Antonino Costantino del Partito Liberal Democratico, in passato anche assessore al bilancio del Comune di Lamezia Terme, sostiene che «il rendiconto d’esercizio 2025 del Comune di Lamezia Terme mette a nudo il drammatico paradosso in cui versa la finanza locale in Italia: un sistema bloccato tra la rigidità contabile della Corte dei Conti e l’incapacità cronica delle amministrazioni di riscuotere il dovuto, scaricando il costo dell’inefficienza sui servizi ai cittadini».
Si spiega che «sulla carta, il Comune registrerebbe un risultato di amministrazione formale e ‘positivo’ di oltre 86 milioni di euro (€ 86.170.534,81). Ma la realtà strutturale è un’altra: l’Ente è costretto ad accantonare la cifra monstre di 107,6 milioni di euro, facendo sprofondare la parte effettivamente disponibile in un disavanzo reale di ben 50 milioni di euro (-€ 50.077.450,19). Siamo di fronte a un gigantesco castello di carte contabile».
Secondo Costantino «si evidenzia un cortocircuito normativo di portata nazionale. Assistiamo a un evidente contrasto tra le interpretazioni della Corte dei Conti (Sezione Regionale Calabria, Delibere n. 54/2026 e n. 70/2025) e lo spirito con cui il legislatore ha riformulato il terzo comma dell’articolo 194 del TUEL (integrato dal D.L. 104/2020). Mentre la norma nazionale offre flessibilità ai Comuni, consentendo di spalmare le rateizzazioni dei debiti (come i piani pluriennali con la Regione Calabria per il debito idropotabile storico 1981-2004 e il debito RSU 2012-2019) direttamente nei bilanci di competenza anno per anno, la Corte dei Conti impone una sterilizzazione retrospettiva immediata, costringendo il Comune a vincolare subito milioni di euro nel risultato di amministrazione (oltre 7 milioni per l’acqua e 4,5 milioni per i rifiuti). Questo approccio ragionieristico, pur teso alla massima prudenza, produce un’asfissia finanziaria che immobilizza l’azione amministrativa, paradossalmente vanificando l’effetto della flessibilità della norma nazionale. Relativamente al fondo contenzioso, sarebbe utile capire quali grandi cause giudiziarie siano insorte nel corso dell’ultimo anno, perché il fondo contenzioso debba essere aumentato di ben 6 milioni di euro, triplicando quasi il suo ammontare».
Costantino punta il dito contro «l’inefficienza della riscossione dei tributi e il mancato recupero dell’evasione locale. Lo dimostra la voce più pesante degli accantonamenti: ben 47,3 milioni di euro bloccati nel Fondo Crediti di Dubbia Esigibilità (FCDE), a fronte di un cumulo di residui attivi (tasse scritte a bilancio ma mai incassate) che sfiora l’astronomica cifra di 60 milioni di euro. In parole semplici: il Comune vanta crediti immensi dai cittadini, non riesce a riscuoterli, e per legge deve congelare i pochi soldi veri che ha in cassa per coprire quei buchi. Non si risanano le città mettendo i soldi sotto il materasso dei vincoli contabili, né tantomeno approvando piani di rientro di decenni che peseranno sulle prossime generazioni. Bisogna intervenire sulla capacità di riscossione della macchina pubblica, responsabilizzando i cittadini, le attività e le imprese. È qui che si gioca la partita: servono da un lato investimenti in strumenti moderni (digitalizzazione dell’anagrafe tributaria, incrocio delle banche dati contro l’evasione), ma anche l’introduzione di strumenti di compliance e patti di fedeltà fiscale con i cittadini, rendendo la riscossione un servizio davvero efficiente».
(Frasco)**** Antonino Costantino sottolinea «l’inefficienza della riscossione dei tributi e il mancato recupero dell’evasione locale. Lo dimostra la voce più pesante degli accantonamenti: ben 47,3 milioni di euro bloccati nel Fondo Crediti di Dubbia Esigibilità (FCDE), a fronte di un cumulo di residui attivi (tasse scritte a bilancio ma mai incassate) che sfiora l’astronomica cifra di 60 milioni di euro. In parole semplici: il Comune vanta crediti immensi dai cittadini, non riesce a riscuoterli, e per legge deve congelare i pochi soldi veri che ha in cassa per coprire quei buchi“.
C’è poca Collaborazione tra i comuni italiani e l’Agenzia delle entrate quando si parla di lotta all’evasione. Nel 2024, infatti, sono stati solo 502 gli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate realizzati su input degli enti locali grazie alle informazioni su utenze e iscrizioni anagrafiche, catasto, contratti di locazione, licenze commerciali. E nel 2023 le somme tornate nelle loro casse per effetto di quelle segnalazioni erano pari a circa 10 milioni di cui 3,2 andati a una manciata di Comuni molto attivi. In questo caso a fare chiarezza è stata la Corte dei conti, che nell’ultima relazione sul rendiconto generale dello Stato ha fatto il punto sui risultati della norma del 2025 che incentiva la partecipazione dei Comuni all’accertamento fiscale. Le tabelle confermano come a contribuire al maggior numero di accertamenti (158) siano stati ancora una volta gli enti locali della Lombardia seguiti da quelli della Liguria (97) e dell’Emilia-Romagna (88). Decisamente più attivi gli enti del Nord, che hanno dato impulso oltre l’80% di tutti i controlli realizzati a partire dal 2020 con il contributo comunale. E anche la classifica delle somme riconosciute è dominata dal Nord Italia.Il governo ha deciso così — ed è una scelta razionale sulla base anche dei risultati dei lavori dell’apposita Commissione del Senato — di trasferire all’Amco, la società partecipata dal ministero dell’Economia, l’attività di riscossione dei tributi locali che le amministrazioni faticano a incassare o non incassano per nulla. Amco è specializzata nel recupero dei crediti in sofferenza, soprattutto bancari. Non stiamo parlando di briciole bensì di un credito complessivo di circa 42 miliardi, di cui 27 relativi ai Comuni, più del doppio dell’ammontare dell’intera manovra di bilancio. Il trasferimento è volontario ma diventa obbligatorio per quegli enti locali che sono in grave ritardo nell’ottenere i pagamenti di Imu, Tari, multe stradali e concessioni varie. La vera novità è però un’altra. Ed è la possibilità di Amco di poter incaricare, per la riscossione, dei soggetti privati, iscritti a un apposito albo, che già operano per la scelta autonoma di alcune amministrazioni locali.
Mentre altre, come il Comune di Milano, lo fanno direttamente. Anche con successo. Il capoluogo lombardo ha un tasso di riscossione della Tari, dopo cinque anni, del 90%. E del 50%, al primo anno, per quanto riguarda le multe stradali, prima di passare a forme coattive. Un altro esempio che molti fanno è quello del Comune di Modica in Sicilia che grazie all’operatore privato ha triplicato i propri incassi.
(ViviItalia tv, 14/4/26) La nuova analisi del Centro studi enti locali (Csel) evidenzia la responsabilità di molte amministrazioni locali nel gestire correttamente i propri bilanci, con tanti comuni piagnoni che hanno problemi di bilancio perché non riescono a riscuotere le tasse di propria competenza, preferendo lamentarsi per la scarsità di risorse nei confronti di uno Stato che non trasferisce loro risorse sufficienti.
Comuni piagnoni verso lo Stato e regioni colpevoli, a loro dire, di avere il braccino corto, ma tra Imu, Tari, multe stradali ed altre voci ammontano a 33,7 miliardi i crediti accertati dai comuni italiani ma non riscossi per incapacità delle varie amministrazioni locali.
E sono più di 1.100 i comuni che finora non hanno raggiunto la soglia minima di riscossione del 17,5%. La percentuale è quella individuata dalla riforma della riscossione locale allo studio del ministero dell’Economia, secondo le bozze di decreto attuativo della Legge di bilancio circolate nelle settimane scorse, al di sotto della quale dovrebbe scattare l’obbligo di affidare la riscossione ad Amco (Asset Management Company), la società pubblica specializzata nella gestione di crediti deteriorati.
Il calcolo è del Centro studi enti locali (Csel) secondo il quale in questi 1.100 enti si concentra oltre il 62% delle somme accertate dai comuni ma non ancora incassate, pari a più di 21 miliardi di euro su 33,7 miliardi totali. In altre parole, poco più di un comune su sette concentra quasi due terzi dei crediti da riscuotere.
La dimensione del fenomeno emerge da un’elaborazione del Csel su dati Bdap relativi ai rendiconti 2022-2024, considerando lo stock dei residui relativi alle voci indicate dalla norma e che ricomprendono voci come Imu, Tari, multe stradali ecc.
Osservando la distribuzione territoriale, nel Mezzogiorno si concentra la quota più ampia di criticità: 866 comuni su 2.489, pari al 35% del totale, si collocano sotto la soglia prevista. Al Centro il fenomeno è meno diffuso ma comunque significativo: sono 163 comuni su 967, pari al 17%, circa uno su sei. Qui il dato segnala una presenza più selettiva del problema, ma comunque non marginale. Al Nord, invece, la situazione cambia completamente scala. I comuni “sotto soglia” sono 104 su 4.386, pari ad appena il 2% del totale. Scendendo ulteriormente nel dettaglio, la concentrazione emerge con ancora maggiore evidenza nei grandi centri urbani.
Roma da sola concentra oltre 8 miliardi di euro di residui, con una quota largamente prevalente riconducibile alle posizioni più critiche. A Napoli, su circa 3,5 miliardi di crediti, la parte più consistente ricade nello stesso perimetro, mentre a Palermo la quota supera il 90%. Dinamiche analoghe si riscontrano anche in altri capoluoghi del Mezzogiorno, come Reggio Calabria e Caserta, dove la componente più problematica dei residui rappresenta la parte prevalente dello stock complessivo.
Tocca al ministero dell’Economia mettere gli enti locali dinanzi ad un bivio: o recuperano rapidamente, entro un anno al massimo, il gettito non incassato potenziando la riscossione locale, oppure perdono definitivamente la loro autonomia di riscossione, legando l’erogazione dei fondi pubblici solo all’effettiva capacità di riscossione, tagliando le erogazioni verso i comuni piagnoni e inefficienti.