Ora che ha raggiunto l’“età grande”, così la chiama in prossimità dei 90 anni, Renzo Piano si concede ciò che per tutta la vita si era vietato: raccontarsi. Gli ho chiesto come motiva una decisione così intima da apparire sorprendente e lui, fermando tra indice e medio il mezzo sigaro, ha risposto che non ne era certo ma aveva avuto la sensazione che più scavava dentro di sé e più quei «mondi impossibili» nei quali da bambino si perdeva venivano fuori, più scavava e più quegli stessi mondi somigliavano a una seconda nascita. E ho pensato all’Alephdi Borges, alla pietra che risplende e nella quale gli impossibili si fanno possibili e l’universo da inconcepibile diviene familiare. Costruire, scrivere, immaginare — qualunque cosa vogliano dire — trovano nel libro che Francesco Merlo e Renzo Piano hanno realizzato un inaspettato soffio di giovinezza. Di disinvolta allegria. Di pudore svelato. Tutto qui (edito da Solferino) è il frutto di un’intesa perfetta tra parola scritta e parola detta. In fondo è il miracolo di certi libri che scavalcano il genere (autobiografia, romanzo, saggio, memoir) per essere solo se stessi.
Hai detto a Francesco Merlo che c’è solo un momento — né prima né dopo — in cui un libro così poteva essere realizzato, un’età in cui potevi parlare liberamente di te.
«Prima non sarei stato capace di raccontarmi come ho fatto e dopo, beh dopo, non so se ne avrei avuto la forza e la lucidità. Scegliere il momento non è mai facile. È un’intuizione. Devi sentire dentro che qualcosa si compie e al tempo stesso ti illumina. Come l’Alephche citavi, come l’esperienza più sorprendente che si trova a vivere il protagonista del racconto di Borges. Non ho conosciuto Borges. Mi sarebbe piaciuto incontrarlo nella sua età grande».

Che cosa intendi per “età grande”?
«Un’età fragile della vita che ti mette di fronte a quello che non sei più in grado di fare. E allora impari a riconoscere il superfluo. Molte cose che ti sembravano necessarie sono inutili. E le butti. Certe volte, la mattina, mi alzo e ammucchio carte e le getto. Scarto ed elimino idee e convinzioni che un tempo pensavo imprescindibili».
Alla fine cosa resta?
«L’essenziale delle persone incontrate e amate, dei libri letti, delle musiche ascoltate, dei film visti, dei viaggi compiuti. Resta la sintesi di tutte le esperienze che la memoria rappresenta e che, in fondo, noi siamo. Ho elaborato lutti, vissuto gioie, condiviso passioni, provato delusioni. Sono tutto questo e nessuno può rubarmelo».
Una consapevolezza che ti fa stare meglio?
«Mi conforta, come fosse la promessa di una piccola immortalità. So che non spariremo, non sparirò del tutto. Nella vita non ho fatto che costruire. Ti assicuro che costruire è meglio che creare».
Perché?
«I greci conoscevano una sola parola, poiesis, per tenere insieme il gesto del costruire e quello del creare. Separandoli, abbiamo attribuito al creare una forza trascendente che agirebbe al posto nostro. Non posso escludere del tutto che sia così. Che esista in ogni costruzione realizzata una scintilla di mistero che va oltre l’impiego di materiali e disegno».
A cosa pensi?
«Alla luce e alla trasparenza che sono per me il respiro stesso della forma; o al suono la cui purezza è ancora più potente del linguaggio delle cose. Nel creare c’è insomma un’eccedenza di cui non mi sento responsabile. Mentre lo divento pienamente per ciò che costruisco».

La responsabilità richiama una disposizione etica?
«Uno sguardo etico è fondamentale e ho costruito spesso in luoghi devastati. Dalla guerra, dall’incuria, dalla speculazione, dai terremoti. Luoghi che aspettano che qualcosa di buono accada e che qualcuno provi a guarirli».
Guarire un luogo come fosse una persona?
«Perché no? Con le dovute differenze, un architetto non è poi così dissimile dal medico. Voglio dire che anche i luoghi si ammalano e che possiamo prendercene cura. Forse è la ragione per cui ho progettato e costruito parecchi ospedali».
Hai costruito anche molti ponti.
«Li ho sempre amati. Non vorrei abusare dell’immagine del ponte come ciò che unisce, che tiene insieme le differenze, che richiama la pace e quando scoppia un conflitto la prima cosa che accade è la sua distruzione. Ma è così. Un ponte sembra muoversi nell’aria trasmettendo la sensazione di volare, questo è il suo fascino».
Nel libro affronti anche il “ponte sullo Stretto”. Sembri possibilista.
«È una questione delicata dove si intrecciano aspetti politici, amministrativi e tecnici, ambizioni personali e ragionamenti su che cos’è un bene comune».
Ti è stato mai chiesto di occupartene?
«Mai ufficialmente. Mi è stato invece chiesto cosa ne pensassi. Ti confesso che ho avuto e conservo un pensiero innocente».
Cosa intendi?
«Diciamo libero da pregiudizi. Penso che per come è stato tecnicamente progettato ho diversi dubbi».
Si può fare o no?
«Se ne parlo, visto che di passata affronto l’argomento nel libro, è con la consapevolezza che per quanto un progetto sia audace, alla fine saranno gli ingegneri con i loro calcoli e gli architetti con i loro progetti a stabilirne la fattibilità. Il punto non è immaginare la costruzione del ponte più lungo al mondo, per fregiarsi di un record. Il punto è trovare un modo di far convivere la lunghezza, che deve essere in questo caso più corta di quella immaginata, con la decisione su dove piantare i piloni. Non esiste un ponte impossibile».
Paragoneresti la tua vita a un ponte?
«Nel senso delle connessioni e forse del volo, sì. Ma la paragonerei al tempo stesso alla piazza, lo spazio dove è più facile incontrarsi e scambiare idee».
Perché hai scelto di diventare architetto?
«Forse per una facilità innata ad assemblare idee e cose. A 18 anni dissi a mio padre che avrei voluto fare l’architetto. Eravamo in cucina e lui fumava la pipa. Me la puntò contro e disse: ma perché? Ecco, quel “ma perché” mi risuona ancora nella testa. Nella sua, forse, si agitava il timore del superfluo. Non considerava che anche per il mestiere di architetto, come tutti i mestieri, importa farlo bene».
C’è qualcosa che detesti della professione?
«Quel certo “dongiovannismo” per cui ogni progetto finisce con l’essere un atto di seduzione. Il dongiovannismo è l’anticamera del superfluo. La diffidenza verso ornamento e superfluo l’ho appresa da mio padre».
Di cosa si occupava?
«Aveva un’impresa di costruzioni. Sono cresciuto nei cantieri. A volte mi portava con lui e seduto su un mucchio di sabbia l’osservavo lavorare. Ho respirato quel mondo e forse quando ho scelto di impiegare vetro e acciaio invece di mattoni, ghiaia e cemento si è sentito un po’ tradito dal figlio».
Sei stato figlio unico?
«No, c’erano Anna, la sorella più piccola, ed Ermanno più grande di dieci anni, e c’era stato un altro Renzo che morì tredicenne di setticemia un anno prima che nascessi. Mia madre volle darmi il suo nome».
Come fossi un “doppio”?
«Come argine a un dolore profondo».
Che bambino sei stato?
«Particolare, direi difforme rispetto agli altri bambini».
Racconti nel libro i ritardi scolastici, al punto che un insegnante prete disse a tua madre che non eri “normale”.
«Ero in terza elementare. Per fortuna non venne preso sul serio. La verità è che a scuola mi perdevo in fantasticherie. Renzo ha la testa tra le nuvole, dicevano. La timidezza impedì di esprimermi fin quasi ai vent’anni».
Ma non ha impedito di farti degli amici. Tra questi fu importante Gino Paoli.
«Siamo figli di un temporale, che poi è la guerra, con le sue ingiustizie e atrocità. Gino aveva tre anni più di me. Vivevamo a Pegli, periferia di Genova. A me piaceva la musica, a lui dipingere. Suonavo la tromba. Un giorno venne a casa. Presi lo strumento e improvvisai. E lui, di punto in bianco, se ne uscì con una frase che mi sembrò una coltellata: smetti di suonare la tromba!».
Come reagisti?
«Sul momento ci restai malissimo. Non me l’aspettavo. La verità è che ero andato a sbattere contro i miei limiti. Smisi di suonare. Poi compresi che a volte l’amicizia deve essere crudele».
Deve o può?
«Deve, ma capisco che è molto difficile convivere con un giudizio definitivo. Ho impiegato anni per accettarlo. La musica mi ha sempre attratto. John Cage veniva spesso a trovarmi. Sono stato amico di Maurizio Pollini, Claudio Abbado e soprattutto di Luciano Berio, ligure come me».
Ti dedicò una delle sue ultime composizioni.
«Stava già male e il gesto mi commosse. Al funerale eravamo in tanti. C’era anche Umberto Eco. A un certo punto lui mi dice: cantiamo. Cantiamo cosa? Con Luciano ci divertivamo a improvvisare le canzonacce. Non era il caso. Ci venne spontaneo cantare Bella ciao, stonati fin dentro alle lacrime. E quando finimmo ci accorgemmo che la cerimonia continuava. La ricantammo, senza pietà per le orecchie altrui».
Un altro ligure, Italo Calvino.
«Veniva a volte sul cantiere a Parigi mentre costruivamo il Beaubourg. Estraeva il taccuino e si divertiva a fingere di darmi consigli sbagliati su cosa e come fare. Credo che tanto io invidiavo la sua scrittura — che mi sembrava di vetro e acciaio — quanto lui le mie idee architettoniche».
Condividevate una certa idea di leggerezza.
«Ma sai, sulla “leggerezza calviniana” si è detto troppo. Può essere una cosa straordinaria come pure sintomo di stupidità».

Come definiresti il tuo Beaubourg?
«Una follia di libertà. Avevo 33 anni quando, contro ogni previsione, vincemmo il concorso».
L’avresti fatto senza Rogers?
«Richard era un po’ più grande di me. Fu lui a cercarmi. Una benedizione. Sono convinto che fosse il più bravo. La sua chiarezza di pensiero ha risvegliato intuizioni che avevo dentro e di cui non ero pienamente consapevole».
Più maestro o amico?
«Nessuno di noi due era maestro all’altro. La nostra forza scaturiva dallo stare assieme e dall’essere amici».
Il Beaubourg è stato dichiarato quest’anno monumento storico. Lo avresti immaginato?
«Quando ebbe inizio quell’avventura eravamo degli “scappati di casa”. Senza una lira. Decidemmo di partecipare al concorso non per vincere ma perché comunque avremmo intascato qualche migliaio di sterline. L’idea era di farci una bella vacanza con le nostre compagne. Quando fu aperta la busta e uscirono i nostri nomi, nessuno sapeva chi fossimo».
Ti sei mai chiesto perché foste scelti?
«Sicuramente non è stato il classico biglietto della lotteria. La verità è che facemmo qualcosa di sorprendente. Un “mostro” che mi ha perseguitato fino a quando ne compresi la profonda originalità. Realizzammo una costruzione che rispondeva a una cultura multidisciplinare, dove tutti potevano soddisfare il loro desiderio di conoscenza. Non puoi immaginare cosa fosse la magia culturale di Parigi in quel momento. A quasi mezzo secolo dalla sua realizzazione, il Beaubourg è stato visitato e utilizzato da 300 milioni di persone. Ne sono orgoglioso».

Anche tu sei in qualche modo considerato un monumento: riconoscimenti prestigiosi, lauree ad honorem, senatore a vita.
«Mi sembra che questo oggi appartenga al superfluo. Le mie opere sono migliori di me».
Lo dici quasi con una punta di autorimprovero.
«Lo dico serenamente, convinto che nella vita e nel lavoro si commettono errori. Una volta al mese insegno a dei ragazzi. E dico loro: per imparare dai propri errori occorre riconoscerli. Poi ammetterli e discuterne. A loro li confesso volentieri».
Fa parte anche questo della saggezza dell’età grande?
«Diciamo che rende la mia mente un po’ più leggera e il fondo più trasparente».
Sei credente?
«Nel senso della fede, non ti saprei rispondere. Credo, ma non so in cosa credo. Aveva ragione Papa Francesco la volta in cui mi disse: “Gli atei non esistono”».
Come definiresti il tuo libro?
«Più che un’autobiografia, un viaggio. Mi viene in mente Itaca, la poesia di Kavafis. Un viaggio ricco di esperienze uniche che Francesco ha saputo tirare fuori».
Mentre sei qui che parli, nel tuo piccolo studio, vedo sul muro foto di persone che hanno attraversato la tua vita. Ti mancano?
«Mi sono dato una regola: non pensare al passato come passato. Voglio dire che mi piace immaginarlo senza nostalgia. Pierre Boulez diceva: “Renzo stai attento, la nostalgia ti rende invalido, impedisce di muoverti liberamente”. Aveva ragione. E allora mi mancano? I miei amici non se ne sono mai andati. Sono movimento e luce. Gino, Luciano, Umberto, Italo, Fernanda (Pivano), Octavio (Paz), Maurizio, Claudio, Richard sono qui. Non sono spariti. Ci sono le loro tracce e poi le voci, gli sguardi, gli abbracci. Non è nostalgia. È dolcezza. Anche questo sentire appartiene all’età grande».