L’inflazione si è mangiata un pezzo dei salari: il potere d’acquisto giù del 10%

Il documento di Fratelli d’Italia che celebra i 4 anni del governo Meloni si apre coi dati sul mercato del lavoro. Rivendica “l’occupazione record” e la “disoccupazione ai minimi” come risultati di questo esecutivo. Eppure, in questo inizio di campagna elettorale, la Presidente del Consiglio sta parlando di tutto (immigrazione, regole europee su auto inquinanti, fashion week, bollo auto) tranne che di mercato del lavoro. Perché non capitalizzare sui successi presentati a pagina uno del “libro dei record”? Perché parlare d’altro?

Avanziamo un’ipotesi: forse, nonostante l’occupazione sia effettivamente aumentata in questi anni e la disoccupazione calata (in gran parte per via del calo demografico), gli italiani non condividono il trionfalismo del governo sull’andamento del mercato del lavoro. L’indice di fiducia dei consumatori è un termometro fedele delle ansie legate al lavoro e, storicamente, segue l’andamento di occupazione e disoccupazione. La fiducia aumenta quando l’occupazione sale e la disoccupazione scende. La fiducia diminuisce quando i disoccupati sono in aumento e cala il numero degli occupati. Ebbene da inizio 2022 la fiducia dei consumatori è calata del 10%.

Lavoro e occupazione continuano ad essere ritenuti problemi prioritari da 7 italiani su 10 al pari dei problemi della sanità. Questo disallineamento tra fiducia dei consumatori e dati su occupazione e disoccupazione, queste persistenti preoccupazioni degli italiani per il loro lavoro si spiegano col fatto che

i salari hanno mediamente perso in questi anni quasi il 10% del loro potere d’acquisto, eroso dall’inflazione, ed erano già bassi in partenza rispetto al valore di ciò che si produce. È proprio questa ulteriore erosione che spaventa i lavoratori. Sono più preoccupati oggi dall’inflazione che quattro anni fa, quando l’aumento dei prezzi era due volte più marcato. I salari da noi non tengono il passo dell’inflazione al contrario di quanto avviene negli altri paesi europei.

Con chi si identifica chi oggi è preoccupato per la perdita del potere d’acquisto dei salari? Il sindacato non è immune da colpe. Il nostro sistema di contrattazione collettiva è sistematicamente in ritardo. I contratti scadono e non vengono rinnovati per tempo, non facendo recuperare il potere d’acquisto perso nel frattempo. I sindacati non hanno capito che era interesse della controparte allungare i periodi di “vacanza contrattuale” tra la fine di un contratto e il varo di un altro accordo perché in questo interregno diminuiva il costo del lavoro.

Ancorati come sono alla cultura della protezione dell’impiego, i sindacati faticano anche a capire che in questo momento il potere d’acquisto dei lavoratori va difeso rimuovendo gli ostacoli che impediscono di cambiare lavoro a chi ritiene di essere pagato troppo poco. Oggi è più facile trovare impieghi alternativi perché le imprese faticano a riempire i posti vacanti. Chi è rimasto nel tempo con la stessa azienda ha subito molto di più i contraccolpi dell’inflazione di chi ha cambiato lavoro.

Delegando l’iniziativa e l’agenda sul lavoro e sui salari ai sindacati non si è perciò credibili nel proteggere i lavoratori dall’inflazione. Bene anche andare al di là della proposta di un salario minimo indicizzato all’inflazione, che riguarda pur sempre una minoranza di lavoratori. Affrontare la questione salariale vuol dire impedire ai datori di lavoro di dissuadere i propri dipendenti dal cambiare impiego con clausole capestro del tutto immotivate, introdurre adeguamenti automatici dei salari all’inflazione durante i periodi di vacanza contrattuale per dissuadere le organizzazioni di categoria dal far scadere i contratti senza rinnovarli, indicizzare gli scaglioni dell’Irpef in base all’andamento dei prezzi per evitare un ulteriore drenaggio fiscale e varare una legge sulla rappresentanza datoriale e sindacale da approvare possibilmente con l’accordo delle parti interessate, ma anche senza di loro nel caso in cui continuassero a fare melina.

Giorgia Meloni non parla di lavoro perché è pericoloso farlo quando non ci si è dimostrati in grado di proteggere i salari dall’inflazione.

L’opposizione può farlo, ma l’impressione è che finisca sempre per subire l’agenda comunicativa, la scelta dei temi di cui parlare, dell’avversario. È una subalternità pericolosa perché nella competizione elettorale, la rilevanza attribuita a un problema spesso conta molto di più dei contenuti. L’opinione pubblica tende a fare le proprie scelte di voto sulla base delle posizioni con cui tradizionalmente si identifica quando pensa ai temi oggetto del contendere. Non si vince giocando meglio, ma scegliendo il campo da gioco.