Fino agli anni sessanta/settanta lo Stato sul film esercitava solo la censura, di carattere sessuale, cioè diceva quello che poteva passare in un film e cosa no. Quando poi il nostro cinema sulla base della domanda e offerta non è stato più in piedi, lo Stato è intervenuto con i finanziamenti, con relative polemiche sui soldi buttati via per opere senza spettatori nelle sale. Noi europei siamo quelli del welfare e quindi anche il cinema è assistito, così come succede per le scuole, le strade, gli ospedali; lo Stato pensa anche all’arte, all’opera lirica, al balletto, che sono sinonimi di cultura. Mentre in America c’è un rapporto agonistico del cinema con il pubblico, e tutto è lasciato al mercato, per cui nei primi 5 minuti lo devi conquistare, perchè lo scopo di un film è quello di incassare (un regista o un attore che fa due film senza incassare è out), da noi lo scopo è artistico, non è quello di incassare, talvolta solo di vincere premi ai festival (il pubblico è una variabile indipendente). Il nostro sistema è legato non alle case di produzione (come in America succede per i film Marvel o Paramount o Netflix) ma ai registi e agli autori. Da noi i film si vedono per l’attore o il regista, non avendo una cultura industriale fatta di brand riconoscibili. Noi abbiamo o la commedia (una volta i cinepanettoni), per un mercato domestico, o il film d’autore pensato per i festival e i premi internazionali, ma che in casa incassa poco. Oggi con la tv e i social la commedia al cinema non serve più, mentre negli anni sessanta il nostro cinema era a ridosso della società e della cronaca, oggi è anticipato in diretta da televisioni e social perchè il cinema è una macchina lenta. Dagli anni ottanta e novanta il nostro star system, che poi è fatto di politica e calciatori, fa ridere, e il cinema, che una volta li metteva magari ne I mostri, oggi è superato in velocità da social e giornali: la commedia si fa oggi in diretta, solo la cronaca nera trova spazio al cinema. Il rapporto tra cinema e società italiana è ormai sfilacciato e a distanza, mentre negli anni sessanta i film erano importanti per tutti, non solo per gli appassionati.
Nel 2023 sono stati realizzati in Italia 402 film, con un aumento del 13,9% rispetto ai 353 del 2022. Il dato, tratto dal report “I numeri del cinema e dell’audiovisivo italiano – Anno 2023” pubblicato dal Ministero della Cultura, segna anche un +23,7% rispetto al 2019, quando i film prodotti erano 325. A trainare la crescita sono stati i titoli di finzione 100% italiani, cioè opere prodotte interamente da società con sede legale in Italia, saliti a 156 dai 147 dell’anno precedente. Stabili invece i documentari, fermi a quota 106. In forte aumento le coproduzioni minoritarie, cioè guidate da produttori stranieri, passate da 21 a 48.
Fondi pubblici per il cinema: automatici e selettivi
I contributi pubblici al cinema italiano si dividono in due grandi categorie: automatici e selettivi. I primi sono assegnati in base al rendimento economico delle opere precedenti: maggiore è stato il successo commerciale di un film prodotto in passato, più alta sarà la quota di fondi automatici che la stessa società potrà reinvestire in nuovi progetti. Questo meccanismo favorisce le realtà già consolidate e premia chi riesce ad attrarre pubblico e incassi.
I contributi selettivi premiano film con caratteristiche artistiche o produttive particolari. Sono destinati a sostenere opere prime o seconde, film di particolare qualità artistica, produzioni a basso budget, film diretti da registe donne, documentari e animazioni. Insomma, il contenuto edificante che veicola tematiche importanti sui diritti, l’inclusione, il razzismo, oggi il gender, il bullismo, i femminicidi, la storia italiana, prevale sulla forma. Nel 2023 sono stati finanziati in questo modo 162 progetti per un totale di 32,96 milioni di euro. Tra questi, 33 erano coproduzioni minoritarie, cioè progetti a guida straniera ma con una partecipazione italiana, che hanno ricevuto complessivamente 4,24 milioni.
I 5 film che hanno preso maggiori finanziamenti
Tra i film che nel 2023 hanno ottenuto i contributi selettivi alla produzione più alti dallo Stato c’è Eterno Visionario di Michele Placido, che ha ricevuto 700.000 euro. Il film racconta la vita di Luigi Pirandello, interpretato da Fabrizio Bentivoglio, concentrandosi sul viaggio verso Stoccolma per ritirare il Nobel e sulle tensioni personali e politiche dell’autore. Con 600.000 euro ciascuno seguono The Opera! – Arie per un’eclissi, musical diretto da Davide Livermore con Vincent Cassel e Fanny Ardant, e 2 Win (uscito al cinema con il titolo di Race for Glory) di Stefano Mordini, che ricostruisce lo storico duello tra Audi e Lancia nel Mondiale rally del 1983, con Riccardo Scamarcio e Daniel Brühl. Completano la top five L’orto americano di Pupi Avati, un giallo ambientato nel dopoguerra che ha ottenuto 560.000 euro, e Joie de Vivre 560.000 euro. Tutti questi titoli sono stati selezionati per caratteristiche artistiche e culturali considerate rilevanti per l’interesse generale.
L’accesso al tax credit è strettamente legato alla dimensione economica del progetto. Tra i film con un budget superiore agli 800.000 euro, la richiesta del beneficio fiscale è praticamente automatica: la percentuale di accesso è del 100% sia per la fascia tra 800.000 e 1,5 milioni, sia per quelle superiori. Al contrario, tra le produzioni più piccole – sotto i 200.000 euro di budget – solo il 45% ha richiesto il tax credit
Qual è il film che ha incassato di più nel 2023
Nel 2023 gli incassi dei film italiani al botteghino sono stati pari a 121,34 milioni di euro, con 18,36 milioni di presenze in sala. Si tratta di un netto miglioramento rispetto al 2022, quando gli incassi si erano fermati a 60,57 milioni. Tuttavia, il livello pre-pandemia non è stato ancora raggiunto: nel 2019 il totale degli incassi era stato di 182,93 milioni di euro, con oltre 28 milioni di spettatori. Il dato conferma che il pubblico è tornato al cinema, ma in misura ancora inferiore rispetto agli anni precedenti alla crisi sanitaria.
Un terzo degli incassi del 2023 è stato generato da un solo film: C’è ancora domani, esordio alla regia di Paola Cortellesi, ha incassato da solo 37 milioni di euro, diventando il maggiore successo italiano degli ultimi anni. Per confronto, nel 2019 il film più visto era stato Tolo Tolo di Checco Zalone, con 46 milioni di euro.
Volti e firme del cinema impegnato finanziato dallo Stato
Elio Germano – l’attore simbolo
Ritenuto una delle voci più forti del cinema d’autore italiano, Elio Germano è protagonista di numerosi film a tema sociale, spesso sostenuti con fondi pubblici. Opere acclamate dalla critica, ma raramente accompagnate da un successo di pubblico. In totale, si stima che i film da lui interpretati abbiano ottenuto oltre 17 milioni di euro in contributi statali, con incassi complessivi decisamente inferiori. Film come Favolacce o N-Ego hanno avuto costi di produzione sostenuti dallo Stato, ma sono stati pressoché ignorati dal pubblico in sala.
Paolo Virzì – l’autore delle crisi contemporanee
Con uno stile inconfondibile, Virzì ha raccontato crisi sociali e umane del nostro tempo. Il suo film Siccità, ad esempio, ha ricevuto finanziamenti pubblici sostanziosi, ma gli incassi sono stati molto inferiori rispetto alle aspettative. Un’opera dal grande impianto produttivo, che però non ha saputo attrarre il pubblico pagante, confermando quanto sia fragile il rapporto tra arte e sostenibilità economica.Film
Nanni Moretti – il veterano del cinema d’autore
Da decenni considerato una colonna portante del cinema italiano impegnato, Moretti ha ottenuto milioni di euro in tax credit per i suoi ultimi lavori. Il sol dell’avvenire, ad esempio, ha goduto di contributi statali che hanno quasi eguagliato gli incassi. Ma il bilancio resta in equilibrio precario, anche considerando che le spese di promozione e distribuzione sono spesso a carico della collettività.
Emanuele Crialese – il cantore dell’identità
Le sue storie intime, spesso legate a migrazione, identità e famiglia, hanno raccolto ampi consensi e importanti riconoscimenti. L’immensità, interpretato da Penélope Cruz, è stato uno dei film più sostenuti dal fondo statale, ma con risultati commerciali piuttosto deludenti. Anche in questo caso, il valore culturale dell’opera è indubbio, ma resta l’interrogativo sulla tenuta economica.
Alice Rohrwacher – l’alchimista del cinema rurale
Amata dai festival internazionali, Rohrwacher ha costruito un immaginario unico, sospeso tra fiaba e denuncia sociale. Le sue produzioni, però, sono spesso sorrette in modo quasi esclusivo dai fondi pubblici, con incassi modesti rispetto ai costi. La sua ultima opera, La chimera, ha confermato la tendenza: molto apprezzata dalla critica, ma poco vista dal grande pubblico.
Matteo Garrone– tra denuncia e poesia
Con Io capitano ha raccontato in modo potente il tema dell’immigrazione. Un film che ha avuto una buona tenuta al botteghino, ma che ha comunque richiesto un investimento pubblico superiore ai suoi incassi. È forse uno dei pochi casi in cui l’equilibrio tra valore artistico e ritorno economico si avvicina, ma resta un esempio isolato in un sistema ancora molto squilibrato.
Marco Bellocchio – l’istituzione
Il suo cinema affronta le grandi ferite italiane, tra religione, Stato e memoria storica. Le sue opere, finanziate con cifre elevate, sono prodotti di alta qualità ma che faticano a raggiungere il grande pubblico. Rapito, il suo ultimo lavoro, ha ricevuto quasi 5 milioni di euro in fondi pubblici, con incassi al di sotto della soglia di sostenibilità economica.
Questi nomi rappresentano una parte importante del patrimonio cinematografico italiano. Le loro opere arricchiscono il panorama culturale, vincono premi, vengono selezionate nei festival di mezzo mondo. Ma il punto critico resta uno: senza il sostegno dello Stato, molti di questi film non esisterebbero.
**** Paolo Del Brocco (Rai cinema) (2025) Industria spesso fraintesa, nostra responsabilità raccontare settore
“Il cinema e il lavoro di tutte le componenti, compreso quello di chi racconta il cinema, sono importantissimi nella costruzione del mondo valoriale e culturale delle persone. Il cinema e l’audiovisivo fanno anche industria, creano ricchezza, occupazione, fiscalità e ritorni economici. Ma siamo in un momento molto particolare, di forte preoccupazione tra tutti gli addetti ai lavori, un momento in cui ci sono da un lato legittime esigenze di bilancio dello Stato da rispettare, dall’altro un richiamo a un doveroso rigore nell’utilizzo dei fondi pubblici, in special modo laddove si sono verificate alcune esagerazioni, e a un necessario senso di responsabilità da parte dell’industria.
Occorre fare ogni sforzo per riuscire a trovare un giusto equilibrio affinché la produzione italiana e l’industria culturale non subiscano un impatto troppo traumatico dalle misure al momento in discussione. Sono fiducioso che si stia dialogando e operando nella direzione giusta per trovare un equilibrio tra tutte queste esigenze. L’industria italiana non è stata capace di raccontare in modo esaustivo al pubblico, ai media e alla politica la nostra attività. Forse ci siamo un po’ parlati addosso e ora è il momento di farlo con spirito di collaborazione e costruttivo soprattutto in riferimento al valore economico del settore produttivo. Accanto al 32% medio di credito di imposta attualmente assegnato dallo Stato, c’è il restante 68% che deriva dal mercato”. Questo significa che il ciclo di vita di un film non si esaurisce con l’uscita in sala, ma prosegue con altri sfruttamenti: lo streaming sulle piattaforme a pagamento, i passaggi sulle Reti generaliste, l’inserimento nelle library digitali, la distribuzione internazionale. Va considerato poi che quando un film prende forma, il budget dal punto di vista economico ha già un suo equilibrio economico compiuto, costruito sicuramente grazie ai finanziamenti pubblici – tax credit o contributi selettivi che siano – ma anche grazie alla prevendita delle sue diverse quote/diritti di un film con le quali il produttore riesce a coprire i costi di produzione”.
Nel suo intervento, l’ad riflette sulla “superficialità nell’analisi dei dati” che emerge “da vari articoli letti in questi mesi”. Per esempio “sui ‘famosi 700 milioni al cinema’ e addirittura qualcuno ha scritto ‘700 milioni al tax credit del cinema’. È evidente che così si genera confusione. I 700 milioni del fondo, che peraltro costituiscono una quota percentuale del gettito fiscale derivante dalle attività dell’intero comparto audiovisivo, vanno a finanziare una vasta pluralità di attività. Le risorse dedicate unicamente alla produzione di film per la sala tra tax credit, contributi selettivi e automatici, contributi a opere prime e seconde ammontano a circa 150 milioni mentre il resto è dedicato a una pluralità di attività distribuzione, sale, fiction, festival, a Cinecittà, al Csc e alle iniziative speciali e a molto altro. Come si evidenza facilmente dalla tabella di riparto del fondo pubblicata sul sito del Mic”.
Dal 2026 Rai Cinema più selettiva
“Nei prossimi anni, a partire dal 2026, saremo chiamati ad essere più selettivi, da un lato perché è evidente che il mercato non assorbe più il livello produttivo di questi ultimi anni, e dall’altro perché le nostre risorse dipendono dalle risorse complessive Rai”.
