In Italia il problema principale è la perdita di valore dei salari e la ridotta produttività, ma a destra come a sinistra nessuno se ne importa.
Parlano di tutto ma non di questo. Secondo i dati Ocse, in quasi 35 anni le retribuzioni reali lorde dei lavoratori dipendenti a tempo pieno equivalente sono aumentate in media del 35% nei Paesi dell’Ocse. Negli Stati Uniti la crescita è arrivata al 50,5%, nel Regno Unito al 48,4%. +33,4% in Francia e +32,9% in Germania. L’Italia, nello stesso arco di tempo, è rimasta praticamente ferma: le retribuzioni reali lorde risultano inferiori dell’1,6% rispetto al 1990. È un dato che fotografa uno dei più lunghi periodi di stagnazione salariale tra le economie avanzate.
Il test che consente, per me, di capire dove va la politica italiana è molto semplice. In una stanza mettete persone di ogni orientamento e osservate le reazioni di ciascuno se fate il nome di Mario Draghi. Sto parlando di un economista che ha guidato un esecutivo di unità nazionale dal 13 febbraio 2021 al 22 ottobre 2022. Quel governo, nato durante la pandemia di covid, è caduto a seguito del ritiro della fiducia da parte di M5S, Lega e Forza Italia, portando alle elezioni anticipate. Il nome di Draghi dunque a ciascuno evoca tante cose, che più o meno sono queste: governo di unità nazionale; banchiere; tecnocrate; Europa; difesa dell’euro. Infine Draghi evoca il viaggio in treno a Kiev del 16 giugno 2022 fatto insieme a Emmanuel Macron e Olaf Scholz. I tre leader hanno compiuto questa missione congiunta per incontrare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Bene, sulla scorta di tutti questi elementi, è chiaro che Draghi non è amato (eufemismo) dall’ultra sinistra, ma anche dall’ultra destra, dai 5Stelle, che sono filorussi e contro il riarmo, dal Pd centro sociale di Schlein che con i 5Stelle non può rompere, da Meloni e dalla destra e dalla sinistra e dal centro che non hanno mai amato governi del presidente o di emergenza; insomma si capisce bene che in Italia evocare un nome come Draghi significa provocare una crisi di rigetto che, ecco la novità, accomuna tutti, sia pure ciascuno con le proprie motivazioni. Draghi è diventato quindi, suo malgrado, altro da sè. E’ un economista pragmatico e illuminato, capace di affrontare i problemi su scala internazionale e geopolitica, ma è stato trasformato in una iattura da evitare perchè cancellerebbe la volontà popolare che si esprime attraverso le elezioni. Draghi poteva diventare capo dello Stato, ma tutti gli omuncoli dei politici non lo hanno voluto; Draghi potrebbe essere l’antagonista serio di Meloni alle prossime politiche ma Schlein e Conte coltivano ognuno le proprie ambizioni irragionevoli. E così una risorsa preziosa, un uomo straordinariamente competente per questi tempi impazziti, deve limitarsi a studiare e proporre rapporti alla Commissione Europea. Insomma, tutti vogliono che faccia lo studioso, la politica lasciamola ai bipopulisti inetti, e l’aggettivo lo uso a proposito pensando alla inettitudine dei romanzi di Svevo, quella malattia di cui tutti i protagonisti sono affetti. Noi italiani, i cui salari reali, al contrario di tutti gli altri paesi progrediti europei, sono oggi inferiori addirittura a quelli del 1990, siamo degli inetti e quelli come Draghi (perchè come lui ne abbiamo tanti altri di valore) li lasciamo parlare nei convegni: non li vogliamo al governo.