Sulle tv che raccontano incessantemente il caso Garlasco o Lavitola il prof. Aldo Grasso ci ha spiegato: -Il vero oggetto del racconto, allora, non è più il delitto né l’attentato. È il bisogno collettivo di non archiviare nulla. Perché un caso chiuso produce una risposta; un caso aperto produce ospiti-.
La mia domanda è: se fosse anche complottismo, oggi che il mondo ha perso la distinzione tra vero e falso? Le teorie del complotto offrono una spiegazione semplice a eventi traumatici, angoscianti o difficili da accettare.
Si immagina un gruppo segreto (il nemico invisibile) che manovra la realtà per ottenere potere e dominio, incolpandolo di ogni male. Il principio base del cospirazionista è che «tutto ciò che succede è stato voluto da chi ne beneficia».
Per approcciare l’argomento credo sia utile Pierre-André Taguieff, Complottismo, Il Mulino, 2023. Affronta la storia delle teorie del complotto, i meccanismi del pensiero cospirazionista, le sue funzioni psicologiche e sociali e il rapporto fra complottisti e anticomplottisti. La struttura logica del pensiero complottista delineata da Taguieff si fonda su cinque regole fisse che escludono la casualità e attribuiscono ogni evento a una volontà precisa e coordinata. Il sistema si regge sull’idea che tutto sia interconnesso, che la realtà ufficiale sia una messinscena, che il beneficiario di un evento ne sia l’autore e che i cospiratori detengano un potere onnipotente.
Un altro testo molto interessante è quello di Rob Brotherton, Menti sospettose. Perché siamo tutti complottisti, Bollati Boringhieri, 2017.
Fa capire la psicologia del complottismo: perché anche persone perfettamente razionali possono essere attratte da spiegazioni complottiste.
In estrema sintesi, questi autori, ed altri che hanno studiato l’argomento, non considerano “complottista” semplicemente chi crede a una teoria falsa. Alcuni cercano di individuare una particolare struttura mentale: la tendenza a ricondurre eventi complessi all’azione intenzionale e coordinata di un gruppo nascosto (il nemico invisibile), reinterpretando spesso ogni elemento contrario come ulteriore prova del complotto. È proprio questa distinzione che rende il tema molto più interessante della semplice contrapposizione “vero/falso”.
Un grande esempio di narrazione complottista avuta in Italia è la cd “trattativa Stato-mafia”. “Dell’impianto accusatorio originario non resta più nulla se non le macerie di un processo che non doveva iniziare”, commenta così al Foglio lo storico Salvatore Lupo all’indomani dell’assoluzione degli ex ufficiali dell’Arma Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, insieme all’ex senatore Marcello dell’Utri. Sulla presunta trattativa tra i carabinieri e Cosa nostra la Corte d’assise d’appello di Palermo, ribaltando il giudizio di primo grado, stabilisce che il fatto non costituisce reato. Per il professore Lupo, ordinario di Storia contemporanea a Palermo, coautore con Giovanni Fiandaca di un volume memorabile dal titolo “La mafia non ha vinto” (ed. Laterza), la sentenza “conferma che la storia va raccontata per quello che è, senza la ricerca ossessiva di un Grande Satana o di un Grande Burattinaio mai esistito. Non c’è stato alcun complotto ordito dall’alto, il reato di trattativa non è previsto nel Codice penale e, se mai trattativa fu, questa non fu condotta con metodi illeciti”.(Trattativa Stato mafia, la versione di Salvatore Lupo, il Foglio, 25/9/21).