e saccheggiare.
Le crisi. Le razzie sono lo specchio dei fallimenti politici che sia in Francia che in Italia hanno inanellato le ultime legislature, crisi esasperate dal caro vita, innescato dall’attacco Usa all’Iran.
1) Il caso francese. La Francia ha visto crescere a dismisura il proprio debito, salito in sei anni di mille miliardi e arrivato al 120% del Pil. Pur essendo uno dei Paesi che più investe nel sociale, ha ora le mani legate per intervenire là dove servirebbe, come nel campo della scuola e della formazione.
I benefici. Investire nell’istruzione significa credere nella sua dimensione sociale e nella capacità che ha di generare valore per i giovani e il futuro del Paese. Certo, non può essere tutto, ma, oltre che inclusione, la scuola può creare mobilità sociale e ridurre le disuguaglianze che oggi muovono buona parte delle proteste.
Casse vuote. In molti Paesi europei, mancano nuovi fondi e con le elezioni in arrivo, si bada più a soddisfare gli interessi dei potenziali bacini elettorali che altro.
In Francia la spesa è al 57% del Pil e gli interessi sul debito, con i rendimenti dei titoli decennali superiori a quelli dell’Italia, si mangiano lo spazio di manovra all’interno del bilancio pubblico.
Il deficit sfora il 5%, non una novità perché negli ultimi 31 anni Parigi ha avuto disavanzi per 28 esercizi, con l’ultimo saldo positivo che risale al lontano 2001.

Molte spese per i vecchi. Quel che non torna è che le spese non sono indirizzate per creare un futuro ai giovani e nemmeno a garantire un patto intergenerazionale.
Lo Stato utilizza un quarto del suo bilancio per pagare le pensioni, che pesano intorno al 15% del Pil, quando la media dei Paesi Ocse si ferma al 9,1% e dei Paesi Ue al 13%.
Si tratta di una incidenza che è cresciuta ininterrottamente dal 2000 (era intorno al 12% del Pil) andando a gonfiare la spesa per la protezione sociale. Una tendenza che mostra come la bilancia non penda a favore dei più giovani.
Anche l’ultima riforma delle pensioni voluta dal presidente Macron che avrebbe dovuto togliere qualche privilegio innalzando l’età pensionabile da 62 a 64 anni è stata subito congelata e non entrerà in funzione prima del 2028.
Sempre che non vadano al potere Le Pen (Rassemblement National) o Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise) che hanno già annunciato di volerla bloccare.
Poche spese per i giovani. Dal 2000 a oggi, la spesa per l’istruzione francese non solo non è cresciuta, rimanendo costante tra i 5 e il 6% del Pil, ma secondo l’Ocse, restringendo il periodo di osservazione, si sta ridimensionando per importanza.
Nei Paesi monitorati dall’Ocse, tra il 2015 e il 2023 la spesa pubblica per l’istruzione è infatti diminuita in termini relativi, passando dal 10,9% dei bilanci pubblici al 10,1%.
In Francia non è andata diversamente: la spesa pro capite per studente è aumentata da 13.898 a 14.794 dollari, ma la quota destinata all’istruzione è scesa dall’8,3% dei bilanci pubblici all’8,0%.
Le scuole a pezzi. In difficoltà sono anche le strutture e il corpo insegnanti. In Francia le proteste sono partite dal liceo Paul Éluard di Saint-Denis, una delle periferie più povere di Parigi, dove gli studenti hanno documentato la presenza di topi e scarafaggi, nonché la fatiscenza della struttura, assediata da infiltrazioni d’acqua e con soffitti cadenti.
Il Paul Éluard, inaugurato nel 1965, ha 61 anni di età, ma la categoria a cui appartiene, i licei polivalenti non è nemmeno la peggiore in Francia perché queste strutture hanno un’età media di 44 anni.
Gli edifici dei licei professionali, dei licei di istruzione generale e tecnologica e delle scuole medie se la passano decisamente peggio: hanno le costruzioni più antiche di tutti con in media rispettivamente 71, 65 e 61 anni di età.
Le ristrutturazioni, poi, sono qualcosa di raro, perché non sono in capo allo Stato, ma alle amministrazioni locali che hanno ovviamente meno capacità di spesa.
Gli insegnanti sottopagati… Il secondo problema riguarda gli insegnanti che si sono uniti alla protesta degli studenti. In ogni parte del mondo, i docenti hanno stipendi più bassi rispetto a quelli di altri lavoratori con lo stesso livello di istruzione.
Ciò vale anche in Francia: chi insegna nella scuola secondaria di primo grado guadagna in media il 10% in meno rispetto a chi è in possesso di uno stesso titolo di studio universitario, una percentuale che peggiora per gli inseganti della scuola di infanzia il cui stipendio è inferiore del 18%.
Negli ultimi dieci anni le paghe non sono cresciute e, secondo i dati Ocse, solo il 26,6% del corpo docente della scuola secondaria di primo grado francese si dichiara soddisfatto di quanto riceve a fine mese.
… e anziani. In più gli insegnanti tendono ad avere anche un’età più avanzata rispetto agli altri lavoratori: il 23% di chi è impiegato nella scuola secondaria ha 55 anni o più, rispetto al 20% della popolazione attiva complessiva. Non favorendo l’aggiornamento e la vicinanza ai giovani.
A tutto ciò si aggiungono le carenze di organico. Nel 2025, quasi il 10% delle ore di insegnamento non sono state coperte, per lo più per la mancanza di docenti. E continuano ad aumentare le assenze di professori senza una sostituzione.
Il caso Italia. Non molto diversa è la situazione in Italia. I conti sono sotto pressione con il debito fermo al 138,4% del Pil, lo stesso rapporto di quando si è insediato il governo Meloni cinque anni fa, ma con una crescita di 600 miliardi in valore assoluto.
Il peso del debito. Gli interessi si mangiano il 4,3% del Pil e non consentono di incrementare la spesa per istruzione, nonostante l’Italia, a differenza della Francia, abbia avuto avanzi primari in 26 degli ultimi 31 esercizi di bilancio.
Siamo anche noi un Paese per vecchi non solo perché nascono meno bambini e aumentano gli anziani, ma perché le spese pubbliche, come quelle francesi vanno soprattutto in questa direzione.
Le pensioni. Ai pensionati finisce il 16% del Pil, una incidenza seconda solo a quella della Grecia in ambito Ocse. Un aggravio sul bilancio elevato, tanto più che un quarto delle spesa previdenziale non è finanziato dai contributi pensionistici, ma pesca direttamente dalle altre tasse.
La Riforma Dini. Nel 1995 per mitigarne l’effetto sui conti, la Riforma Dini ha introdotto il regime pensionistico contributivo, ma l’attuazione sotto la spinta degli interessi elettorali dei partiti è stata sempre rallentata e peggiorata dalle varie “quote”,i pensionamenti anticipati.
Solo dal 2040 ci sarà la piena attuazione con il risultato che fino ad allora la spesa pensionistica continuerà a essere un fardello per le finanze pubbliche.
Sanità e assistenza. Il conto si aggrava ulteriormente se alle pensioni si aggiungono i costi della sanità e per la cura e l’assistenza delle persone anziane.
Sommando queste componenti, nel 2025 si è arrivati al 22,5% del Pil che salirà al 25,5% nel 2043, soprattutto per via della spesa pensionistica che toccherà il suo picco nel 2038 al 17,1% del Pil.
La scuola. Sul fronte dell’istruzione, l’Italia fa peggio della Francia. Vi investe solo il 4% del Pil, circa 88 miliardi di euro, che sono più o meno gli stessi soldi pagati per gli interessi sul debito.
Fanalini di coda. Sono numeri che pongono il Paese al di sotto della media Ue pari al 4,7% del Pil. Tra il 2015 e il 2022 in Italia, la spesa pro-capite per studente è sì aumentata da 11.731 a 12.493 dollari, ma la quota destinata all’istruzione è scesa dal 7,1% dei bilanci pubblici al 6,7%, seguendo lo stesso trend della Francia e di tutti i Paesi Ocse.
Le conseguenze. I minori investimenti si fanno sentire sul tessuto sociale. Le persone con un livello di istruzione più elevato finiscono più difficilmente tra i senza lavoroe percepiscono salari più elevati.
In Italia il 14,8% dei giovani adulti economicamente attivi (di età compresa tra i 25 e i 34 anni) privi di un titolo di istruzione secondaria superiore è disoccupato, una incidenza peggiore rispetto agli altri Paesi Ocse la cui media si ferma al 12,9%.
E sempre in Italia chi non ha un titolo di studio secondario percepisce il 19% in meno di chi ne è in possesso (17% la media Ocse).
Di padre in figlio. Le disuguaglianze nell’istruzione persistono poi di generazione in generazione. Chi ha un genitore laureato, più facilmente andrà all’università. Sei italiani su dieci con papà o mamma laureati, finiscono il corso di studi universitari, mentre ce la fa solo 1,5 su dieci di chi non ha in famiglia un dottore.
Il corpo docenti. I pochi fondi per la scuola si ripercuotono anche sugli stipendi. I docenti italiani sono tra i meno pagati e hanno visto dal 2015 la busta paga scendere del 4,4%, mentre in ambito Ocse salivano del 4,6%.
Gli edifici scolastici. Come in Francia, l’edilizia scolastica è un altro tallone di Achille. La qualità del patrimonio è direttamente connessa con quella dell’esperienza educativa e se una è scarsa, l’altra non può andare meglio.
Secondo i dati di Openpolis, oltre la metà degli edifici utilizzati sono vecchi, costruiti tra il 1950 e il 1992, con un picco tra gli anni ’60 e ’70.
Le risorse. I fondi per l’ammodernamento sono pochi perché in mano agli enti locali. I comuni hanno competenza sull’edilizia delle scuole d’infanzia, elementari e medie, mentre le province sulle scuole di istruzione secondaria di secondo grado.
In conclusione. Lo scenario francese e italiano sono molto simili e non si vede all’orizzonte un miglioramento. Se oggi a beneficiare delle spese dello Stato sono soprattutto le vecchie generazioni, in futuro le cose non potranno che andare peggio, perché l’invecchiamento della popolazione procederà a ritmo sostenuto almeno nei prossimi 25 anni.
Sempre più vecchi. In media nell’ambito Ocse, si prevede che il numero di persone di età pari o superiore a 65 anni ogni 100 persone di età compresa tra i 20 e i 64 anni aumenti da 33 nel 2025 a 52 nel 2050, mentre nel 2000 era pari a 22.
Senza politiche attive per i giovani, si andrà incontro a uno scontro generazionale sempre più forte, di cui in questi giorni si sono viste solo le prime avvisaglie.