Sacal Vigna e noi lametini mendicanti che non siamo altro

La vicenda Sacal è oltremodo istruttiva per chi si occupa del ruolo lametino all’interno della regione. Non si tratta di rivangare il passato, si tratta solo di far prendere coscienza ai giovani di un destino politico che il servilismo delle classi dirigenti prima nicastresi e poi lametine ha scritto per loro. Il pontile della Sir e’ lo storytelling di Lamezia eterna incompiuta (v. su questo blog), alla quale il pacchetto Colombo (insieme di interventi industriali varato nel 1970 per calmare la rivolta di Reggio Calabria e che si rivelò in gran parte un fallimento di “industrializzazione fantasma”) destino’ sulla piana l’industria chimica di Rovelli.

Lamezia che avrebbe dovuto avere università, agricoltura, terme e servizi innovativi, e’ stata depredata come nessun’altra citta’ calabrese, sacrificando cosi’ l’area centrale della regione e creando zone (province) diverse in competizione tra loro. Lo stesso illogico percorso dell’ autostrada insieme con il pontile e’ la dimostrazione plastica di una regione governata attraverso le prepotenze dei capibastone della prima repubblica e non in maniera unitaria.

A Lamezia, all’area centrale della Calabria, solo l’aeroporto non hanno potuto sottrarre, cosi’ la vecchia politica se ne e’ impadronito attraverso coloro i quali sono arrivati ad occupare via via l’ente regionale. Ora e’ il turno di Occhiuto, cosentino, il quale non puo’ costruirsi un aeroporto sulle sponde del Crati o del Busento (Mancini certo lo avrebbe fatto), e attraverso un accordo dinastico con il suo successore in pectore (il reggino Cannizzaro) ha tolto Sacal dalle grinfie dei catanzaresi che finora avevano comandato sull’aeroporto di Lamezia, e con la scusa di provvedere agli aeroporti di Reggio e Crotone, ha fatto diventare Sacal una creatura regionale.

Allo scopo ha liquidato il socio privato (che guarda caso era solo il lametino Caruso) e appena diventato presidente di Regione, Occhiuto affermo’: “Sacal aveva capitale a maggioranza pubblica come prevede la legge. Nelle scorse settimane, prima che diventassi presidente, la maggioranza si è trasformata in privata. Gli aeroporti calabresi sono troppo importanti perché i soggetti pubblici non abbiano il controllo della società che li gestisce. Non ci si può comportare come se il pubblico fosse solo un datore di risorse. I soggetti pubblici fanno ottenere le risorse alle società di gestione”. Quasi tutti i principali aeroporti italiani vedono la presenza di soci privati nella proprietà delle società di gestione, spesso con quote di maggioranza o totalitarie. Tra i principali scali figurano: Roma Fiumicino e Ciampino (controllati quasi al 100% da Mundys della famiglia Benetton); Milano Malpensa e Linate (gestiti da SEA, partecipata da fondi e privati); Napoli, Venezia, Torino e Trieste (parte del network di 2i Aeroporti controllato da fondi d’investimento come Ardian).

Insomma, la composizione della proprietà degli aeroporti italiani varia molto: alcuni sono controllati prevalentemente da enti pubblici (Regioni, Comuni, Camere di Commercio), altri hanno una forte presenza di soci privati. Per esempio l’Aeroporto di Verona Villafranca (SAVE S.p.A.): circa 62% del capitale è detenuto dal gruppo SAVE. Il restante è suddiviso tra enti pubblici del territorio (Comune di Verona, Provincia, Camera di Commercio e altri soci locali).
La tendenza politica è che più si scende al Sud, più il pubblico si allarga. Si vedano aeroporti di Perugia, Catania, Palermo, Bari. Ma, in sintesi, si può capire che un aeroporto italiano non deve essere necessariamente pubblico, come ha teorizzato Occhiuto.
Siccome il privato presente in Sacal era lametino, Occhiuto ha sancito che Sacal dovesse essere nelle mani della Regione, e adesso, luglio 2026, ha messo il suo pupillo Luciano Vigna al comando, dopo la lunga fase legata alla presenza dell’amministratore unico, Marco Franchini, oggi assessore a Reggio Calabria. I consiglieri sono Angelo Ferraro in quota Murone e Martina Maria Battaglia in quota Cannizzaro. Quando la regione avra’ governatore Cannizzaro e’ facile intuire che fine fara’ Lamezia, nel senso che lo scalo restera’ ma il cervello e le risorse passeranno in mani reggine. La logica di Occhiuto è sempre la stessa. Si pensi ad Arrical, gestore unico di acqua e rifiuti. Il Consiglio direttivo di Arrical ha approvato in questi giorni il Piano d’ambito lanciando la gara da 8 miliardi per individuare il gestore unico. Come ha fatto rilevare Stasi, sindaco di Corigliano Rossano, “la stortura istituzionale – presente già nella Legge Regionale di istituzione dell’ARRICAL – di un Direttore Generale scelto, non dai sindaci ma dal Governatore, infatti, ha trasformato questa autorità nel perfetto capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità di tutte le manovre a scapito dei calabresi, a partire dall’aumento delle tariffe idriche e dai costi di conferimento rifiuti più alti d’Italia che i calabresi trovano in bolletta”. Indovinate chi è il DG di Arrical? Luciano Vigna, che ora è anche il presidente del CdA di Sacal. L’uomo che gestisce tutto in Calabria, aeroporti, acqua e rifiuti. Mi manda Occhiuto.

Il destino di Lamezia, vaso di coccio tra vasi di ferro, come quello di Calimero che e’ solo piccolo e nero, e’ sempre subalterno a quello pensato dai capibastone. Ma la politica e’ questa e certo davanti un Mancini non c’era nessun lametino che avrebbe potuto contrastarlo per far prevalere la piana lametina come allocazione ideale del campus universitario all’americana ideato da Andreatta. In fondo Perugini tento’ solo una scorciatoia per aumentare il peso politico all’interno della regione di Nicastro. Ma il vero problema e’ un altro e ha a che fare con la condizione dei mendicanti.

Quando un mendicante ti chiede una moneta, se gliela dai si accontenta, e’ la sua condizione che lo costringe a ringraziarti se lo accontenti. I lametini sono sempre stati dei mendicanti e quindi ringraziano sempre, ringraziarono Mancini, Emilio Colombo, Rovelli, Misasi, Pujia, e oggi ringraziano Occhiuto perche’ ha messo come consigliere l’ottimo Ferraro. Ma Occhiuto fu quello che liquido’ Caruso, e’ sempre lo stesso, e anche la condizione dei mendicanti resta identica: ricevono monete, come hanno ricevuto posti di lavoro, piu’ o meno precari, nell’aeroporto, e dunque i mendicanti li accontenti con poco. Voglio dire, sempre mendicanti restano, a casa loro. Noi lametini siamo ospitali da sempre, come lo fu Penelope con i proci. Come in questi giorni ci sta ricordando l’ottimo Nolan, i proci si insediarono a casa di Ulisse invocando la legge di Zeus, che imponeva l’ospitalita’. Poi ne approfittarono e non se ne andarono piu’. Credo che piu’ ospitali dei lametini in Calabria (converra’ anche Vito Teti) non c’e’ nessuno. Penelope obbediva alla legge di Zeus, ma in cuor suo sperava che prima o poi sarebbe tornato suo marito Ulisse per liberarla e nel frattempo tesseva la tela e ingannava il tempo. Invece noi lametini no: siamo ospitali e convinti che nessun Ulisse arrivera’ mai a liberarci. Basta guardare i nostri politici, di tutti i partiti, ciascuno di essi aspetta qualcosa dal suo protettore. Come tanti mendicanti ci basta che qualcuno ci dia una elemosina e siam contenti, Lamezia come citta’ non ci interessa. Ai mendicanti interessa, amano forse il posto dove chiedono l’elemosina? No, un posto vale l’altro.

Il guaio della Calabria, come ripeto sempre, sta nel fatto che la geografia alla fine prevale sulla storia. Ogni qual volta i calabresi o il governo han mortificato Lamezia, non hanno fatto danni solo a noi, che restiamo quel che siamo, mendicanti, ma si e’ danneggiata la Calabria, la cerniera dell’area centrale.

Uno dei nodi centrali del regionalismo calabrese dal dopoguerra a oggi: Il declino del peso politico dell’area catanzarese, a vantaggio dell’asse Cosenza-Reggio Calabria.

Tale declino trova radici profonde nelle dinamiche dei partiti della Prima Repubblica (in particolare la Democrazia Cristiana) e nella gestione delle risorse pubbliche. Ci sono stati tre passaggi chiave.

1. Il compromesso storico del post-1970 La nascita delle Regioni a statuto ordinario nel 1970 ruppe i vecchi equilibri. La scelta di Catanzaro come capoluogo di regione scatenò la violenta rivolta dei “Fatti di Reggio”.Per pacificare il territorio, la classe politica nazionale e locale attuò un compromesso di frammentazione istituzionale: Catanzaro ottenne la Giunta e il Consiglio regionale (poi trasferito). Reggio Calabria ottenne la sede del Consiglio regionale (Palazzo Campanella). Cosenza ottenne l’Università della Calabria (UniCal), motore di sviluppo culturale ed economico. Questo spacchettamento ha storicamente indebolito la funzione di “guida centrale” di Catanzaro, trasformando la Calabria in una regione a tre teste.

2. Il patto politico tra Cosenza e Reggio Calabria Durante la Prima Repubblica, il baricentro del potere democristiano e socialista si è progressivamente spostato lungo l’asse Nord-Sud della regione, stringendo Catanzaro in una morsa: Cosenza (La forza elettorale e demografica): Cosenza divenne la “roccaforte” della DC grazie a figure del calibro di Riccardo Misasi e Giacomo Mancini (PSI). La vastità della provincia e l’enorme bacino elettorale garantivano alle correnti cosentine un peso negoziale schiacciante nei congressi di partito e nelle liste elettorali. Reggio Calabria (La forza identitaria e di riscatto): Reggio ha sempre capitalizzato politicamente il proprio status di “città ferita” dai Fatti del ’70, esigendo costanti compensazioni economiche, investimenti infrastrutturali (come il pacchetto Colombo) e una rappresentanza garantita ai vertici regionali. Il “tacito accordo” si è tradotto spesso nell’alternanza alla presidenza della Regione o nella spartizione degli assessorati chiave (Sanità, Agricoltura, Lavori Pubblici), dove l’intesa tra i pacchetti di voti cosentini e le rivendicazioni reggine ha frequentemente isolato la classe politica catanzarese.

3. La frammentazione del territorio catanzarese (1992) Un colpo definitivo alla centralità di Catanzaro è arrivato nel 1992 con la creazione delle nuove province di Crotone e Vibo Valentia. Fino ad allora, la provincia di Catanzaro si estendeva dal Mar Ionio al Mar Tirreno, rivaleggiando per dimensioni e popolazione con Cosenza. L’istituzione delle due nuove province ha dimezzato il bacino elettorale di Catanzaro;ridotto il numero di deputati e consiglieri regionali espressi direttamente dal territorio;frammentato l’area centrale della Calabria, lasciando Cosenza e Reggio come i due colossi demografici indiscussi della regione. Oggi Catanzaro mantiene il suo status di capoluogo formale e snodo burocratico, ma l’asse economico, universitario e demografico si concentra stabilmente a Nord (Cosenza-Rende) e a Sud (Reggio e la sua Città Metropolitana). Catanzaro ha basato la sua economia su università, uffici regionali e medicina. Lamezia vive di elemosina, con cosche mafiose che controllano l’economia legale e quella illegale. Le cosche sono presenti dappertutto ma il peso politico ed economico che hanno ottenuto a Lamezia e nel lametino hanno ingessato l’economia delle imprese, per cui ora lavorano solo quelle che accettano il mezzo servizio. (v. sul blog: La storia criminale di Lamezia)