Lucio Battisti, il genio sfruttato dal mercante

(29/7/26) Ieri sera, su Rai 3, “Omaggio al grande cantautore.
Lucio per amico. Ricordando Battisti “, attraverso le testimonianze di chi lo ha conosciuto, proviamo a raccontare chi era Lucio Battisti come uomo, cosa c’era dietro la sua musica e le sue canzoni, e anche come queste facevano parte della sua vita. Testimone d’eccezione è Giulio Rapetti, in arte Mogol, il compagno d’arte e d’avventura (Regia: Angelo Bozzolini).

In realtà Mogol si è limitato a spiegare il significato dei testi delle canzoni  che via via si ascoltavano, dando la solita impressione di arrampicarsi sugli specchi. Chiunque abbia provato a mettere un testo su una musica sa bene che alcune scelte sono obbligate.

Ti telefono se vuoi
non so ancora se c’è lui …
accidenti che farò
quattro amici troverò.
Ma da quando ci sei tu
tutto questo non c’è più.

Acqua azzurra, acqua chiara
con le mani posso finalmente bere.
Nei tuoi occhi innocenti
posso ancora ritrovare
il profumo di un amore puro…

Voglio dire che Mogol continua a spiegare la genesi dei suoi testi come tanti momenti della sua vita personale, ma dando sempre l’impressione di inventare un significato a posteriori. Per es., spiega “Acqua azzurra” come un nuovo incontro, un amore puro, che prende il posto di una storia tormentata. Secondo ChaptGPT l’acqua “azzurra” e “chiara” diventa così il simbolo di uno stato d’animo: la freschezza di chi scopre l’amore e guarda il mondo con occhi nuovi. Mogol scriveva ogni suo testo ascoltando un provino che Lucio gli portava: era la canzone suonata alla chitarra o al pianoforte canticchiata con parole inglesi e grammelot. La canzone di cui stiamo parlando esigeva che cominciasse ripetendo quattro sillabe. A Mogol viene in mente  “acqua azzurra, acqua chiara”. Ma poteva anche scrivere , chessò, ” Poche frasi, senza senso/Con il tempo voglio poi capirle bene”. Insomma, dopo aver fatto una scelta fortuita dettata dalla metrica, cerca ora di spiegarne il significato recondito. La cosa gli è riuscita bene, infatti i suoi testi hanno oscurato il grande musicista e tutta l’operazione ha assunto il suo marchio. Quando qualcuno, come nella trasmissione su Rai 3, parla delle canzoni di Battisti-Mogol, parla infatti di “neorealismo”, di “sentimenti freschi o amori tormentati”, di “delusioni e presentimenti” (Quella sera ballavi insieme a me/E ti stringevi a me/All’improvviso mi hai chiesto: “Lui chi è?”), come se stesse spiegando un poeta non un cantante-musicista.

Un sorriso
E ho visto la mia fine sul tuo viso
Il nostro amor dissolversi nel vento
Ricordo, sono morto in un momento. (Mi ritorni in mente, 1970)

Parlando di Battisti-Mogol, di tanti successi, di tante canzoni che abbiamo amato e canticchiato in coro, il contenuto ha preso il sopravvento (come se le canzoni fossero liriche) ed è passata in secondo piano la musica, il modo di comporre, la melodia all’italiana stravolta e resa internazionale perchè contaminata con il rhythm and blues, il beat inglese, la musica latina o il pop anglosassone. E’ come se i librettisti di un Verdi, o di un Rossini, avessero più importanza dei musicisti. Eppure pochi sanno che Il barbiere di Siviglia venne scritto da Cesare Sterbini, o il Rigoletto di Verdi da Francesco Maria Piave. Mogol ha invece fagocitato il fenomeno Battisti, e tanti suoi amici e sodali continuano ancora oggi, dopo tanti anni, a soffermarsi sui testi, le parole, come se il modo di inventare musica, di cantare, di cambiare ritmo, atmosfera, i famosi stop e ripartenze di Lucio, fossero solo accessori casuali. Lucio, almeno questa è stata sempre la mia convinzione, quando collaborava con Mogol e poi a maggior ragione nel periodo con Panella, aveva un suo mondo musicale che io paragono ad una automobile costruita di tutto punto. Per farla muovere occorreva solo riempire il serbatoio. Che Mogol, o Panella, i quali in epoca diversa hanno rappresentato la benzina, siano stati il centro del discorso, tra adoratori e haters, è un vero peccato, perchè Lucio se avesse incontrato, invece di Mogol, Sergio Bardotti o Giorgio Calabrese, o Guccini o De Gregori (ma ne potrei dire mille), sarebbe stato pur sempre un fuoriclasse, uno che ha stravolto, rivoluzionato, la musica italiana dopo Claudio Villa e Modugno e l’ha portata al livello del sound angloamericano. 

(6/10/2018) Venti anni fa (9/9/1998) moriva Lucio Battisti. Per molti artisticamente Lucio era finito nel 1980 quando era uscito l’ultimo album scritto con Mogol (Una giornata uggiosa). La storia la raccontano i vivi e quindi esiste una sorta di censura, di embargo sugli ultimi 18 anni di vita e di produzione di Lucio. E’ come se di un regista si considerassero i suoi primi film e non gli ultimi, sulla base di un solo parametro, il successo commerciale. Invece Battisti ha vissuto un’altra prodigiosa vita artistica dove ha prodotto capolavori assoluti ancora sconosciuti al pubblico (Don Giovanni, L’apparenza, Le cose che pensano…) per colpa di deejay al servizio esclusivo di Mogolomane. Gioielli ancora da scoprire dal grande pubblico, inadatti alla diffusione sulle radio. Si divisero per la pretesa del Mercante (i radiofonici lo chiamano Poeta) di salire al 50% nella divisione dei compensi. La battaglia legale che gli eredi Battisti e il Poeta stanno combattendo ha sempre la stessa causa, l’ingordo Mogolomane vuol ricavare di più dalle canzoni, sfruttandole per la pubblicità e per tutte le vie commerciali  possibili. La moglie Grazia Letizia (75 anni) e Luca il figlio (45 anni) resistono, per rispettare il volere di Lucio. Verrà il momento in cui Battisti sarà riscoperto per i lavori meravigliosi fatti con un poeta vero, Pasquale Panella, e molti capiranno, prima o poi, come un genio musicale assoluto sia stato sfruttato da un paroliere-liceale che provava a scrivere poesie. Come questa: “la gallina coccodè spaventata in mezzo all’aia/fra le vigne e il cavolfiore mi sfuggiva gaia“. Battisti ha cantato testi che lo hanno identificato come un triste sfigato in amore (“a quest’ora cosa vuoi mi va bene pure lei“). A 20 anni dalla sua morte Battisti è ancora la gallina dalle uova d’oro. Molti non riescono a capire una grande verità, che Battisti lasciò il Poeta per lanciare una sfida a sè stesso. Sei in grado tu di musicare qualsiasi testo, per esempio l’elenco telefonico? Avrebbe potuto continuare a sfornare migliaia di canzonette -da cantare sulla spiaggia con la chitarra da liceali brufolosi- per accumulare miliardi e invece preferì rimettersi in gioco. Era tirchio? Nove anni prima di rompere con Mogolomane, nel 1971, Lucio aveva già tentato di svincolarsi dalle parole per proporre tre brani musicali. Allora il Poeta cosa fece? Per affermare il suo dominio, impose tre titoli lunghissimi (ed inutili) tipo Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma bianca dei detersivi. Per non parlare dell’insuccesso sul  mercato americano dovuto alla pretesa del Mogolomane di voler i suoi testi tradotti alla lettera (come se fosse Bob Dylan?). Battisti è stato prigioniero di un megalomane assetato di soldi.  (PS: abbiamo davvero avuto parolieri poeti in Italia: Vito Pallavicini (Azzurro), Giorgio Calabrese (E se domani), Sergio Bardotti (Piazza grande), e Lucio non ha avuto la fortuna di incontrare uno dei tre, tutto qui).

https://www.youtube.com/watch?v=RP4d-KwXXAQ