Adesso che abbiamo nuove previsioni sull’inflazione possiamo fare i conti su una delle poste più importanti, e meno visibili, della prossima legge di Bilancio: il fiscal drag.
Quando prezzi e salari nominali crescono ma scaglioni, detrazioni e deduzioni dell’Irpef restano fermi, una parte dell’aumento dei redditi reali viene automaticamente assorbita dal fisco. Non serve aumentare un’aliquota: basta non indicizzare il sistema.
Applicando le nuove previsioni di inflazione alle dichiarazioni fiscali disponibili, il risultato è rilevante. Nello scenario base della Banca d’Italia, con un’inflazione cumulata nel 2026 e nel 2027 del 5,2 per cento, il fiscal drag arriva a 8,11 miliardi: 5,76 sui lavoratori dipendenti e 2,35 sui pensionati. Con un’inflazione del 6 per cento (scenario avverso) il gettito salirebbe a 9,35 miliardi; con l’8,2 per cento (scenario severo) toccherebbe 12,74 miliardi. E sono stime prudenti, perché non comprendono le addizionali regionali e comunali.
Ma una cosa è il fiscal drag lordo, un’altra sono le risorse aggiuntive che possono diventare spazio ulteriore per una legge di Bilancio. Anche con un’inflazione vicina al 2 per cento il sistema fiscale genera fisiologicamente drenaggio fiscale. Nei nostri conti prendiamo come riferimento circa 4,7 miliardi di fiscal drag “naturale”. E’ la base inclusa nei tendenziali e non può essere contata come extragettito.
Le cifre davvero interessanti sono dunque quelle al netto di quei 4,7 miliardi di fiscal drag fisiologico. Nello scenario base, degli 8,11 miliardi complessivi, circa 3,4 rappresentano gettito aggiuntivo. Con inflazione al 6 per cento diventano 4,6 miliardi. Nello scenario più severo si arriva a circa 8 miliardi. E’ questo il possibile “dividendo” fiscale dell’inflazione.
La distinzione conta ancora di più con le nuove regole europee. Il Patto di stabilità ora controlla la dinamica della spesa netta ed esclude, tra l’altro, l’effetto delle misure discrezionali sulle entrate. E la Commissione europea considera il maggiore gettito da fiscal drag come una misura discrezionale di politica fiscale (equivalente a un aumento delle aliquote) che quindi consente maggiori spazi di crescita della spesa pubblica.Ciò vuol dire che il fiscal drag può essere una fonte importante di finanziamento della legge di Bilancio per il 2027.
E’ un paradosso solo apparente. Il governo può annunciare una riduzione delle aliquote e nello stesso tempo incassare miliardi in più perché l’inflazione spinge i redditi nominali verso scaglioni più elevati e riduce il valore reale delle detrazioni.
La pressione fiscale può aumentare senza che il Parlamento abbia votato un aumento esplicito delle imposte.
Quando l’inflazione era bassa, il problema era quasi invisibile. Dopo lo choc degli ultimi anni non lo è più. Se gli aumenti puramente nominali dei redditi non devono trasformarsi automaticamente in aumenti dell’imposizione, allora il tema non è soltanto come spendere il fiscal drag straordinario, ma se sterilizzare il meccanismo alla radice.
La strada che il governo sta discutendo è molto più circoscritta: estendere fino a 60 mila euro il beneficio dell’aliquota Irpef del 33 per cento, intervenendo sulla fascia tra 50 e 60 mila euro. Ma rispetto al fiscal drag è una compensazione parziale e una tantum: restituisce qualcosa a una parte dei contribuenti, senza modificare il meccanismo che genera ogni anno il drenaggio fiscale.
C’è anche un problema politico. Concentrare lo sgravio tra 50 e 60 mila euro espone il governo alla critica di destinare le poche risorse disponibili ai redditi medio-alti. Una riduzione limitata a quella fascia produce benefici concentrati, mentre il fiscal drag colpisce una parte molto più ampia della distribuzione dei redditi.
L’alternativa è più generale: indicizzare, interamente o almeno in larga misura, scaglioni e detrazioni all’inflazione.
Non si tratterebbe più di decidere ogni anno a chi “tagliare le tasse”, ma di stabilire che un aumento puramente nominale del reddito non deve essere tassato come se fosse un aumento reale.
Naturalmente avrebbe un costo: significherebbe rinunciare non soltanto ai 3,4 miliardi aggiuntivi dello scenario base, ma anche al fiscal drag fisiologico che oggi entra nei tendenziali.
E’ questo il vero punto della prossima manovra.
Prima ancora di discutere come spendere il fiscal drag, bisogna decidere quanto sia legittimo continuare a considerarlo una fonte ordinaria di finanziamento dello stato. Nello scenario base, tra componente fisiologica e aggiuntiva, sono in gioco oltre 8 miliardi.
Quando un’imposta automatica arriva a queste dimensioni, diventa difficile continuare a trattarla come se non esistesse.