Amicizia fraterna – È quella che legava il conduttore di Report all’ex faccendiere. Ma era anche un’amicizia «amorale», secondo la redazione d’inchiesta che mal digeriva il rapporto – tutto pissi pissi – fra i due, mantecato tra il bancone del pesce fresco del bistrot Cefalù e la cucina della severa trasmissione Rai in via Teulada. Ma amici mai, per chi si cerca come noi, non è possibile.
Bomba – È l’ordigno rudimentale con ambizione presidenziale. Lo avrebbe pensato Lavitola per lanciare la carriera del principe degli scoop verso Palazzo Chigi nel 2027. Duecento grammi di gelatina da cava (nitroglicole, dinitrotoluene, nitrato di ammonio e tetrile) fatti esplodere da quattro piccoli pregiudicati campani davanti casa di Ranucci a Pomezia lo scorso 16 ottobre. La bomba doveva «fare del bene» al giornalista. Prima con una super scorta (che arrivò) e poi con una enorme scorta di voti in caso di candidatura. Più che una bomba quasi una bomboniera, dunque. Bomba non bomba arriveremo a Chigi.
Campo largo – Solo il giornalista minacciato e osannato poteva bonificare le mine disseminate nel Campo largo, altro che Stretto di Hormuz. Per Lavitola sarebbe stato il candidato premier-artificiere ideale per il centrosinistra, frutto della società civile che non si arrende e sfida il potere. Il modello Report come via italiana al socialismo e uno slogan già pronto a essere recitato con petto baritonale e camicia sbottonata: «La mia scorta sono gli italiani!». Il Campo largo come Via del Campo di De André: dai diamanti non nasce niente, dalle bombe nascono i premier.
Dimissioni – Il centrosinistra ha brindato per quelle di Andrea Delmastro da sottosegretario alla Giustizia per la storia della bisteccheria sulla Tuscolana in società con la figlia di un prestanome del clan Senese. Il centrodestra le pretende da Ranucci dalla conduzione di Report (di cui qualcuno nel governo si augura la totale dismissione nell’anno elettorale: ingordi). Carne o pesce gli appetiti della politica sono sempre gli stessi.
Effetto mediatico – Lo cercava (e lo ha trovato) il ristoratore per il giornalista, dopo il botto. Per Ranucci, che continua a dirsi ignaro di tutto, è solo un grande e grosso equivoco. Come nelle migliori commedie, però.
Factotum – È Clesio Tavares Gomes, gigante-latitante. Si trova in Camerun. Un giorno sì e l’altro pure rilascia interviste per annunciare che, eccoci, sta per tornare in Italia. È considerato il mediatore dell’attentato a Ranucci. La cerniera fra il «dottore» (cioè Lavitola, conosciuto nel carcere di Secondigliano) e la banda dei quattro che misero la bomba in cambio di pochi spicci. Per il ristoratore era un «figlio» e lo impiegava come tuttofare nel ristorante, ma anche come autista e guardia del corpo. Ufficialmente è partito per il Camerun per curare un affare milionario, su mandato del «dottore» (e con qualche dritta, pare, del giornalista) sul carbon-credit. Una foto li ritrae tutti e tre insieme: Sigfrido, Valter e Clesio. Ed è subito: Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento…
Giornalismo – Niente Via Veneto, la sera andavamo da Lavitola. Mecca di tanti giornalisti, ingolositi dal sauté di cozze, certo, ma anche dai racconti spettinati dell’oste, già giornalista borderline a sua volta tra Craxi e Berlusconi, in un clima molto romano, alto e basso, spie e cantanti, vecchie glorie e racconti. E magari, prima del conto, ci scappava anche la dritta: perché non andare?
Houdini – Valter il prestigiatore: voleva partire per l’Africa come il suo factotum. Puff: scomparire. Per il gip resta il pericolo di fuga: il 3 luglio aveva acquistato un biglietto per il Camerun. Scrive il gip nell’ordinanza di arresto: «È indubbio che Lavitola abbia una rete di contatti in Italia e all’estero che gli consenta con estrema facilità di allontanarsi dal territorio italiano e far perdere le sue tracce». Come Houdini.
Ignaro – Il conduttore di Report si muove in un dedalo di «a sua insaputa». Dice che non sapeva dell’attentato prima e nemmeno dopo averlo subito. Fino all’ultimo ha giurato sulla buonafede dell’amico fraterno. Candido à la Voltaire, a qualcuno ricorda Aldo Baglio di Aldo, Giovanni e Giacomo quando esclamava: «Miii, non ci posso credere!». Per i detrattori è la nemesi di chi per una vita ha scoperto magagne e intrighi dei politici al grido di battaglia: «Non poteva non sapere».
Libro – Laterale ma curiosa è la storia del libro nato come autobiografico – ma ora a detta dell’autore con tratti romanzati – La scelta. Scritto da Sigfrido Ranucci, edito da Bompiani nel 2024, è riapparso dal sottosuolo in questi giorni come un geyser. Dalla relazione sessuale con una stagista di Report a quelle con alcune fonti delle sue inchieste, il giornalista si mostra predatore. In un cortocircuito, tra il personale e il politico, che presta i fianchi alle critiche e che fa storcere il naso a sinistra. Sublime la chicca scovata da Selvaggia Lucarelli sulla recensione (poi cancellata) che il giornalista si sarebbe scritto da solo su Amazon, sotto le mentite vesti di Emilio Cresci, per incensare la sua fatica letteraria in quanto «capolavoro sulla lotta quotidiana per libertà di informazione». Un po’ come chiedere all’oste Valter: come è il vino?
Monteverde – La collina del ceto medio riflessivo di Roma. Qui visse per un periodo Pier Paolo Pasolini, qui abitano il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, Carlo Verdone, Nanni Moretti ma anche Francesco De Gregori e tantissime penne democratiche. Qui, su viale dei Quattro Venti, nove anni fa Lavitola aprì il suo bistrot Cefalù con annesso B&B, il Faro gianicolense, che durante il Covid per un periodo ospitò (gratis) un inviato di Report. Sui tavoli di Cefalù è nato il simpatico libro di Fulvio Abbate e Bobo Craxi, clienti abituali del locale, Gauche caviar, come salvare il socialismo con ironia.
Nenni – «Gareggiando a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura». Il motto del leader socialista sarà l’esergo del prossimo libro di Ranucci dal finale abbastanza scontato?
Ombre (oppure Occam) – C’è davvero un «secondo livello» fatto di spie e manine, poteri occulti e regie dietro all’attentato a Ranucci oppure come la famosa teoria del rasoio di Occam è tutto chiaro e semplice al primo colpo?
Post – In questi giorni di bufera Ranucci ha citato in un post sui social Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Autoiscrivendosi al club di coloro la cui «voce spaventa». Post muto.
Quoque – O meglio: tu quoque, amice mi. Potrebbe essere la frase del grande incontro tra Ranucci e Lavitola, con il primo che accusa il secondo di averlo tradito. In uno slancio di latinorum la redazione di Report è pronta a dire al suo condottiero “Quo vadis?”. Ma alla romana: Sigfrì, ‘ndo vai?
Report – La decisione dei vertici Rai è attesa a giorni. Il futuro di Report è appeso a un totonomi di futuri conduttori. Si cerca una svolta, e non c’è la fila. A Viale Mazzini c’è addirittura chi sussurra: e se cambiassimo nome al programma visto che il brand rischia di non funzionare più come una volta nella raccolta pubblicitaria?
Sondaggio – L’oste chiedeva a giornalisti-clienti di grande lignaggio, Paolo Mieli e Stefano Cappellini, consigli e integrazioni per un sondaggio da commissionare su mister X, l’ennesimo papa straniero della sinistra. Il cui nome è rimasto coperto fino all’ultimo per spingere i commensali a dare il loro contributo. Quando è stato indagato Lavitola si è scusato per il disturbo con i due giornalisti. Ma senza citare l’immortale verso di Francesco Guccini nelle Osterie fuori porta: «Non lo crederesti ho quasi chiuso tutti gli usci all’avventura/Non perché metterò la testa a posto/Ma per noia o per paura».
Tavoli – Nelle carte dell’inchiesta si legge come i tavoli del ristorante fossero pieno di cimici, a partire da quello solitamente in uso al proprietario, appena si entra in fondo a sinistra. Dettaglio che forse non sfuggiva al titolare che sembrava divertito nel lasciare cadere a terra briciole con frasi smozzicate per confondere e depistare.
Ungaretti Si sta come Sigfrido/ a Report/ dopo l’arresto di Valter.
Villetta – Quella di Ranucci colpita a Pomezia. Per crearsi un alibi, Lavitola ha giustificato i sopralluoghi con il fido Tavares, prima dell’attentato, perché anche lui cercava una villetta vicino a quella del conduttore di Report. I magistrati non gli hanno creduto.
Zero zero sette – Poteva mancare la pista dei Servizi segreti e in particolare di quelli del Mossad evocata dal ristoratore? Una bufala, per il gip. E per di più senza pomodori né basilico.