Un semplice incidente, un film per capire l’Iran e noi umani

(22/3/26) Se Un semplice incidente (su Now) è uno dei maggiori film dell’anno, forse il migliore (Palma d’oro a Cannes 2025), non è perché affronti un tema politico, perché è (anche) un atto di resistenza al regime iraniano o perché racconti una storia che mostra qualcosa che raramente viene mostrato. È perché racconta una storia a cui il suo autore ha partecipato e subito e perché invece di raccontarla con rabbia, la racconta con una commedia. E non è nemmeno una di quelle commedie in cui si prendono in giro i cattivi. È una commedia simile a quelle italiane, in cui si partecipa del dramma di tutti e su tutto emerge un irresistibile amore per le persone e la loro umanità.

Sarebbe facile fare di un film in cui un meccanico, nel ricevere la macchina incidentata di un cliente e riconoscendo dal rumore della sua gamba di legno che è la persona che lo torturò quando fu arrestato, una storia senza fiducia nei confronti dell’umanità. Anche perché questo meccanico reagisce a sua volta in maniera disumana: lo rapisce, lo porta nel deserto e comincia a scavare una buca per seppellirlo vivo. Già lo spunto da solo racconta come i regimi repressivi annullino lo spirito umano, sia in chi tortura sia in chi è torturato. Invece la grandezza di Jafar Panahi, che il film l’ha scritto e diretto di nascosto (perché si rifiuta di sottoporre la sceneggiatura alla commissione censura che dovrebbe approvarla), è di dare al suo protagonista un dubbio, di indurlo a coinvolgere altre persone che sono state prigioniere con lui per sentire la loro opinione: è o non è l’uomo che li maltrattò?

Nel momento esatto in cui Un semplice incidente comincia a coinvolgere altri iraniani, diventa una commedia. Le situazioni si fanno sempre più assurde e paradossali, vengono coinvolti degli sposini, si finisce all’ospedale e il truce protagonista dimostra un cuore di panna, in una scena in cui si presenta con dei dolcetti tutto contento. Panahi ha un amore indistruttibile verso gli iraniani, nonostante tutto quello che gli hanno fatto. È stato incarcerato due volte, una delle quali in isolamento; gli è stato imposto un divieto di uscire dal paese e poi uno di girare film. Nonostante questo, ha realizzato cinque lungometraggi di nascosto in venti anni, con espedienti che meriterebbero un film a sé. Tutti eccezionali. Uno ha vinto l’Orso d’oro a Berlino (Taxi Teheran, in cui tutto avviene in un’auto in giro per la città, con videocamera nascosta nel cruscotto e gli attori che entrano ed escono dal veicolo) e questo ha vinto la Palma d’oro a Cannes. La dimostrazione più concreta che esistono uomini che non possono essere conquistati.

Ecco la grandezza di questo cinema sta nella compresenza di idee di regia eccezionali, spunti fantastici per parlare di argomenti sui quali già sono stati fatti diversi film (lo spunto di Un semplice incidente, in fondo, è lo stesso di La morte e la fanciulla di Polanski) e una sovrapposizione impressionante tra ciò che quei film raccontano e le condizioni in cui Panahi li scrive e realizza. Film che denunciano un regime, fatti di nascosto dal regime, dal carcere o dopo essere usciti dall’isolamento. C’è una forza espressiva in Un semplice incidente, che esplode tutta in un finale disperato, in cui dopo la commedia torna il dramma: una forza che non avrebbe la stessa coinvolgente sincerità se il regista fosse un altro o avesse avuto un’altra vita. E tuttavia (ed è qui che sta il genio registico di Panahi) quelle parti drammatiche si reggono con quelle di commedia, senza stonare né sembrare che siano due film diversi appiccicati insieme.

Jafar Panahi (1960)