L’Italia ha perso da tempo il treno dei salari. Mentre nelle principali economie avanzate le retribuzioni reali hanno continuato a crescere, sostenute dall’aumento della produttività e dalla capacità delle imprese di creare valore, gli stipendi italiani sono rimasti sostanzialmente fermi. Anzi, se si guarda all’intero periodo che va dal 1990 al 2024, hanno perso terreno. Il confronto internazionale restituisce con immediatezza la dimensione del problema. Secondo i dati Ocse, in quasi 35 anni le retribuzioni reali lorde dei lavoratori dipendenti a tempo pieno equivalente sono aumentate in media del 35% nei Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Negli Stati Uniti la crescita è arrivata al 50,5%, nel Regno Unito al 48,4%. Anche le principali economie dell’Europa continentale hanno registrato aumenti consistenti: +33,4% in Francia e +32,9% in Germania (qui il calcolatore del Corriere della Sera per verificare se il tuo stipendio è giusto).
I cambiamenti del mercato del lavoro
L’Italia, nello stesso arco di tempo, è rimasta praticamente ferma: le retribuzioni reali lorde risultano inferiori dell’1,6% rispetto al 1990. È un dato che fotografa uno dei più lunghi periodi di stagnazione salariale tra le economie avanzate. Ma il confronto diventa ancora più sfavorevole quando si tiene conto della trasformazione intervenuta nel mercato del lavoro. Considerando non soltanto il lavoratore a tempo pieno equivalente, ma l’effettiva evoluzione delle forme occupazionali, comprese la diffusione del part time e dei lavori discontinui, la perdita delle retribuzioni reali italiane raggiunge il 6,6%. È il segnale di una frattura profonda che non riguarda soltanto il livello medio degli stipendi, ma la qualità e la distribuzione del lavoro.
Un Paese fermo mentre gli altri avanzano
Il problema italiano, dunque, non può essere spiegato soltanto con l’ultima fiammata inflazionistica. L’impennata dei prezzi del 2022 e del 2023 ha certamente eroso il potere d’acquisto, ma ha colpito un sistema salariale già indebolito da decenni di crescita insufficiente. L’Italia arriva alla nuova crisi dei prezzi dopo un quarto di secolo di sostanziale stagnazione. Il risultato è che oggi la distanza con le altre economie avanzate è diventata strutturale. Se negli Stati Uniti un lavoratore dipendente ha visto la propria retribuzione reale crescere di oltre il 50% rispetto all’inizio degli anni Novanta e in Francia e Germania di oltre il 30%, in Italia lo stesso indicatore è rimasto pressoché invariato. Non è soltanto una questione di inflazione o di costo della vita: è il risultato di una diversa capacità dei sistemi economici di generare crescita e distribuirla attraverso i salari. La dinamica delle retribuzioni è strettamente legata a quella della produttività. Nel lungo periodo gli stipendi possono aumentare in modo sostenibile se cresce il valore prodotto da ciascun lavoratore. Ed è proprio su questo terreno che l’Italia ha accumulato il ritardo maggiore.
La produttività che non ha mai ripreso a correre
Da oltre vent’anni la produttività italiana cresce a ritmi estremamente contenuti. Le imprese hanno investito meno dei concorrenti internazionali in tecnologia, innovazione, capitale umano e digitalizzazione. La struttura produttiva è rimasta frammentata e caratterizzata da una forte presenza di piccole e piccolissime aziende, spesso con una capacità limitata di sostenere investimenti di lungo periodo. Il risultato è un meccanismo che si autoalimenta. Imprese poco produttive creano meno valore aggiunto e hanno meno spazio per aumentare gli stipendi. Salari bassi, a loro volta, rendono più difficile attrarre e trattenere competenze qualificate. E la perdita di capitale umano riduce ulteriormente le possibilità di crescita. Il confronto con l’estero rende evidente il costo di questa stagnazione. Mentre altri Paesi hanno trasformato l’aumento della produttività in maggiori retribuzioni, l’Italia ha visto il legame tra crescita economica e salari progressivamente indebolirsi.
Il lavoro si è spostato verso i servizi
A cambiare è stata anche la composizione dell’economia italiana. Nel corso degli ultimi decenni l’industria ha ridotto il proprio peso sull’occupazione, mentre sono cresciuti i servizi. È una trasformazione comune alle economie avanzate, ma in Italia ha assunto caratteristiche particolari. I servizi comprendono infatti comparti molto diversi tra loro, dalle attività ad alta specializzazione tecnologica al commercio, dal turismo alla ristorazione, dalla logistica ai servizi alla persona. In molte di queste aree i livelli di produttività e le retribuzioni sono inferiori a quelli dell’industria. Secondo le analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio, tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni medie dell’industria e delle costruzioni sono aumentate del 16,5%, mentre quelle del terziario sono diminuite del 20,9% (puoi leggere qui l’analisi). Nello stesso periodo il peso dell’industria sull’occupazione è sceso dal 35,3% al 26,6%, mentre quello dei servizi è salito dal 57,4% al 70%. La trasformazione della struttura produttiva ha quindi contribuito a spostare una quota crescente dei lavoratori verso settori caratterizzati, in media, da salari più bassi e da una maggiore diffusione del lavoro discontinuo.
Il part time e la frattura tra i lavoratori
A questa evoluzione si è aggiunta la crescita del part time. Nel 1990 riguardava appena il 4,4% dei lavoratori, mentre oggi interessa il 31,6%. Una parte di questa crescita risponde a esigenze reali di conciliazione tra lavoro e famiglia, soprattutto per le donne. Ma in molti casi il tempo parziale è anche il risultato della difficoltà di trovare un’occupazione a tempo pieno e di una domanda di lavoro insufficiente. L’effetto sulla dinamica dei redditi è evidente. Il lavoro part time riduce il reddito annuale e, quando si accompagna a carriere discontinue o a contratti temporanei, rende più difficile accumulare esperienza, competenze e anzianità professionale. Tutti fattori che normalmente sostengono la crescita della retribuzione nel corso della vita lavorativa. È così che dietro la media nazionale si nasconde una frattura sempre più profonda. L’analisi dell’Upb mostra che, considerando l’evoluzione effettiva delle retribuzioni, il 10% dei lavoratori con i redditi più bassi ha subito una perdita reale del 40,8% dal 1990, mentre il 10% con i redditi più elevati ha registrato un aumento del 3,3%. La stagnazione italiana, quindi, non ha colpito tutti allo stesso modo. Ha penalizzato soprattutto chi si trova nella parte più debole del mercato del lavoro.
Giovani più istruiti, ma meno pagati
Il paradosso è particolarmente evidente per le nuove generazioni. I giovani italiani sono mediamente più istruiti rispetto alle generazioni precedenti, ma il loro ingresso nel mercato del lavoro continua a essere caratterizzato da retribuzioni iniziali relativamente basse, contratti discontinui e percorsi di carriera meno lineari. La diffusione della flessibilità ha concentrato una parte significativa dei costi sui nuovi entranti. Chi è già dentro il mercato del lavoro ha conservato maggiori protezioni, mentre chi entra deve spesso accettare una sequenza di contratti temporanei e posizioni meno qualificate prima di raggiungere una stabilità professionale. Il risultato è un ritardo nell’accumulazione di competenze e, soprattutto, una minore capacità contrattuale. Anche quando il livello di istruzione è elevato, il giovane lavoratore fatica a trasformare le proprie competenze in una retribuzione adeguata. È uno dei motivi per cui migliaia di giovani qualificati scelgono di trasferirsi all’estero, dove gli stipendi e le prospettive di carriera sono spesso migliori. La fuga dei talenti diventa così contemporaneamente una conseguenza e una causa della stagnazione: il Paese perde capitale umano proprio mentre avrebbe più bisogno di aumentare produttività e innovazione.
La vera distanza con l’Europa
Il dato più significativo del confronto Ocse è quindi che il problema italiano non consiste soltanto nell’avere salari più bassi. È nell’averli fatti crescere molto meno degli altri. In quasi 35 anni la retribuzione reale media è aumentata del 35% nell’area Ocse. L’Italia ha perso l’1,6%. In termini relativi, la distanza accumulata è enorme. E il confronto non riguarda soltanto Stati Uniti e Regno Unito, economie caratterizzate da modelli differenti. Anche Francia e Germania, con sistemi produttivi e di welfare più vicini a quello italiano, hanno registrato una crescita delle retribuzioni reali superiore al 30%. Questo significa che la stagnazione italiana non può essere attribuita semplicemente all’euro, alla concorrenza globale o alla crisi finanziaria. È il risultato di una combinazione di fattori interni: produttività stagnante, imprese troppo piccole, investimenti insufficienti, struttura economica spostata verso servizi a basso valore aggiunto, mercato del lavoro segmentato e difficoltà a valorizzare il capitale umano.