[i CM] Solitary man o woman, un fenomeno sociologico di eremiti, egoisti, anaffettivi

Mi hanno sempre molto interessato i solitary men o women, quei soggetti che pur dovendo lavorare insieme con altri si fanno i fatti loro. Non legano davvero con nessuno. Nelle scuole seguite con tanti compagni, e poi nel lavoro svolto insieme con altri, con i quali è necessario collaborare, in qualsiasi azienda, industria, settore, ci sono questi soggetti che si fanno i fatti propri, in apparenza legano con qualcuno, ma poi vanno in pensione e non li vedi più. Scompaiono.

Fanno perdere le tracce, come se quasi vent’anni di scuola per ottenere laurea o titolo e oltre trenta per sbarcare il lunario, insomma quasi 50 anni li avessero trascorsi come tanti eremiti in un posto sperduto dell’entroterra. Pure nelle foto o non ci sono o appaiono poco o sono poco riconoscibili. Magari, spesso è così, sono molto legati alla propria famiglia, al marito, alla moglie, ai figli, ai genitori, agli zii, e il lavoro è un accidente, serve solo per ottenere un salario o stipendio. Fare amicizia, intessere rapporti, conoscenze, insomma svolgere una normale vita di relazione, a queste persone non interessa per niente. Finito il lavoro, lasciata l’azienda, il negozio, la fabbrica, il laboratorio, lo studio, comincia per essi la vita vera.

Che fanno in questa vita vera, oltre a quello che facciamo tutti? Vizi e virtù, cose buone e cattive, bugie e segreti, perfetti sconosciuti, anonimi abitanti di condomini impersonali, di villette a schiera oppure di grandi ville immerse nel verde e isolate dal mondo sporco degli umani.

La domanda per me essenziale è questa: come si fa, dopo 20 anni trascorsi in compagnia forzata di altri studenti; dopo un lavoro svolto in compagnia forzata di colleghi, non mantenere non dico un amico/a ma neppure un collegamento, un aggancio, una semplice conoscenza tipo quelle “abbiamo messaggiato per qualche tempo“? Certo, c’è una razza speciale, anche questa studiata e analizzata da molto tempo. Sono i “compagni di scuola” resi celebri da film (da quello di Verdone a Il grande freddo di Lawrence Kasdan su un gruppo di amici che si ritrovano per un funerale, uscito nel 1983). Sono una razza triste, almeno a vedere i film, tutti quelli che mantengono i rapporti, che si ri-vedono, che si scrivono, che osservano quanto e come sono cambiati, che fanno cene dopo 40, 50, 60 anni e scattano foto.

Tristi ma sempre meglio dei solitary, che hanno rotto i ponti con tutti, bruciate le scialuppe di salvataggio, cancellato numeri di telefono e forse cambiato nome, fisionomia, dedicandosi a quello che per loro conta davvero. A pensarci bene, i solitary hanno un problema col lavoro. O non gli piaceva affatto e lo odiavano; oppure gli piaceva, ma siccome non ti scegli i colleghi, hanno odiato tanto quelli con cui sono capitati; oppure sono solamente anaffettivi, non provano sentimenti, neppure di colleganza, non intessono legami, vincoli, sodalizi.

Ecco, forse sono monadi, o autistici, senza saperlo. Io che sono grezzo li ho sempre definiti “CM” (cazzi mia). Quello che non so, che non capirò mai è se i CM senza squadra sono più soddisfatti di quelli che abbiamo creduto al gruppo, alla squadra, donando e ricevendo. Certo, i CM son sicuramente egoisti, ma dicendo così mi sembra di trattarli fin troppo bene, di dar loro un buffetto. L’altra cosa di cui son sicuro è questa: possono andare in Paradiso (molti di loro sono veri Santi) oppure all’Inferno, ma in entrambi i casi per loro c’è un ingresso riservato, una porticina laterale con su scritto [CM].