Si fidi di me che ho visto nascere i grillini, «uno vale uno» non è stata l’esaltazione dell’uguaglianza, ma la cancellazione delle competenze e del merito, l’idea strampalata ed eversiva che i deputati dovessero essere scelti per sorteggio invece che con elezioni. Più dannoso dello stesso vaffa, quello slogan legittimò Di Maio, Toninelli, Di Battista, Fofò DJ Bonafede, Virginia Raggi e gli altri ex squinternati d’assalto, non solo “i diciannovisti” del vaffa-day, ma tutte le impalpabili emanazioni della piattaforma Rousseau, i reclutati in rete da Grillo e Casaleggio, più numerosi e più fake delle loro fake news. Uno vale uno è stato il fondamento della cretinocrazia che continua a perseguitarci nelle varie forme di populismo: il popolo contro l’élite, il web contro l’università, la promozione dei professori-paperini, quelli delle scie chimiche, dei microchip sotto la pelle, e «il tumore si cura con il limone e la cacca di capra» e «l’Aids è la più grande bufala del secolo». Dobbiamo a «uno vale uno» anche Giuseppe Conte, che pure rinnega l’inconsistenza che l’ha prodotto. Grigio e sconosciuto professore con il curriculum gonfiato, era «il premier uno vale uno» di Salvini e Di Maio, il vice dei suoi vice. Ci credo che Conte senta di valere molto più di uno, adesso che, acquattato nella sinistra pacifista, si contrappone al Pd di Elly Schlein, e sempre più in politica estera si avvicina a Salvini e Vannacci, aspirante leader del futuro blocco dei partirti filorussi.
Francesco Merlo/ Fenomenologia di uno vale uno