I nuovi rifugi climatici: cinema pieni e spiagge vuote

Domenica, Roma, 38 gradi. Alle due e mezza del pomeriggio – l’ora in cui ad agosto la città dovrebbe essere morta – c’è la fila davanti al multisala. Una fila vera, riparata sotto i portici. Come a Natale per Checco Zalone ma con la gente in ciabatte, bermuda e borraccia termica. Avevo portato i bambini a vedere Spider-Man, ero convinto di goderci la sala quasi deserta, mi aspettavo quattro temerari che sfidano l’allarme e il “nuovo lockdown dei bambini”, come dice Repubblica. Macché. Trovo una folla sudata equamente divisa tra l’Uomo-Ragno, l’Odissea di Nolan e il richiamo melodioso e irresistibile dell’aria condizionata. Accanto ai miei figli, non il solito pubblico dei franchise Marvel: non soltanto nerd, ragazzini, cinefili cinquantenni con la t-shirt di Capitan America, ma anche signore col ventaglio, anziani, per lo più soli. Nonni senza nipoti, col secchiello di pop-corn, in estasi davanti a Tom Holland e Zendaya che si sbaciucchiano tra le ragnatele. Un’atmosfera più da Festa dell’Unità che da blockbuster.

Il giorno prima eravamo andati al mare, e lì invece non c’era quasi nessuno: molti ombrelloni chiusi, lettini impilati, la spiaggia malinconica di quei reel che sono ormai diventati un genere estivo dello scrolling su Instagram – questa è Viareggio il 5 agosto! E giù commenti indignati sul caro-ombrellone, lo spritz a dieci euro, il caldo insopportabile che rende anche il mare ormai una piccola tortura. Ma le spiagge vuote si vedono da un po’. Le sale piene invece da noi sono una novità. Saranno forse gli effetti del Grande freddo, inteso come la molto veltronica iniziativa di Gualtieri che a Roma ha trasformato i cinema in “rifugi climatici culturali” – cioè entri gratis nelle giornate da bollino rosso, quando scatta l’allerta caldo, il “picco”.

In Francia, mentre a fine giugno il termometro sfondava i quaranta gradi e in certe zone chiudevano le scuole, i cinema hanno fatto tre milioni e passa di ingressi: il sessantotto per cento in più dell’anno prima, più di un terzo sopra i livelli pre Covid, e non c’era ancora l’Odissea di Nolan, solo gente in fuga dall’afa. Poi è arrivata la Fête du cinéma, biglietto a cinque euro, e sono saliti a quasi quattro milioni – secondo miglior risultato del decennio – e, dettaglio non da poco, si giocavano pure i Mondiali (anche se les bleus sono usciti presto). E ma i francesi, le cinéma, si sa, direte voi. Eppure, anche in Francia il cinema d’estate ha sempre tirato poco. Anche se non era una tomba come da noi. Noi siamo cresciuti in un mondo in cui tra fine maggio e agosto le sale abbassavano la saracinesca, campavano di avanzi di magazzino, horror di serie B, qualche replica – quegli Henry pioggia di sangue che va a vedere inorridito Nanni Moretti in vespa, all’inizio di Caro Diario, in una Roma molto deserta che è ancora identica a quella del Sorpasso (ma gli anni che ci separano da quel Moretti sono ormai più di quelli che separavano Caro Diario dal Sorpasso, per dire). Il cinema insomma era tutto nelle arene, il telo bianco nel cortile, le sedie di plastica, il cineforum, le rassegne all’aperto con dibattito, o nel diluvio estivo di targhe, grolle, coppe e premi alla carriera all’attore in pensione distribuiti da Pro Loco e assessorati alla Cultura in serate “sotto le stelle”.

Poi, grazie al cielo, sono arrivati i multiplex. E il multiplex che non va più in ferie – come nessuno, del resto – offre i titoli del momento, un riparo dalla minaccia climatica ma anche una valida alternativa a quelli che sopportano poco le arene – afa, zanzare, formiche sul polpaccio, gente che si leva le scarpe sul plaid steso sull’erba, mentre l’audio del film si perde nell’aria, mescolandosi al traffico, al chiasso, alle sirene di ambulanze e polizia.

Resta però da capire cosa spinga davvero tutta questa gente in sala ad agosto. E’ merito dei film — l’Ulisse di Nolan, l’ultimo Spider-Man, senza i quali nessuna impennata sarebbe stata possibile? O merito dell’aria condizionata, dunque di un clima che alla lunga ci ucciderà ma intanto rilancia il grande cinema?

Com’è noto, fu Lo squalo, nell’estate del 1975, a cambiare le logiche di distribuzione dei grandi titoli di Hollywood. Quello di Spielberg era letteralmente un film fatto per svuotare le spiagge e riempire le sale e da lì in poi avrebbe trasformato l’estate in una potenziale miniera d’oro (da noi arrivò invece a dicembre, sotto Natale, niente gioco di specchi con le vacanze estive, finì dietro Amici miei al box-office). Ma se il “summer blockbuster” è un’invenzione degli anni Settanta, Hollywood scoprì quasi subito il potere di seduzione dell’aria condizionata come elemento aggiunto allo spettacolo.

Nel 1925 ecco il primo impianto al Rivoli, in pieno Times Square. Successo enorme. Le cose vanno così bene che nel giro di pochi anni tutte le sale eleganti d’America espongono sul marciapiede lo stesso striscione, più efficace dei manifesti con la Garbo e Valentino: “Cooled by Refrigeration”. Venti gradi più freschi – entrate! Il cinema è insomma, alla lettera, il posto dove abbiamo scoperto l’aria condizionata così come la conosciamo. Prima che entrasse nelle case, cosa che sarebbe successa solo tra anni Cinquanta e Sessanta, il fresco artificiale era una cosa che ti andavi a comprare al botteghino. Era parte del più grande spettacolo del mondo. Un pezzo dell’incantesimo, come i grandi lampadari, le maschere in guanti bianchi, la moquette in cui si affondava fino alle caviglie. In un’America che d’estate boccheggiava e in casa non aveva niente, l’operaio e la dattilografa si compravano due ore di paradiso refrigerato al prezzo di pochi dollari. Luglio diventò un mese per fare affari d’oro, e per riempirlo servirono film enormi. Il summer blockbuster viene da lì. Lo squalo è anche figlio dei condizionatori.

Da noi invece, ancora negli anni Novanta, capitava che le poltrone si appiccicassero alla schiena, con l’unico condizionatore che rantolava buttando aria tiepida sulle prime file e niente in fondo, e il cartello scritto a pennarello – “impianto in riparazione”. Tanto d’estate al cinema non ci andava nessuno. Sono gli anni in cui arrivano anche qui i primi Multiplex, naturalmente in cronico ritardo, quei soliti venti-trent’anni dopo gli altri, come la tv a colori, McDonald’s, Uber. Come queste cose, anche i multiplex furono accolti con somma indignazione… ah i cinema come supermercati, signora mia, dove andremo a finire! Il film “degradato a merce sullo scaffale”, “pellicole in vendita come prosciutti”, come scriveva l’Unità. Orrore. I multiplex, intanto, aprivano. Pochi e defilati: Vicenza, Verona, poi il Warner Village di Casamassima dalle parti di Bari, poi Roma, ma sul Raccordo, uscita Magliana. Registi e intellettuali firmavano appelli per difendere i vecchi monosala, resistere alle “cattedrali del consumo”, polvere, muffe e puzze inclusi, trattati come madeleine della vera “experience” cinematografica di una volta. Nelle cattedrali del consumo però si stava comodi e freschi. Gli spettatori non seguivano l’appello. Volevano lo schermo grande, non il “francobollo” ricavato tagliando in quattro una monosala. Volevano comodità, aria, un suono non gracchiato. Dopo l’ecatombe dei cinema degli anni Ottanta, gli ingressi fanno un balzo in avanti del venti per cento alla fine dei Novanta – trainati sì da Titanic e La vita è bella, ma anche dal fatto che nei multiplex si stava bene, si parcheggiava, si mangiava e in più i barbari avevano anche un’aria condizionata sfacciata.
Però il mostro che vent’anni fa era accusato di assassinare il cinema – il multiplex, il megaplex, il luna park, il non-luogo, la “cattedrale del consumo” con l’hamburger e il parcheggio – è esattamente ciò che oggi difendiamo con le unghie. Non solo per amore del grande schermo ma perché si sta rivelando anche una magnifica via di fuga dall’afa. Quelle scatole di cemento che gli appelli di registi e intellettuali volevano tenere fuori dalle città sono diventate, senza che nessuno lo decidesse, anche un pezzo di welfare climatico e urbano – pardon “rifugi climatico-culturali”. Quel “culturale” rafforza sempre l’impresa: aria condizionata sì, ma al servizio dell’arte, ci mancherebbe. E questo suono sinistro (il cinema come rifugio, bunker ospedaliero) non ha nulla di invitante, spettacolare, seducente, non è cooled by refrigeration, è sempre un po’ triste e allarmistico, com’è nel nostro stile, ma pazienza. Sì, lo so, se fosse solo per l’aria condizionata andrebbero da Zara o al supermercato, direte voi. Ma lì non si sta seduti e si spendono soldi. Il cinema è invece l’unico posto dove un pensionato, un pomeriggio d’agosto, può stare due ore al fresco, magari divertendosi, spendendo come un caffè o quasi. Anzi con Gualtieri, anche gratis.