Per decenni è stata il simbolo delle concessioni balneari, delle spiagge chiuse dietro cancelli e muri, dell’accesso al mare subordinato all’ingresso in uno stabilimento. Oggi, invece, Ostia diventa l’emblema della trasformazione che sta attraversando il litorale italiano. A raccontarlo è il quotidiano britannico The Times, che dedica un ampio reportage alla “rivoluzione” delle spiagge libere, indicando proprio il litorale romano come il luogo dove il cambiamento è già iniziato.
Il giornale londinese parte dall’immagine più evidente di questa svolta: il grande vuoto lasciato dalla demolizione dell’ex stabilimento Aneme e Core, un tempo caratterizzato da ristorante con pavimenti in marmo e colonne bianche, oggi sostituito da una distesa di sabbia aperta a tutti.
Secondo il Times, la demolizione dello stabilimento rappresenta molto più di un intervento urbanistico. È il segno di un cambio di paradigma che interessa numerose località italiane, dove cresce la richiesta di spiagge accessibili gratuitamente e diminuisce il consenso verso un sistema di concessioni considerato ormai superato.
A spiegare la filosofia del progetto è Tobia Zevi, assessore del Comune di Roma delegato al patrimonio e alle politiche abitative, che al quotidiano britannico racconta come il mare sia stato per troppo tempo “un simbolo di potere e arroganza”. Una situazione che, secondo l’amministrazione capitolina, è destinata a cambiare.
L’obiettivo è aumentare le spiagge libere da 1,2 a 6,5 chilometri, oltre la metà degli 11,3 chilometri del litorale romano, riducendo parallelamente il numero degli stabilimenti balneari da oltre settanta a trentacinque.
Nel racconto del quotidiano inglese, Aneme e Core rappresenta il primo tassello di questo processo. Lo stabilimento viene ricordato anche per le vicende giudiziarie che lo hanno interessato e per le contestazioni relative agli abusi edilizi.
Una famiglia racconta di aver scelto per la prima volta quella porzione di litorale proprio perché non è più necessario pagare decine di euro per ombrellone e lettini. Un cambiamento che riflette anche la crescita dei prezzi degli stabilimenti, aumentati sensibilmente negli ultimi anni, rendendo sempre meno accessibile una giornata al mare.
Non manca però chi guarda con nostalgia al passato. Alcuni residenti intervistati sostengono che le spiagge senza stabilimenti appaiano meno curate e preferirebbero continuare a pagare pur di trovare servizi e pulizia.
Tra i prossimi obiettivi del Campidoglio c’è anche l’abbattimento della storica barriera che separa la strada dal mare. Il quotidiano sottolinea come per generazioni i cittadini di Ostia abbiano dovuto attraversare gli ingressi degli stabilimenti persino per vedere la spiaggia. Ora il Comune punta ad aprire nuovi varchi pubblici ogni 300 metri e a eliminare cabine e strutture che impediscono la vista del mare dalla strada.
Secondo Zevi, citato dal giornale britannico, il modello degli stabilimenti rispondeva a un’epoca in cui le famiglie trascorrevano mesi in vacanza. Oggi, invece, le nuove generazioni hanno abitudini diverse e chiedono maggiore condivisione degli spazi pubblici.
Il reportage allarga poi lo sguardo al resto del Paese. Dalla Puglia, dove la Regione finanzia il recupero delle spiagge libere e discute della possibilità per i clienti degli stabilimenti di portare cibo da casa, fino alla Liguria, dove il Comune di Spotorno ha deciso di aumentare significativamente gli arenili a libero accesso.
Per il Times si tratta di una trasformazione che nasce da più fattori: le direttive europee sulle concessioni balneari, l’aumento dei prezzi, gli effetti dell’erosione costiera e un cambiamento culturale che vede sempre più italiani rivendicare il diritto di accedere gratuitamente al mare.
In questo scenario, conclude il quotidiano britannico, è proprio Ostia il laboratorio più evidente di una rivoluzione destinata a ridisegnare il rapporto tra gli italiani e le loro spiagge.