Le curve della comicità, gli eterni indignati o se una battuta è divertente la devi dire

Il comico britannico Richy Gervais (1961) è uno dei più famosi comedian al mondo. Nel finale di Humanity (2018) si dedica a un argomento cruciale degli ultimi anni: l’avvento dei social media e l’influenza che hanno avuto sulla società, trasformando per sempre il dibattito pubblico. In questo monologo, Gervais riesce a cogliere lo spirito del tempo: l’avversione per l’azzeramento delle competenze e per l’esaltazione dell’uomo qualunque, l’allarme per la confusione tra fatti e opinioni, lo sbigottimento di fronte a chi si offende più per le parole che per le atrocità che vengono commesse nel mondo. La chiusura è un riassunto perfetto: “People offended by the C-word would hear it a lot less if they didn’t go around acting like such cunts”. (Le persone offese dalla parola che inizia per C la sentirebbero molto meno se non andassero in giro a comportarsi come degli stronzi).

C’è una frase di Gervais, forse il maggiore stand-up comedian del nostro millennio, sulla quale riflettere: «I’ve always said, just because you’re offended doesn’t mean you’re right» («Ho sempre detto, solo perché ti senti offeso non vuol dire che tu abbia ragione»).

Per chi non lo conoscesse, Gervais è colui che ha più e più volte smascherato e messo alla berlina a suon di battute pungenti lo star system hollywoodiano paladino di battaglie più di facciata che di sostanza. L’errore che molti commettono, secondo Gervais, è quello di confondere il soggetto con l’oggetto (bersaglio) della battuta, ovvero lo specifico individuo a cui è rivolta la battuta con tutto ciò che invece rappresenta.

*****Il finale di Armageddon (2023) è un vero e proprio manifesto: “Se la parola woke significasse ancora quello che significava, ovvero “essere consapevole dei propri privilegi, cercare di aumentare l’uguaglianza e ridurre l’oppressione, combattere razzismo, sessismo, omofobia… Sì, sono decisamente woke. Ma se ora significa essere dei prepotenti puritani e autoritari che fanno licenziare la gente per oneste opinioni o fatti, allora no, non lo so. Col cazzo”.

Gervais, come altri comedian del suo livello, ha la lucidità per vedere i pericoli del volere una società a prova di offesa, dove la libertà d’espressione viene messa seriamente in pericolo.

La questione diventa a questo punto come riuscire a conciliare la libertà d’espressione con l’attenzione altrettanto dovuta che si deve alle minoranze, e in generale alla sensibilità di ognuno (non perché essa sia un diritto supremo e intangibile, ma perché il progresso della società consiste anche nel saper mettere in discussione le cose che diamo per scontate e che magari hanno escluso per anni, decenni e secoli intere parti della collettività). Gervais ha spiegato il seguente concetto: “Penso cose terribili, ma non puoi scegliere cosa pensi”, Ovvero, non siete cattive persone, dice agli spettatori, perché nessuno sceglie il proprio senso dell’umorismo.

Ciò che Nicola Campostori fece però notare in un suo articolo del 2024 (Non esser d’accordo con Ricky Gervais non è la fine del mondo) è che abbiamo tutti dei punti ciechi: opinioni altrui che ci rifiutiamo di prendere anche solo in considerazione, dubbi che non vogliamo scalfiscano le nostre convinzioni. Bisogna cercare di ricordarselo e continuare a lavorare su sé stessi.

In Humanity, Gervais aveva espresso chiaramente la sua teoria: le persone si offendono quando scambiano il “subject” della battuta con il vero “target” (oggetto e bersaglio). In pratica basta che il joke (scherzo, battuta) contenga una parola “trigger” (grilletto) e anche se la battuta verte su qualcos’altro, la gente si indigna per la parola.

Se c’è la parola stupro, è inaccettabile”, pensa una parte del pubblico e invece, giustamente, Gervais sottolinea che le rape joke (scherzo sullo stupro) sono terribili quando la vittima è l’oggetto della battuta. In questo special, il comico inglese sostiene che dipende dalla battuta, che certe battute non le farebbe mai, però afferma anche che l’unica regola che si è dato è “Se una cosa è divertente, la devi dire”, comunque vada.

Credo, afferma Campostori con buone ragioni, che il dilemma dei e delle comedian sia proprio qui: sono due principi che di per sé hanno entrambi un valore importante (il primo si basa sul rispetto per le vittime, il secondo difende la comicità come sano atto di ribellione) ma che spesso sono in conflitto tra loro, si contraddicono. In molti casi, per fare o non fare una battuta bisogna scegliere quale dei due poli assecondare.

Insomma, quando dice che “la gente vuole farvi credere che le parole siano violenza” Gervais semplifica consapevolmente una questione molto complessa e in questa semplificazione si perde il fatto che sì, le parole influiscono sulla società e quindi hanno anche un potenziale di violenza. Le battute, sostiene Gervais in “Supernature” (2022), non sono una finestra verso l’anima del comico: “Mi metto nei panni di chiunque per far ridere di più. Fingo di essere di destra, di sinistra, intelligente, stupido… per far ridere di più, senza pregiudizi”. Insomma, per lui: il comico deve dire “le cose sbagliate”.

Gervais è convincente quando rivendica la libertà della satira, ma occorre parlare anche del pubblico, di chi ascolta, di noi spettatori.

Ogni battuta suscita due effetti nel pubblico, paralleli e spesso sovrapposti: la risata e l’apprezzamento. Se la risata può scattare a prescindere dal contenuto, il compiacimento (apprezzamento) si basa sul fatto che la “cosa sbagliata” detta dal* comedian sia sbagliata non nel senso di “moralmente sbagliata”, ma nel senso di “sconveniente”: il/la comic*, fregandosene delle convenzioni sociali, rivela una verità scomoda. Quando gli spettatori condividono la verità che il/la comic* sta dicendo, aumenta il piacere che provano nel sentire la battuta. Se invece non sono d’accordo con quanto sostiene il/la comedian, possono gustarsi la tecnica, ma non saranno del tutto convinti. In altri termini succede spesso che le battute scorrette piacciano al pubblico non solo perché sono tecnicamente ben fatte ma perché confermano una verità (più o meno nascosta) che gli spettatori condividono. In questo senso, le battute sessiste non sono accettabili perché la verità scomoda che rivelerebbero sarebbe l’inferiorità delle donne, e spesso gli spettatori apprezzano queste battute proprio perché sono contro le donne.

Quindi negli, dentro gli spettatori ci sono, albergano, verità sottaciute. Inoltre gli spettatori sono anche divisi. Ci sono fazioni, tifoserie contrapposte. Non c’è il pubblico, ci sono i pubblici, le curve per cui, come ha scritto Guia Soncini, alla destra fanno orrore quegli altri, e alla sinistra fanno orrore quegli altri, e questo essere le due tifoserie identiche precise pittate ci s’illude di nasconderlo dietro parole come «valori». Tutti si autocertificano i buoni.

Il comico Andrea Pucci la cui chiamata a Sanremo ha suscitato subito polemiche, è diventato noto per varie battute che ad una tifoseria non piacciono. Una sua battuta al tempo della pandemia diceva che se eri fortunato ti facevano il tampone in una narice, se eri sfigato in due narici, se eri sfigatissimo in gola, se eri Tommaso Zorzi in culo. Questa è stata una delle battute usate per accusarlo di omofobia (prima regola per l’igiene del linguaggio: qualunque cosa abbia il suffisso -fobia è una puttanata). La battuta era una battuta sulla pandemia, e Gervais ha ragione quando spiega che sia necessario capire la differenza tra oggetto e bersaglio d’una battuta. In Italia il problema nasce non dal fatto che Zorzi sia gay, ma da un altro fatto, che Zorzi ha fatto del suo essere gay un’identità, una qualifica, un vanto. Può farlo perché nella Milano del 2026 l’omofobia è un’importante componente della cultura del vittimismo ma un elemento inesistente nella realtà. Fare una battuta che include il fatto che uno faccia sesso anale sarebbe odioso (o peggio) nell’Inghilterra di Oscar Wilde. Sarebbe esecrabile se grazie alle sue inclinazioni sessuali Zorzi fosse vessato dalla società o licenziato dal capufficio. Poiché così non è, di cosa diamine stiamo parlando?

Essendo sempre in azione le curve, ecco cosa succede. Che tutti sono sempre indignati a difendere i propri e accusare gli altri. Quelli che si indignano per o contro Corona, per o contro Ghali che non ha potuto dire non so cosa in mondovisione. Contro Pucci che è un fascista e perciò la Meloni lo difende.

Insomma, all’inizio del 2026, in Italia (ma nel mondo in generale) si fanno i turni alla catena di montaggio dell’indignazione, i pubblici delle rispettive curve con i loro striscioni, bandiere, cori, si fronteggiano e ci si interroga se Angelo Duro o Checco Zalone siano di destra o di sinistra. Peppone e don Camillo non finiscono mai.

In fatto di comicità io resto convinto, come Campostori cit., che “bisognerebbe dunque essere in grado di distinguere la bravura tecnica del comico dalla sua “bravura intellettuale”: la prima può essere valutata in maniera abbastanza oggettiva, la seconda è totalmente soggettiva e dipende dai nostri valori, dalla nostra morale, da quello che pensiamo debbano essere la comicità e l’arte”. Io posso ritenere che Gervais o chi per lui abbia posizioni retrograde e allo stesso tempo riconoscere che le sue battute siano fatte bene. Naturalmente, ecco i pubblici (non il pubblico), c’è chi riesce a distinguere tra la bravura e la tecnica di Gervais e quella di Pucci, di Zalone, di Duro, di Benigni, senza infognarsi nelle solite discussioni morali che appassionano tanto le tifoserie italiane dove tutti sono più buoni degli altri.