Trent’anni di stagnazione e cinque di declino dei salari

(29/4/26, La voce.info) Contratti rinnovati con grande ritardo

Per trent’anni, dal 1993 quando fu superato definitivamente il sistema della scala mobile, il sistema dei contratti collettivi ha difeso i salari dall’inflazione. Ma non ha retto al suo ritorno inaspettato alla fine del 2021.

Tutti i contratti sono stati rinnovati con molto ritardo, addirittura di quattro anni per il commercio, per non parlare dei contratti pubblici: quello della scuola ha visto due rinnovi in anni in cui l’inflazione attesa era estremamente bassa. In entrambi i settori l’ultimo rinnovo ha sicuramente portato un recupero, ma solo parziale, tanto che i salari restano tuttora molto indietro rispetto ai prezzi.

Se parte della perdita salariale italiana dipende dal fatto che i contratti arrivano troppo tardi e recuperano solo in parte l’inflazione accumulata, un’altra parte si nasconde nella struttura fiscale. Il fisco italiano guarda solo alla variazione del nominale e incassa gettito non dovuto se il sistema è progressivo. Il fenomeno va sotto il nome di fiscal drag.

I temi che non saranno affrontati nel decreto Primo maggio

Il governo ha promesso di intervenire attraverso un decreto in occasione del Primo maggio, ma proprio adesso ha perso la sua forza propulsiva e affronta la resistenza delle parti sociali e del loro tentativo di sostenere che, tutto sommato, il sistema funziona, che non servono interventi strutturali. Ma è una conclusione pericolosa.

1) perché il potere d’acquisto è davvero sceso e non recupererà facilmente. Il ritardo accumulato negli anni dell’inflazione non si riassorbe automaticamente. I rinnovi contrattuali arrivano tardi e con aumenti che non compensano le perdite precedenti. È un meccanismo noto: quando si rincorre l’inflazione con ritardo, si perde sempre.

2) perché il tema dei contratti pirata è stato a lungo sottovalutato. Oggi tutti riconoscono che esiste, ma affrontarlo significa fare ciò che nessuno ha mai voluto fare davvero: una legge sulla rappresentanza che stabilisca chi può firmare contratti validi per tutti.

3) perché la strategia degli ultimi anni era coerente con un mondo senza inflazione. Si puntava ad allargare la contrattazione decentrata e il welfare aziendale. Strumenti utili, ma che funzionano quando i prezzi sono stabili. Con l’inflazione che torna centrale il ruolo dei contratti nazionali e dei minimi salariali è essenziale. Ed è proprio lì che il sistema italiano ha mostrato i suoi limiti.

Il problema è quindi di governance. Il governo ha sostenuto a lungo che non ci fosse una vera perdita di potere d’acquisto, mentre allo stesso tempo ha ampliato il tavolo a nuove sigle sindacali, spesso più deboli, quando non apertamente favorevoli a contratti al ribasso. Questo ha finito per indebolire ulteriormente la contrattazione.

Ora che la fase politica è più fragile, è difficile immaginare una correzione di rotta. Il decreto del Primo Maggio rischia di tradursi in un nulla di fatto almeno nella parte che prevede che i minimi contrattuali devono essere riferiti ai contratti firmati dai sindacati più rappresentativi in mancanza di una legge che decida chi è più rappresentativo. Ma una legge sulla rappresentanza significherebbe scontentare proprio quei nuovi interlocutori che il governo ha contribuito a legittimare.

Un’inerzia pericolosa

Nel decreto si prevede di rafforzare l’indennità di vacanza contrattuale che prevede dopo 12 mesi dalla scadenza del contratto una integrazione del 30 per cento dell’indice dei prezzi. Questo è un meccanismo simile a quello previsto nell’accordo Ciampi originale e poi abbandonato negli anni ed è la parte più incisiva del decreto se non verrà vanificata riportandola alla volontà delle parti.

Si agisce in maniera radicale imponendo la subordinazione alle piattaforme di food delivery se c’è “controllo algoritmico” ma non si affronta il nodo del salario minimo legale. E così, sempre più spesso, è il giudice a stabilire se un contratto è dignitoso, anche in settori rilevanti e lungo le catene dei subappalti.

Il decreto Primo maggio sembra un tentativo in extremis di svegliarsi dal torpore di questi anni dove tutto era affidato ad un modello contrattuale che però ha in larga parte fallito l’appuntamento con il ritorno dell’inflazione. Alcune sue parti potrebbero essere un buon inizio, ma essendo quasi al termine della legislatura, rimane tutto da verificare.

L’inerzia ha funzionato finché l’inflazione era bassa. Ora che non lo è più, servirebbe una riforma della contrattazione, che abbia come base di partenza una legge sulla rappresentanza e infine una trasparente indicizzazione del sistema fiscale progressivo. È esattamente ciò che non si è fatto in questi anni. E che oggi, probabilmente, non si è più in grado di fare.

* Marco Leonardi e Leonzio Rizzo sono autori del libro “Il prezzo nascosto” Egea, 2026