A febbraio 2026, prima che si svolga il referendum sulla separazione delle carriere che sta diventando un referendum pro o contro Meloni, appaiono vere due analisi.
1)La prima la spiego con le parole di Francesco Cundari: La strategia di Meloni è sempre colpire ogni forma di contrappeso al proprio potere, con il premierato (per rendere inoffensivo il Quirinale), con una ulteriore torsione maggioritaria della legge elettorale (per addomesticare il parlamento) o con la stessa riforma della giustizia – che tutto è, come spiega benissimo oggi su Linkiesta Cataldo Intrieri, meno che garantista – per piegare la magistratura.
Il problema che i garantisti per primi dovrebbero porsi, scrive Intrieri, riguarda la compatibilità dei loro principi con una visione efficientistico-autoritaria della democrazia che «tende a escludere ogni filtro tra il momento della decisione e quello esecutivo», come vediamo «con il varo di misure preventive di controllo, le iniziative di deportazione degli immigrati nei campi albanesi, la minaccia di blocco navale, lo scudo penale con sostanziale insindacabilità sulle condotte delle forze dell’ordine, l’adozione di codici e prassi particolari per categorie speciali come i presunti responsabili di reati sessuali, gli immigrati, i militanti di centri sociali». Se l’obiettivo sono forme di giustizia «immediatamente esecutiva» e basata su presunzioni di pericolosità, a cosa servirà questa riforma, è la domanda retorica di Intrieri, se non a «eliminare una fastidiosa forma di opposizione»? Come si capisce dai recenti interventi di Meloni, il giudice, in questo schema di democrazia «immediatamente esecutiva», deve «uniformarsi alla volontà popolare che si esprime tramite il governo, finanche nella formulazione delle accuse». È il modello della democrazia illiberale ungherese, lo stesso di Donald Trump, e anche lo scomposto intervento di Meloni sulla morte del militante della destra francese assassinato da militanti di sinistra, con il tentativo di farne una specie di versione transalpina del caso Kirk, rientra pienamente nel copione. Così come la continua e assolutamente infondata evocazione delle Brigate rosse, tirate in ballo anche in quest’ultima pretestuosa polemica con la Francia. Come si fa a non vedere a che gioco – pericolosissimo e irresponsabile – sta giocando Giorgia Meloni?
2)La seconda analisi la spiego con le parole di Walter Veltroni:
Voglio dire che, sommando gli astenuti e il consenso che comunque ricevono le forze meno estreme, probabilmente esiste una maggioranza silenziosa degli italiani che preferisce, attingendo alla memoria, il senso dello Stato di Carlo Azeglio Ciampi a tante sguaiate grida di una politica che mena e ride, che insulta e canta, che si divide, come in un asilo infantile, tra chi usa il governo come un santino e chi come l’effige del demonio. Lo stiamo vedendo in questa campagna referendaria condotta con toni assurdi, a proposito dei quali il presidente Mattarella, non per caso l’uomo pubblico più amato dagli italiani, ha dovuto richiamare tutti alla compostezza. Una politica dei recinti e dell’olio bollente da scagliare sugli avversari esclude, non include. Fa stare a casa, non suscita sogni e non accende desiderio di partecipazione popolare. Sia chiaro: non penso affatto che questo significhi la ricostruzione di un centro moderato vecchio stile, ci mancherebbe. Credo, al contrario, che questo Paese abbia bisogno di bipolarismo e di alternanza, non di governi contrattati, tanto più con i partiti svuotati e affaticati di questa fase.
Se negli anni Settanta la «maggioranza silenziosa» era mossa dal desiderio di frenare cambiamenti possibili, oggi il disimpegno di massa ha, secondo me, al suo interno invece una fortissima volontà di affermare i valori più innovativi di cui oggi una società, scrollandosi di dosso l’armatura dei social e del loro linguaggio semplificato, ha bisogno.
Oggi nel silenzio e nella lontananza di quei milioni di italiani, io vedo più speranze che rancori, più serietà che demagogia, più bisogno di sogni e programmi che desiderio di risse e di urla.
Scriveva Norberto Bobbio nel suo «Elogio della mitezza»: «Identifico il mite con il nonviolento, la mitezza con il rifiuto di esercitare la violenza contro chicchessia. Virtù non politica, dunque, la mitezza. O addirittura, nel mondo insanguinato dagli odii di grandi (e piccoli) potenti, l’antitesi della politica».
****Riepilogando, a me pare che le due analisi siano i due poli della discussione. La prima sostiene che dalla giustizia al premierato, dalle manovre contro il Quirinale allo scontro con Macron, il copione di Meloni è sempre quello di Orbán e Trump.
La seconda afferma che una politica dei recinti e dell’olio bollente da scagliare sugli avversari esclude, non include. Per cui occorre mitezza, rifiuto di esercitare violenza contro chicchessia.
Le due analisi a me non appaiono campate in aria. Anzi, contengono considerazioni serie basate su dati di fatto. Ma poi Veltroni auspica che nei due schieramenti, anche come sono oggi, possa prevalere un indirizzo che, rimuovendo la facile tentazione dell’estremismo verbale o peggio dell’alterazione delle regole del gioco costituzionali, faccia capire che, all’interno della democrazia, destra moderata e riformismo di sinistra sono portatori non di logiche di distruzione, ma di due visioni diverse, programmatiche e ideali, di società. E che la radicalità, la serietà e la concretezza non sono un ossimoro.
Allora, in conclusione, vorrei dire che c’è un solo insuperabile ostacolo: chi ritiene che Meloni voglia soltanto l’alterazione delle regole del gioco costituzionale, intende resisterle a tutti i costi, dunque non conosce nè mitezza nè misura. Insomma, estremismo chiama estremismo, se il mio nemico è violento lo debbo essere anch’io per resistergli. La sinistra italiana dalla prima Repubblica ad oggi ha sempre considerato gli avversari -da Scelba e Tambroni sino a Meloni – come pericolosi fascisti intenti ad instaurare un regime autoritario.