Così i Paesi arabi studiano come aggirare Hormuz: un oleodotto verso Israele

Riad guarda al corridoio tra India e Mediterraneo con sbocco a Haifa

Tra questi piani c’è la costruzione di un oleodotto che punterebbe a Nord-Ovest, fino al porto di Haifa nello Stato d’Israele. Supremo paradosso, l’ostinazione dell’Iran a perseguire la rovina dei suoi vicini arabi, li spinge nelle braccia di quello Stato sionista di cui gli ayatollah vogliono la distruzione da 47 anni. Se questo progetto verrà realizzato, si tratterà di una svolta geopolitica ancora più sostanziale degli Accordi di Abramo, quelli che nel 2020 durante il primo Trump portarono alcuni Stati islamici a riconoscere Israele (si trattò di Emirati, Bahrain, Marocco e Sudan). L’Arabia Saudita mancava all’appello ma era uno «sponsor dietro le quinte» di quell’accordo.

Il colpo di genio

Il Financial Times ha rivelato che gli Stati del Golfo puntano a creare una nuova rete di oleodotti, strade e ferrovie per smettere di dipendere dallo Stretto di Hormuz. Una delle principali opzioni allo studio prevede appunto la creazione di una rotta commerciale che colleghi la penisola arabica al Mediterraneo attraverso il porto di Haifa. Secondo il quotidiano britannico, l’Arabia Saudita è finora l’unico Paese del Golfo ad aver mantenuto un flusso costante di esportazioni di petrolio durante la guerra, grazie soprattutto all’oleodotto East-West, che collega i giacimenti petroliferi al porto di Yanbu sul Mar Rosso, evitando lo Stretto. «Col senno di poi, l’oleodotto East-West appare come un colpo di genio», ha dichiarato un alto dirigente energetico del Golfo. I progetti allo studio non riguardano solo la costruzione di nuovi oleodotti o l’espansione delle infrastrutture esistenti, ma la creazione di una vera e propria rete integrata di oleodotti, linee ferroviarie e strade che permetta di superare la dipendenza dallo Stretto. Il principale è il corridoio Imec, che collegherebbe l’India al Mediterraneo attraverso una rete di strade, ferrovie e oleodotti. Manca solo l’accordo finale dell’Arabia Saudita a includere il porto di Haifa nel tracciato.

L’avvicinamento/ Se realizzato, sarebbe una svolta geopolitica più grande degli Accordi di Abramo

Che vada in porto o meno questo progetto, la storia si ripete: quando per ragioni geopolitiche o economiche si crea un «collo di bottiglia» nell’approvvigionamento in risorse essenziali, il mercato si mette alla ricerca di soluzioni per aggirare la strozzatura. Avvenne quando i produttori arabi di petrolio riuniti nel cartello dell’Opec imposero un embargo sulle vendite di petrolio all’Occidente nel 1973, per castigare le nazioni che avevano sostenuto Israele nella guerra dello Yom Kippur. A breve termine quella strozzatura «geopolitica» ebbe grande efficacia — come oggi l’uso che l’Iran fa di Hormuz — ma sul lungo periodo mise in movimento delle strategie di diversificazione. Dallo shock energetico degli anni Settanta nacquero impulsi a cercare nuove fonti geografiche di energia fossile. L’Europa si rivolse all’Unione Sovietica. Negli Stati Uniti lo shock energetico diede una spinta decisiva all’autosufficienza: da lì nacquero a molti anni di distanza la rivoluzione tecnologica dello shale gas e del fracking che riportarono l’America alla leadership mondiale; così come i progressi nel solare e nell’auto elettrica. Oggi, lo dimostra la crisi di Hormuz, il mondo ha ancora bisogno di energie fossili. Ma la quota che proviene dal Medio Oriente si è ridotta in modo sostanziale dagli anni Settanta.

Prezzi e precedenti

Gli shock attuali ancora non sono paragonabili alle crisi del passato. Venerdì il barile di greggio West Texas Intermediate era a 112 dollari. Ma alla vigilia di una crisi che nessuno associa al petrolio, quella del 2008, era giunto a 150 dollari di allora. La crisi finanziaria del 2007-2008, ricordata come «il crac dei mutui americani», nacque in realtà da varie concause, tra cui un rialzo vertiginoso delle materie prime dovuto al boom della domanda cinese. In quanto alle crisi degli anni Settanta (Yom Kippur 1973 e rivoluzione khomeinista 1979) avevano fatto salire il prezzo del petrolio di ben tredici volte. Come se dai 70 dollari prima della guerra in Iran fosse salito oggi a 900 dollari al barile.