Ha scritto a luglio Aldo Grasso che in tv è ora molto più interessante il Tour de France che i Mondiali di calcio. Per esempio, c’è stato un punto, sull’Alpe d’Huez, in cui il ciclismo ha smesso di essere uno sport ed è diventato antropologia. Le cifre oscillano come sempre: mezzo milione di tifosi sul percorso, qualcuno azzarda 800.000. Poco importa. La vera misura è un’altra: la distanza, ormai ridotta a pochi centimetri, tra i corridori e la folla. Il ciclismo continua a essere l’unico grande sport in cui gli spettatori non si limitano a guardare lo spettacolo: ci entrano dentro. La tv, da questo punto di vista, è impietosa. L’elicottero mostra un interminabile serpente umano che avvolge la montagna; le telecamere sulle moto, invece, restituiscono un’altra immagine: Pogacar, Evenepoel, Seixas costretti a farsi largo come Mosè nel Mar Rosso, ma con un popolo meno disciplinato. Il miracolo non è che vincano la tappa. È che riescano ad arrivare al traguardo.
Oggi, però, la passione sembra aver imboccato la corsia dello sconfinamento. Tifosi ubriachi, fumogeni, selfie, bandiere che sfiorano i manubri, moto bloccate dalla calca, incidenti provocati da spettatori con telefonino. L’impresa sportiva rischia di trasformarsi in una prova di sopravvivenza. È il destino di ogni spettacolo di successo. A un certo punto il pubblico non si accontenta più di assistere: pretende una parte.
Vale per i concerti, per la politica, per la tv e, adesso, anche per il Tour. L’applauso non basta più: bisogna comparire, lasciare una traccia, conquistare qualche secondo di visibilità. L’inarrestabile desiderio del pubblico di diventare protagonista dello spettacolo che era andato a vedere, presuppone una regola elementare: sapere quando fermarsi. Se viene meno il senso del limite, la passione si trasforma in invasione.
Ecco, secondo me che soffro guardando in tv il ciclismo, si tratta di porre questo senso del limite. Non è possibile che un anonimo possa sui social dire qualsiasi cosa contando sull’anonimato, così come non è giusto per dei corridori impegnati in salita in uno sforzo sovrumano correre il rischio di essere urtati da un cretino intento a mostrare una bandiera o a scattare una foto. Anche il ciclismo è più bello se tra pubblico e atleti c’è un campo, come nel tennis e nel calcio. Voglio dire che se i ciclisti devono scalare una salita di 10 km molto stretta, non potendosi transennare 10 km, si dovrebbe vietare agli spettatori di seguire la corsa su quel percorso. Un giorno forse ci si arriverà e non credo che ne soffrirà lo spettacolo; solo i cretini esibizionisti saranno delusi.