È ormai noto, le posizioni sulla guerra in Ucraina e sulla figura di Volodymyr Zelensky hanno creato un’alleanza oggettiva e trasversale (spesso definita “rosso-bruna”). Su questo tema, frange dell’ultrasinistra e l’eurodeputato Roberto Vannacci convergono su alcuni punti chiave. Le convergenze principali riguardano la contrarietà all’invio di armi. Entrambi gli schieramenti si oppongono al supporto militare a Kiev, chiedendo la fine del conflitto attraverso una de-escalation immediata. Vannacci ha più volte ridimensionato la figura del presidente ucraino Zelensky arrivando a definirlo un ex comico non più in grado di esprimere la sovranità del proprio Paese. Questa lettura critica viene condivisa da ambienti della sinistra radicale e pacifista (dal Fatto quotidiano ai Santoro, Cacciari, Caracciolo), che vedono nel leader ucraino un ostacolo alla diplomazia o un rappresentante degli interessi occidentali e della NATO.
In più occasioni l’ex generale ha espresso una preferenza per Vladimir Putin rispetto a Zelensky, una posizione che paradossalmente si salda con le critiche della sinistra radicale all’imperialismo atlantico, pur muovendosi da presupposti ideologici opposti (filo-putiniani per Vannacci, antimperialisti o pacifisti per la sinistra).
Certo, le motivazioni di fondo restano divergenti. Per l’ultrasinistra l’opposizione a Zelensky e alla guerra è radicata nel pacifismo, nella lotta all’industria degli armamenti e nella critica all’espansione della NATO. Per Vannacci le critiche sono legate a una visione di “realpolitik”, a una fascinazione per la presunta forza identitaria e i valori tradizionali espressi dalla Russia di Putin, nonché a un’avversione per le sanzioni e per il coinvolgimento europeo.
Ma è come se da due strade diverse si arrivasse allo stesso punto, a Camelot.
***************Il termine “rossobruni” (o rossobrunismo) definisce la convergenza e la saldatura ideologica tra posizioni dell’estrema sinistra ed estrema destra.
Questo fenomeno unisce istanze anticapitaliste e anti-imperialiste a un forte nazionalismo, populismo, antieuropeismo e, talvolta, a posizioni complottiste e no-global. L’ideologia dei “rossobruni” coniuga la difesa di conquiste sociali e la critica al grande capitale (temi tradizionalmente di sinistra) con la difesa della sovranità nazionale, il sovranismo, la chiusura delle frontiere e i valori tradizionali (temi di destra).
Questa corrente tende a riemergere e a guadagnare spazio nei momenti di forte crisi economica, sociale o geopolitica (come durante le recenti crisi globali, i conflitti internazionali e le pandemie) e ha un unico obiettivo di fondo: indebolire le istituzioni democratiche liberali, unendo gli opposti estremi contro il sistema parlamentare e l’atlantismo. E’ dunque una “contaminazione” degli opposti, una ideologia con tante sfaccettature. Come ha sintetizzato Stefano Cappellini nel suo libro “Quando gli estremi si uniscono per colpire la democrazia”, i «rossobruni oggi», rivendicano «il monopolio della sovversione».
Il Donbass, la regione situata nell’Ucraina sud-orientale, una delle aree più ricche dell’Ucraina, è la «storia del più incredibile esperimento fasciocomunista».
La regione presenta una forte influenza culturale e linguistica russa, e dal 2014, sostenute militarmente e politicamente dalla Russia, le autoproclamate repubbliche separatiste di Donec’k e Luhansk hanno dichiarato l’indipendenza dall’Ucraina, innescando una guerra che si è poi estesa su scala nazionale nel 2022.
Insomma, oggi si sta affermando il fenomeno del neonazionalismo, eppure pochi anni fa si annunciava la fine dello Stato nazionale e l’avvento di un mondo governato dalle istituzioni multilaterali. Cosa sta succedendo?
Succede che le classi popolari chiedono allo Stato nazionale protezione contro la crisi economica e contro un bersaglio facile, che va oltre il tradizionale clivage tra destra e di sinistra: lo «straniero nemico». Lo straniero è considerato un ladro di lavoro, molto più dei robot o dell’intelligenza artificiale. Lo straniero è visto come un ladro di diritti, molto più di coloro — siano una multinazionale o un padroncino — che lo sfruttano. Lo straniero è visto come un ladro tout-court, molto più dei miliardari che si rifugiano nei paradisi fiscali lasciando senza risorse lo Stato sociale.
Ma perché questa richiesta di protezione sociale guarda molto più a destra che a sinistra, o meglio finisce per inglobare almeno all’apparenza alcune istanze di sinistra, proprio com’era accaduto con inquietante parallelismo un secolo fa?
Cappellini porta due casi significativi. Il primo: l’egemonia della destra sul complottismo di sinistra. Com’è possibile che la teoria del complotto si diffonda così facilmente? Sull’11 settembre, sul 7 ottobre, sui vaccini? Risponde Cappellini: «Per rendere davvero appetibile e suadente la rinuncia alla democrazia, che con tutti i suoi difetti resta il sistema più avanzato nella storia dell’umanità, non basta criticarne i limiti oggettivi. Non sarebbe sufficiente. Occorre sostenere che la democrazia non è ciò che appare, che dietro le quinte di ogni sistema democratico c’è un piano per realizzare gli interessi di pochi e negare quelli di molti. Non quando ciò accade davvero, come è possibile, ma sempre e comunque. Serve dimostrare che la democrazia è un inganno consapevole, una macchinazione che finge di offrire diritti e libertà, mentre invece lavora occultamente a calpestarli. Da qui la necessità di denigrarla con argomenti che razionalmente non sarebbero spendibili».
Il secondo caso risponde alla domanda: che fine ha fatto il movimento No global, che nasceva a sinistra? La risposta è: è stato annesso dai sovranisti. Tutto nasce non a Genova ma a Seattle, dove — ricorda Cappellini — «i sindacati americani scendono in piazza insieme alle avanguardie dei Paesi poveri. La linea dei rappresentanti delle tute blu statunitensi è improntata a un forte protezionismo e all’idea di difendere la manifattura americana alzando barriere doganali e fiscali. Ma questa battaglia contro il libero mercato, scambiata per un’iniziativa di sinistra, diventerà il cavallo di battaglia delle nuove destre sovraniste, nonché la principale iniziativa di politica economica di Trump nei suoi due mandati da presidente, e nel secondo in particolare». Il vero capo dei No Global oggi è Trump.
Anche la nascita dei Cinque Stelle in Italia, malgrado Schlein e tutti quelli che vanno dietro a lei e al campolargo, va inquadrato all’interno di questo fenomeno rossobruno, perchè la forza storica dei rossobruni sta nel «monopolio della sovversione». La formula è di Vadim Baranov, il «Mago del Cremlino» come l’ha definito Giuliano Da Empoli. “Il monopolio della sovversione” è il tratto più autentico, il motore psicologico del rossobrunismo. Praticato dal basso, significa unire tutte le forze antisistema in un solo fronte. Praticato dall’alto, significa dirottare quel potenziale verso un bersaglio altro: in fondo, tutto sta a definire quale è il sistema da abbattere. Cento anni fa furono le democrazie liberali. Oggi anche.
Non è un caso che Meloni nel suo libro annovera Pino Rauti (con la sua destra sociale di Ordine nuovo) tra le sue stelle polari. Era chiamato il “Gramsci nero”. Ma Pino Rauti non è stato solo un intellettuale, ma un uomo d’azione che ha incarnato in modo paradigmatico l’anima più eversiva del neofascismo italiano. Da vecchio gli piaceva dire che il fascismo non era più ripetibile “ma un giacimento di memoria a cui si poteva ancora attingere”. Tutta la sua vita è stata nel segno d’una religione fascista irriducibile, pericolosamente ai bordi delle istituzioni democratiche, talvolta invischiata nelle più nefaste trame stragiste della storia repubblicana, dalle quali fu assolto in sede penale ma non sul piano morale, come disse il pubblico ministero nel processo per l’attentato di Piazza della Loggia (“La sua posizione è quella del predicatore di idee praticate da altri ma non ci sono situazioni di responsabilità oggettiva”).
Come scrive Cappellini: «Questa è la forza storica del rossobrunismo, anche quando appare fenomeno minoritario, pratica semiclandestina da scantinato: la costruzione di una mentalità, un vestito rivoluzionario che può essere sfoderato in uno reazionario». E qui le analogie con gli anni Venti si fanno impressionanti.
Per finire, si può fare un gioco con una domanda “linguistica”. Chi ha pronunciato le frasi che riportiamo di seguito? Un esponente di estrema destra o di estrema sinistra?
Muore il politico costretto a sentirsi ripetere che viviamo in un’epoca post-ideologica. Come se avere un’ideologia fosse una colpa. Come se avere un’idea del mondo, una visione, una direzione, fosse qualcosa da nascondere. Oggi rinasce un soldato dell’Idea. Perché avere un’ideologia significa avere un’identità. Significa sapere chi si è, da dove si viene e dove si vuole andare. Rinasce un uomo che torna alle proprie origini, alla propria appartenenza, ai propri valori, alla propria storia. Rinasce con la volontà di tenere la barra dritta, con al centro l’Idea, e la forza del coraggio di osare ancora. Ancora una volta. Da oggi inizia una nuova strada. Una strada che guarda al domani senza rinnegare ciò che siamo stati.
Scelgo ancora una volta l’Idea! Scelgo ancora una volta la trincea. Scelgo ancora una volta il combattimento, l’onore, la fedeltà alla parola data, il coraggio, il servizio alla comunità, il legame tra le generazioni, l’identità, la tradizione, la ricerca di qualcosa di più alto del semplice interesse personale. Per questo continuerò a combattere per ciò in cui ho sempre creduto per l’identità dei popoli, per le nostre radici, per la tradizione della civiltà europea, contro il cosmopolitismo apolide e senza confini, contro il conformismo.