L’Arabia Saudita (Mohammed bin Salman) nell’angolo

Due colpi in quarantott’ore hanno mostrato quanto sia fragile il regno che per mezzo secolo ha garantito stabilità al mercato petrolifero globale. Giovedì droni lanciati dall’Iraq, manovrati da milizie filo-iraniane, hanno incendiato alcune stazioni di pompaggio dell’oleodotto East-West, l’arteria da 1.200 chilometri che porta il greggio dal Golfo al Mar Rosso evitando lo Stretto di Hormuz.

Nello stesso giorno gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran, hanno conquistato il porto di Mokha e l’isola di Perim, punto di controllo dello stretto di Bab el-Mandeb, l’altra porta d’uscita del petrolio saudita verso i mercati asiatici. L’ente petrolifero saudita Aramco ha dichiarato di aver chiuso l’oleodotto «per precauzione»; la produzione saudita è scesa ai livelli più bassi dal 1990.

La combinazione è quanto di più pericoloso si potesse immaginare per Riad: la stessa settimana in cui la via di terra viene colpita, la via di mare rischia di finire sotto il controllo di una milizia che ha appena dichiarato un embargo contro le navi saudite. Il regno che si era illuso di aver isolato la propria economia dai rischi dello Stretto di Hormuz scopre di non avere più alcuna via di esportazione sicura.

La finta neutralità
È la fine di un’illusione strategica costruita in silenzio negli ultimi mesi: l’idea che l’Arabia Saudita potesse restare quasi una spettatrice della guerra fra Washington e Teheran, ridurre la propria esposizione dirottando i flussi di greggio verso il Mar Rosso, e lasciare che fossero altri — americani, israeliani — a pagare il prezzo militare del confronto con l’Iran. Quella strategia di equidistanza aveva un senso finché il fronte restava lo Stretto di Hormuz. Ora che gli Houthi hanno riaperto il fronte yemenita, la finzione della neutralità saudita è saltata.

Da qui le due telefonate di giovedì fra il principe ereditario Mohammed bin Salman e Donald Trump. Mbs ha chiesto attacchi aerei americani diretti contro le postazioni Houthi. Trump ha detto di no. Ha offerto condivisione di intelligence e supporto al targeting, ha inviato in Arabia Saudita l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, ma ha rifiutato di aprire un secondo fronte militare diretto, a fianco di quello contro l’Iran.

Perché questo rifiuto, da un presidente che ha fatto di Riad la prima tappa dei suoi viaggi all’estero e che si è presentato come il migliore amico della casa Saud? Le ragioni sono tre, e nessuna riguarda un raffreddamento ideologico dei rapporti.

La prima è militare: gli Stati Uniti sono già impegnati in una guerra con l’Iran da sette mesi. Aggiungere lo Yemen significherebbe disperdere risorse — aerei, navi, sistemi di sorveglianza — già insufficienti a garantire la riapertura di Hormuz, che resta la priorità dichiarata di Trump.

La seconda ragione è politica: siamo a meno di due mesi dalle elezioni di midterm, il prezzo della benzina è salito del 36 per cento dall’inizio della guerra. Aprire un altro fronte in Yemen, con il rischio di ulteriori scosse sui mercati energetici, è l’ultima cosa di cui un presidente sotto pressione elettorale ha bisogno. La terza ragione è più strutturale: la riluttanza a farsi trascinare in conflitti per procura dai propri alleati regionali.

L’asse Riad-Washington
Il paradosso è che questa cautela americana rischia di produrre l’effetto opposto a quello voluto: se Riad si sente abbandonata, potrebbe cercare accomodamenti autonomi con Teheran, il riallineamento che Washington ha sempre voluto scongiurare nel Golfo. Il patto della Mecca firmato da poche settimane fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, ribattezzato «Nato musulmana», non è bastato: nel momento della crisi, il primo numero che Mbs ha composto è stato quello della Casa Bianca, non Ankara o Islamabad. Segno che l’asse con Washington resta insostituibile, ma la sua affidabilità è oggi in discussione a Riad.

Il prezzo dei patti
Resta una domanda di fondo, che va oltre la cronaca di questi giorni: se l’America di Trump, pur restando l’architrave della sicurezza saudita, comincia a distinguere fra «interessi vitali» (Hormuz) e interessi «altrui da sostenere ma non da combattere» (lo Yemen), la garanzia implicita che ha retto l’ordine del Golfo — protezione militare americana in cambio di sicurezza degli approvvigionamenti — si sta lentamente riscrivendo. Non è ancora un divorzio. È, più modestamente, la scoperta che anche i patti più solidi hanno un prezzo, e che questo prezzo, in un mondo multipolare, Washington non è più disposta a pagarlo per intero.