Domanda per i putiniani italiani: cosa si fa se i russi violano il nostro territorio?

Per decenni la deterrenza atlantica si è retta su una domanda semplice: che cosa succede se i carri armati russi passano il confine? La risposta si trova nell’articolo 5 del trattato: un attacco contro uno è un attacco contro tutti. Ma se i carri armati non arrivano? Se esplode una fabbrica di munizioni, viene tranciato un cavo sottomarino, un aeroporto chiude per droni di origine incerta? Se un piccolo drone parte da un mercantile che è già lontano quando comincia l’indagine? Quanto bisogna essere sicuri dell’autore prima di reagire?

È qui che un Gerbera diventa politicamente più interessante di un missile balistico, e non perché sia più potente. Un missile russo su una base italiana chiarirebbe subito chi ci ha colpiti e quale articolo del Trattato invocare. Un drone da pochi chili lascia spazio alla negazione. L’ambiguità non è un difetto dell’arma, è il suo pregio strategico. Costringe chi è colpito a scegliere fra due risposte scomode. Se non reagisce, la provocazione ha funzionato. Se reagisce senza prove, diventa lui quello che provoca l’escalation. Il vero bersaglio non è l’aeroporto: è la decisione politica che viene dopo.

Non è un’ipotesi di scuola. Nella notte fra il 4 e il 5 agosto, all’aeroporto di Lipsia/Halle, è stato trovato un drone carico di esplosivo accanto ad alcuni Antonov ucraini usati anche per trasportare materiale militare. Secondo gli investigatori doveva colpirne uno, ma il detonatore non ha funzionato. Dieci giorni dopo è stato trovato un secondo drone in un campo vicino. Poi sono stati sequestrati una cinquantina di grammi di quello che si ritiene sia Hexogen, un esplosivo militare, e sono state rilevate tracce di Dna. La procura federale considera possibile la pista russa; Mosca nega. A quasi due mesi di distanza, il caso sta esattamente dove la guerra ibrida vuole collocarlo: abbastanza grave da allarmare, non abbastanza chiaro da imporre una risposta.

La strategia russa, allora, potrebbe non consistere nel superare la linea rossa, ma nel camminarci sopra. Un passo, vedere che succede, poi un altro. Ogni episodio, preso da solo, sembra troppo piccolo per una crisi internazionale. La somma, però, abitua l’Europa all’idea che il suo territorio possa essere violato di continuo, senza che arrivi mai il momento in cui dire: qui è cominciata la guerra.

Bruxelles se n’è accorta. Presentando il 16 settembre il suo counter-hybrid playbook, Ursula von der Leyen ha citato proprio Lipsia e ha parlato di minacce «sempre meno ibride e sempre meno minacce». La proposta è una specie di articolo 4 europeo: un protocollo di sicurezza d’emergenza che lo Stato colpito potrebbe attivare per convocare gli altri ventisei e coordinare una risposta, accanto alle consultazioni previste dall’articolo 4 della NATO. È meno spettacolare di una nuova divisione corazzata, ma forse altrettanto utile, perché la deterrenza funziona solo se l’avversario conosce in anticipo il prezzo da pagare. Resta da capire come si deciderà. Se servirà l’unanimità, basterà un solo governo a rendere incerto quel prezzo, che è esattamente ciò che la guerra ibrida cerca di ottenere.