Calabria in fiamme. Lettera di un pilota di droni che ha mollato il “progetto”

Presidente Occhiuto, le scrivo con rispetto, ma anche con l’amarezza di chi ha creduto davvero nel progetto di monitoraggio antincendio mediante droni e, da operatore di Tolleranza Zero, ha dovuto abbandonarlo.

La sua intuizione era corretta. Anzi, era brillante. In una regione come la Calabria, che ogni estate viene messa in ginocchio dagli incendi boschivi, puntare sulla tecnologia, sulla sorveglianza aerea e sull’individuazione tempestiva dei focolai rappresenta una scelta moderna, lungimirante e potenzialmente decisiva. Sempre meglio prevenire che curare.

Un progetto così ambizioso non può vivere soltanto di annunci. Ha bisogno di una macchina organizzativa efficiente, di aziende realmente specializzate nel settore, di personale qualificato, di mezzi adeguati e di operatori messi nelle condizioni di lavorare con dignità e in sicurezza.

Ed è proprio qui che, secondo me, qualcosa non ha funzionato. C’era un aspetto che mi lasciava particolarmente l’amaro in bocca. Si organizzavano conferenze stampa in pompa magna, si parlava di un progetto rivoluzionario, si annunciava una nuova era nella prevenzione degli incendi. Da operatore, però, ho avuto in questi mesi la sensazione che agli annunci non seguissero i fatti. Tra ciò che veniva raccontato e ciò che vivevamo quotidianamente sul campo c’era, a mio avviso, una distanza troppo grande.

Le parole alimentavano aspettative enormi. La realtà era fatta di organizzazione insufficiente, attrezzature spesso carenti rispetto alle esigenze operative, personale numericamente limitato (meno di 10 piloti per tutto il territorio calabrese! E non 40 come ha più volte sbandierato l’Assessore Gallo!) e condizioni di lavoro che rendevano estremamente difficile trasformare quelle promesse in risultati concreti.

Io stesso, dopo aver creduto in quel progetto, mi sono trovato a lavorare in un contesto che ritenevo fortemente disorganizzato. Gli strumenti disponibili non erano adeguati alle necessità operative. Il compenso economico era modesto rispetto alle responsabilità richieste. Ma soprattutto mancavano quelle tutele che dovrebbero essere scontate per chi svolge un’attività delicata e potenzialmente rischiosa: penso, prima di tutto, a una copertura assicurativa adeguata.

Per questo, con enorme dispiacere, ho deciso di lasciare. Non è stata una scelta semplice. Ho rinunciato a un lavoro nel quale credevo perché continuare avrebbe significato accettare condizioni che ritenevo incompatibili con la professionalità richiesta. Oggi, mentre guardo le immagini della Calabria divorata dalle fiamme, provo rabbia e tristezza: ettari di bosco ridotti in cenere, animali morti, famiglie costrette ad abbandonare le proprie case e uomini dello Stato che combattono con coraggio e sacrificio.

Perché so cosa potrebbe significare individuare un incendio nei suoi primi minuti di vita. So quanto possano essere decisivi quei pochi minuti per evitare che un piccolo focolaio diventi un disastro ambientale. Ma bisogna anche avere il coraggio di dire una verità che, forse, qualcuno preferisce non ascoltare.

Con pochissime unità operative è semplicemente impossibile garantire una copertura efficace di un territorio vasto, impervio e complesso come quello calabrese. Nessun drone, per quanto tecnologicamente avanzato, può sostituire una presenza capillare sul territorio. Nessuna tecnologia può compensare la mancanza di personale, di organizzazione e di pianificazione. I droni non fanno miracoli. Sono strumenti straordinari, ma dietro ogni drone serve un operatore preparato, competente e messo nelle condizioni di lavorare.

Ed è qui che credo si sia commesso un altro errore. Troppo spesso si è dato l’impressione che bastasse possedere un drone per essere automaticamente in grado di svolgere attività di prevenzione incendi. Non è così. Un fotografo o un videografo che realizza splendide riprese di matrimoni non può improvvisarsi pilota antincendio. Sono due professioni completamente diverse, che richiedono competenze, responsabilità e capacità operative completamente differenti.

Per svolgere un servizio così delicato servono certificazioni specifiche, addestramento continuo, formazione dedicata, conoscenza delle procedure di emergenza e capacità di operare in costante coordinamento con le sale operative e con le squadre di soccorso. Servono aziende realmente specializzate nel settore. Servono contratti di lavoro seri, che garantiscano sicurezza, dignità e tutele agli operatori. Serve un numero adeguato di piloti distribuiti sul territorio, perché è impensabile credere che poche persone possano controllare migliaia di chilometri quadrati.

Presidente, continuo a pensare che la sua intuizione fosse giusta. Il monitoraggio del territorio mediante droni non è un progetto inutile. Al contrario, rappresenta una delle armi più moderne ed efficaci per prevenire gli incendi boschivi. Ma un’idea brillante ha bisogno di una gestione all’altezza, di duro lavoro.
Ha bisogno di pianificazione, di organizzazione, di investimenti sulle persone e sulle competenze, non soltanto sulla tecnologia. Perché i droni possono vedere il fuoco. Ma sono gli uomini, se preparati e messi nelle condizioni di lavorare bene, che possono davvero fare la differenza.