” Continuate a diffondere queste notizie, così date lo spunto a chi non è in grado di controllare i propri istinti di emulare questi episodi. Mi raccomando raccontate tutto con dovizia di particolari senza tralasciare nulla. Del ragazzino congolese che col suo gesto valoroso ha evitato il peggio non ho sentito parlare, se non in modo sbrigativo e veloce. Un consiglio andate a cercare le notizie positive e non raccontateci solo allerte, emergenze e situazioni folli. Io non guardo più telegiornali e vi sembra normale?”
Su Facebook una utente commenta così la notizia del Messaggero su uno studente di 14 anni di Lamezia che voleva uccidere la docente e i messaggi trovati sui social.
Torno sull’argomento perchè essendo stato nella scuola a districarmi in faccende varie sino a dieci anni fa, sentii il dovere di scrivere addirittura un romanzo (Azzurro) per spiegare, con un intreccio di storie varie, il valore dell’attenzione.
La mia esperienza, che è evidente non corrisponde a quella di altri ed è solo un frammento di una realtà che ne ha miliardi, mi induceva a pensare che a Lamezia così come nel mondo (quando scrivevo io i social ancora non c’erano ma c’era internet) il “farsi i fatti propri per vivere cent’anni” era lo sbaglio più terribile che possiamo commettere.
Chi mi conosce sa che le riunioni dei consigli di classe nel De Fazio per me avevano un solo compito, così riassumibile: facciamoci insieme, noi docenti, i fatti degli alunni. Ogni alunno non siamo in grado di conoscerlo soltanto attraverso gli occhiali della materia insegnata da ciascuno. Pertanto la parabola dei ciechi che toccavano l’elefante e ognuno pensava che fosse una cosa diversa, divenne nel De Fazio la parabola che spiegava la collegialità.
Le materie dividono, Pasquale può valere 8 in matematica e 3 in italiano, ma i docenti di italiano e matematica devono parlarsi per capire insieme chi è il vero Pasquale, che cosa sente, prova, fa. L’attenzione verso l’altro per me è l’unico metodo educativo valido. Ho spiegato tante e tante volte la prima volta che ho capito questo concetto e fu durante un consiglio di classe quando ero ancora docente. Parlavamo di una alunna e la mia collega di francese se ne uscì con una frase che mi fece rimbalzare sulla sedia. Disse, commentando il voto negativo che le aveva messo, “se ne sta sempre per i fatti suoi, persa nei suoi pensieri, mi fa l’esistenzialista tutta vestita di nero”.
In quel momento capii che la collega cadeva dalle nuvole perchè non sapeva nulla di nulla della ragazza e del suo vissuto. E’ vero, vestiva di nero, ma non era esistenzialista, era in lutto perchè nella sua famiglia si usava così. Abitava in un posto isolato, la sua famiglia viveva coltivando la terra, e un giorno d’estate tornando a casa aveva trovato il fratello più grande appeso ad una trave impiccato. Questo le era successo e i genitori avevano voluto che continuasse la scuola mentre lei ne avrebbe fatto a meno. Pertanto veniva a scuola ma non parlava con nessuno e studiava poco, persa nella sua angoscia. I suoi compagni però conoscevano la sua storia e non sapevano come aiutarla. Io appresi questa cosa da una sua compagna, l’unica che avevo visto durante l’intervallo avvicinarsi a lei.
Da quel giorno ho capito che noi docenti siamo ciechi, persi dietro i voti che dobbiamo dare, senza alcuna attenzione verso le persone degli alunni (“Persone prima che studenti” o “Ragazzi e ragazze prima che studenti”, come amava dirmi Teresa Materazzo)
La differenza tra la scuola che ho frequentato io e l’attuale è questa: a noi pochi alunni ci minacciavano, ci rigavano l’auto, erano vandali; adesso qualcuno pensa anche che possa ucciderti e diventare famoso. In Italia ancora non fanno stragi nelle scuole perchè le armi non sono libere come negli Usa, ma se continuiamo così, a giustificare vendicatori solitari che sparano ai ladri, i vendicatori ce li ritroveremo anche nelle scuole.
Ai tempi miei la scuola aveva ancora pareti che la proteggevano dall’esterno; ora no, sono cadute le pareti e ognuno a scuola si comporta come si comporta a casa sua, nelle strade, al volante, allo stadio. Anche questo passaggio è legato ad un mio ricordo preciso. Fu quando dissi ad una mamma che il figlio non poteva pretendere di tenere in classe sul capo un cappellino. La risposta della mamma fu “Preside, ma che male fa?”. In quel momento – chissà che anno era? – ho capito che il mondo, il mio mondo, era finito. I genitori erano diventati sindacalisti dei figli mentre il nostro mondo non esisteva più. Io sono stato in una scuola dove avevo anche (alcuni) colleghi don Abbondio, che avevano paura degli alunni minacciosi. In alcuni scrutini ho dovuto fare le mie solite sceneggiate, minacciando tuoni fulmini e ispettori per farmi presentare i voti veri per gli alunni terribili che volevano promuovere per quieto vivere. “Facciamo così, io adesso esco, voi discutete quanto volete, quando siete pronti mi richiamate, però devo avere i voti veri dell’alunno, non quelli falsi che mi avete presentato. Insieme, davanti ai voti veri discuteremo cosa fare”. Grazie a Dio li convincevo, e così non passavamo tutti per dei rammoliti don Abbondio pronti a piegarsi davanti ai prepotenti don Rodrigo.
Che il mondo sia cambiato in Italia non lo hanno capito in tanti. Gli insegnanti, che pensano ancora a dare voti e, se uno scrutinio boccia alla unanimità un alunno, ancora credono che l’alunno si metta l’animo in pace. No, ogni alunno si convince che c’è un solo prof responsabile della sua bocciatura. I dirigenti, che tutti presi dai loro innumerevoli progetti e dalla incessante pubblicità di tutti gli starnuti che fanno ogni giorno, hanno ormai poco tempo per capire ogni studente, con tutto quello che gli passa nella testa (e che siamo, pure psicologi?). I politici, che pensano agli stranieri per classe, ai compiti a casa, a cambiare nome alle cose lasciandole sempre le stesse. I giornalisti, sto facendo esempi in ordine sparso, che riportano le chat del ragazzino di Lamezia, senza capire che i violenti ora vogliono la fama e loro si prestano ai loro scopi.
Ma -chiedo – ancora nel 2026 non hanno visto nessun film dove c’è un serial killer che intende farsi pubblicità e interloquisce con un giornalista e la stampa per cui si capisce che i messaggi farneticanti non vanno pubblicati? Tipo Zodiac, film del 2007 diretto dal grande David Fincher. Il killer dello Zodiaco invia lettere e cifrari ai giornali, chiedendo che vengano pubblicati. I giornali diventano parte della vicenda e si pone esplicitamente il problema di quanto dare spazio al killer e alle sue richieste. Oppure Copycat, del 1995, con Sigourney Weaver affascinante criminologa, specialista in serial killer. Un assassino seriale imita celebri serial killer e cerca di costruire la propria identità proprio attraverso la notorietà. La stampa e la televisione hanno un ruolo importante nella dinamica emulativa.
Concludo segnalando due film che consiglio a tutti quelli che hanno a cuore gli argomenti ai quali ho accennato. Il primo è del grande giapponese Hirokazu Kore’eda (1962).
L’innocenza (Monster) (2023) Una storia, tre punti di vista, anzi no, quattro, e altrettante, forse ancora di più, posizioni da cui guardare la realtà: dalla prospettiva dei piedi di un bambino su cui il film si apre; dal balcone ai piani alti di un palazzo mentre un edificio vicino va a fuoco; dal sedile di un’auto mentre si parcheggia in retromarcia; dalle scale di una scuola; davanti a una persona a cui si sta chiedendo scusa con un inchino… Grande narratore delle dinamiche relazioni, familiari e istituzionali, Kore’eda in Monster inserisce i cinque protagonisti – Minato e sua madre Saori, il professor Hori, la preside Makiko e il piccolo Yori – all’interno dei loro spazi – le case, la scuola, un tunnel, un rifugio nei boschi – e dà valore soprattutto ai loro movimenti, ai loro sguardi, agli oggetti che li definiscono, alle parole che usano e che vengono fraintese, usate, manipolate.
Infine guardate il film tedesco La sala professori, diretto da İlker Çatak nel 2023 e candidato al Premio Oscar come miglior film internazionale. Davvero una potente metafora della società moderna. Il film mostra come l’autorità degli insegnanti sia oggi messa in discussione da studenti e genitori, rendendo il ruolo educativo estremamente difficile. La sala professori è il luogo in cui gli adulti formano la classe dirigente che governa la scuola attraverso regole, illazioni e sotterfugi. Da un evento minimo, come una serie di piccoli furti, scoppia un’escalation di sospetti e conflitti che dimostra la rottura della cooperazione tra scuola e famiglie. Catak rifiuta la divisione netta tra buoni e cattivi, evidenziando come la ricerca esasperata di una verità rigida finisca per contaminare e distruggere l’armonia dell’ambiente scolastico.